Semplicità

“A chi mi devo rivolgere?” è la prima domanda che bisognerebbe porsi ogni volta che dobbiamo comunicare, scrivere un testo, preparare una presentazione. Sì, certo, i contenuti sono importanti. Concentrarsi solo sui contenuti, però, senza considerare i potenziali destinatari rischia di inficiare la comunicazione. Non esiste un modo neutro di comunicare, valido in tutte le situazioni. La comunicazione è quanto di più personale possa esistere e, spesso, è solo per pigrizia che preferiamo adottare modelli di comunicazione standard che, per inciso, significa “messi a punto da altri”. In questo modo, nolenti o volenti, la comunicazione diviene impersonale. È vero: spesso il tempo richiesto per definire uno stile personale della comunicazione non c’è. Ci sono troppe cose da fare, per cui l’adozione di quanto già esistente sembra la soluzione più a portata di mano.

Una possibile via per uscire fuori dalla impasse è la semplicità della comunicazione. Fare di tutto per farsi capire dagli altri, infatti, non è semplice, ma non è nemmeno impossibile. Anche in questo caso, occorre partire dalla domanda “A chi mi devo rivolgere?”. Se preparo un testo o un discorso rivolto a dei colleghi, allora è chiaro che posso far uso di un linguaggio tecnico, perché so già in anticipo che sarò compreso. Invece, se debbo rivolgermi ad una platea più ampia o eterogenea, allora debbo impegnarmi a comunicare in modo semplice.

“Tra due spiegazioni, scegli la più chiara. Tra due forme, la più elementare. Tra due parole, la più breve” Eugenio d’Ors

In tal senso, quanto più sarà chiara la composizione dell’uditorio, tanto più potremo predisporre una comunicazione personalizzata. Alcune notazioni, tuttavia, possono aiutarci: la prima riguarda la leggibilità. Ammettiamolo, ognuno di noi è convinto che i propri testi siano leggibilissimi. Questo convincimento andrebbe momentaneamente accantonato o, per lo meno, verificato sul campo: semplicità, infatti, significa paragrafi e frasi brevi.

Il Wall Street Journal, per esempio, è celebre per la sua leggibilità. Non pubblica un paragrafo che sia più lungo di tre frasi. Da un certo punto di vista, quindi, occorre essere simili al WSJ: mantenere i paragrafi brevi e sostituire le parole lunghe con quelle brevi.

Occorre, inoltre, rimanere specifici, cioè evitare le generalizzazioni o, quando esse siano inevitabili, agganciarle a situazioni concrete. È anche preferibile evitare le forme verbali impersonali (meglio “noi raccomandiamo” invece di “si raccomanda”).

“La semplicità e la verità sono le sole cose che contano veramente. Vengono da dentro. Non si può fingere” Audrey Hepburn

Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, dicevano i medievali, per indicare l’inaggirabilità della natura di colui che percepisce. In un certo senso, si tratta di mutuare quell’antico detto, provando a pensare le modalità comunicative non prescindendo dai nostri destinatari. Più ci impegneremo in questo compito più quei destinatari potranno diventare nostri interlocutori, perché finalmente riconosciuti in ciò che hanno di più proprio: l’alterità.

E, dunque:

  1. Nella preparazione di un testo o di una presentazione, ci sforziamo di partire dai nostri reali interlocutori?
  2. Siamo disposti a mettere in discussione il convincimento che sappiamo essere semplici, indipendentemente dalle eventuali tecniche da utilizzare?
  3. Quale valore attribuiamo alla semplicità?

 

Un pensiero su “Semplicità

  1. Giusto, viva la semplicità. Mi vengono in mente due citazioni che vengono riportate spesso. La prima, è presa dall’autobiografia di Montanelli. Parlando del periodo di lavoro negli Sati Uniti, ricorda che il suo direttore gli consigliava sempre di scrivere “in modo che ti capisca il lattaio dell’Ohio”. La seconda è di Einstein il quale, a proposito dell’esprimersi con semplicità, diceva “Non puoi dire di aver veramente capito qualcosa finché non riesci a spiegarlo con parole semplici a tua nonna.”. Semplice; no?

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