La vita desta

Zelig è il titolo di un film di Woody Allen del 1983. Si tratta di un finto documentario, ambientato nel 1928 e dedicato alla figura di Leonard Zelig, un uomo che riesce ad assumere le sembianze e le caratteristiche delle persone con cui parla. Se parla con un medico, diventa egli stesso un medico e riesce a fare le diagnosi; se parla con un rabbino, diventa un rabbino ed inizia a disquisire della Torah, ecc. L’esistenza di Zelig trascorre nel passaggio di identità in identità, in una trasformazione continua.

Il  tema del film ci aiuta ad inquadrare un fenomeno che può riguardare molti di noi: la vita frammentata. Non c’è bisogno di essere personaggi da film, infatti, per trovarsi nella condizione della scissione identitaria. Succede che, senza rendersene conto, la propria vita si frammenti in una molteplicità di direzioni che rendono difficile, se non impossibile, parlare di unità di intenti, scelte, opzioni.

La vita ridotta in frammenti è difficile da vedere ed è difficile da ammettere. Ammesso, infatti, che si riesca a tenere a bada l’orgoglio che difficilmente è disposto a riconoscere un fallimento, ogni frammento comincia a vivere di vita autonoma e a rivendicare un proprio centro di gravità, con il risultato che ci si sente “a pezzi”.

Per alcuni, la frammentarietà è una scelta; per altri, una condizione in cui ci si è ritrovati senza nemmeno sapere come. Per rendersi conto di che cosa concretamente sia la vita frammentata, potremmo forse paragonarla a ciò che le si oppone, cioè la vita desta, la condizione dell’essere presente a se stessi.

La vita desta non è l’effetto di un miracolo calato dall’alto, ma il risultato di un costante esercizio su di sé, basato prima di tutto sull’ascolto di quella voce interiore che da sempre accompagna le nostre giornate. Tributare uno spazio alla voce della coscienza è più difficile di quanto si pensi. A meno che, infatti, non si decida di riservare ogni giorno un momento all’ascolto di sé nelle diverse forme in cui ciò è possibile, si rischia di essere assorbiti nelle cose da fare. Perdere se stessi, per non essersi dati il tempo di guardarsi dentro, è l’errore che molti di noi inavvertitamente ed ostinatamente compiono.

Come se si trattasse della traiettoria dei fuochi d’artificio subito dopo che sono esplosi, ogni componente della nostra vita inizia così a moltiplicarsi, secondo una parabola discendente che si sottrae a qualsiasi governo. E così, inevitabilmente, le cose iniziano a sfuggirci di mano

Ritrovare se stessi è possibile quando decidiamo di ritornare a noi stessi, fermandoci, interrompendo la corrente continua che ci connette al mondo. Trovare il filo rosso che connette i frammenti in cui involontariamente siamo venuti a consistere richiede una particolare postura. Non mi riferisco tanto ad un gesto del corpo – per quanto è evidente che trovarsi in mezzo al mercato non aiuti certo a concentrarsi -, quanto alla determinazione di ritrovare il proprio centro. Mi viene in mente quel passo tratto da La luna e i falò in cui il protagonista Anguilla osserva “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Nel nostro caso, ritrovare il centro andrebbe riferito alla geografia della propria anima. È solo quando quel centro è stato riscoperto che diventa possibile dare valore alle connessioni, che stabiliscono legami con l’altro da noi e, forse, con l’Altro che in quei volti si manifesta. Ritrovare il centro, dunque, non equivale a privarsi di alcunché, ma al contrario rappresenta il luogo di validazione dei coefficienti veritativi delle cose.

Ha scritto in proposito Georges Friedmann (La Puissance et la Sagesse, Paris 1970, p. 359): «Fare il proprio volo ogni giorno! Almeno un momento che può essere breve, purché sia intenso. Ogni giorno un «esercizio spirituale», da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare. Esercizi spirituali. Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome».

Awakening life

Zelig is the title of a 1983 Woody Allen mockumentary film, set in 1928 and dedicated to the figure of Leonard Zelig, a man who manages to take on the appearance and characteristics of the people with whom he speaks. If he talks to a doctor, he becomes a doctor himself and is able to make diagnoses; if he talks to a rabbi, he becomes a rabbi and starts to talk about the Torah, etc. The existence of Zelig passes from identity to identity, in a continuous transformation.

The theme of the film helps us to frame a phenomenon that can affect many of us: fragmented life. There is no need to be film characters, in fact, to find oneself in the condition of identity splitting. It happens that, without realizing it, one’s life is fragmented in a multiplicity of directions that make it difficult, if not impossible, to speak of unity of purpose, choices, options.

Fragmented life is difficult to see and difficult to admit. In fact, if we succeed in keeping at bay the pride that is difficult to recognize a failure, each fragment begins to live an autonomous life and to claim its own center of gravity, with the result that we feel ” to be broken”.

For some, fragmentation is a choice; for others, a condition in which they have found themselves without even knowing how. In order to realize what concretely fragmented life is, we could perhaps compare it to what is opposed to it, that is, the awakening life, the condition of being present to oneself.

Awakening life is not the effect of a miracle, but the result of a constant exercise on oneself, based first of all on listening to that inner voice that has always accompanied our days. Tributing a space to the voice of consciousness is more difficult than you think. Unless, in fact, we decide to reserve a moment every day for listening to ourselves in the various forms in which this is possible, we risk being absorbed into the things to do. To lose oneself, for not having given oneself the time to look inside, is the mistake that many of us inadvertently – and obstinately – make.

As if it were the trajectory of the fireworks immediately after they exploded, every component of our life thus begins to multiply, according to a descending parable that escapes any rule. And so, inevitably, things start to get out of hand

Finding oneself is possible when we decide to return to ourselves, stopping, interrupting the direct current that connects us to the world. Finding the red thread that connects the fragments into which we have involuntarily come to consist requires a particular posture. I am not referring so much to a gesture by the body – although it is clear that finding oneself in the middle of the market does not help one to concentrate – as to the determination to find one’s own centre. I am reminded of that passage from Pavese’s The Moon and the Bonfires in which the protagonist Anguilla observes “You need a village, if only for the pleasure to leave it. Your own village means that you are not alone, that you know that there’s something of you in the people and the plants and the soil, and that even when you are not there it waits to welcome you”.

In our case, finding the center should be referred to the geography of one’s soul. It is only when that center has been rediscovered that it becomes possible to give value to connections, which establish ties with the otherness and, perhaps, with the Other that manifests itself in those faces. Finding the center, therefore, is not equivalent to depriving oneself of anything, but on the contrary represents the place of validation of the truth coefficients of things.

Georges Friedmann (La Puissance et la Sagesse, Paris 1970, p. 359) wrote: “Make your flight every day! At least one moment which may be short, provided it is intense. Every day a “spiritual exercise”, alone or in the company of a person who also wants to improve. Spiritual exercises. Exit duration. Strive to get rid of their passions, vanities, the desire for noise around their name.

3 pensieri su “La vita desta

  1. Qualche tempo fa ho scritto un breve post sugli eteronimi di Pessoa, a partire dal libro della Qiqajon “Sono un sogno di Dio. Poesie”, tematicamente molto vicino a questo articolo (sempre molto interessante). Alla fine citavo questa lirica (per me bellissima), ripresa dall’eteronimo Ricardo Reis:
    “Per essere grande sii intero: niente
    Di te esagera o escludi.
    Sii tutto in ogni cosa. Poni quanto sei
    Nel minimo che fai.
    Così in ogni lago la luna intera
    Brilla, poiché alta vive.”

    Buona domenica.

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