La soluzione di ogni disperanza

Oggi, il nome di Lucian Marie non ci dice niente. Eppure, il 23 maggio 1945 quest’uomo, capitano della nave da pesca Les Trois Frères, è stato autore di un atto per descrivere il quale è perfino difficile trovare le parole.

Da poche settimane era finita la Seconda Guerra Mondiale e la nave del capitano Marie stava pescando nelle acque antistanti Les Minquiers, un arcipelago di isolotti tra la Francia e l’Inghilterra. Quegli scogli sono conosciuti solo dai naviganti, in ragione della loro particolare natura. Per essere, infatti, destinati a comparire o scomparire a seconda delle maree, sono pressoché assenti dalle mappe nautiche.

Quel giorno, il capitano Marie stava perlustrando l’orizzonte con il suo binocolo quando si accorse che su uno di questi isolotti c’era un gruppo di uomini che gli faceva segno. All’inizio deve aver pensato che stesse sognando. Era, infatti, impensabile vedere spuntare degli umani in quella parte di mare. Avvicinata l’imbarcazione, il capitano Marie scoprì che si trattava di un gruppo di soldati tedeschi che, affamati e stremati, erano lì fin da prima che la guerra terminasse.

Certo, la vicenda è curiosa, a tratti comica. Immaginare un gruppo di soldati tedeschi, dimenticati su un’isoletta in mezzo al nulla, fa tornare in mente “Sturmtruppen”, il fumetto comico satirico italiano, disegnato da Bonvi.

Tuttavia, ciò che fondamentalmente importa è il gesto che ne è alla base. Sollevare il binocolo e scegliere di guardare dove le mappe segnalavano il nulla è l’emblema della inutilità. All’interno di una logica improntata all’economia dei gesti e alla loro funzionalizzazione, quel gesto è incomprensibile e, come tale, classificabile come una perdita di tempo. Eppure, è solo all’interno di tale marginalità che una nuova possibilità di guardare il mondo acquista senso. È proprio cercando oltre la distinzione canonica tra forme ed informe, spingendo lo sguardo nella stessa disperanza, che l’inedito viene a visitarci.

Scrivendo l’articolo per Avvenire, ho ripensato all’episodio del capitano Marie, partendo dall’invito di Papa Francesco di trovare nuove mappe per navigare nell’umano. Quell’invito risulta, per certi versi, paradossale. Ma come, verrebbe da dire, proprio oggi che abbiamo a disposizione una quantità infinita di mappe dobbiamo rinunciarvi? Proprio oggi che, grazie alla datafication del digitale, la rappresentazione diviene predizione, cioè il futuro stesso è già predicabile, dovremmo abbandonare tutto?

In effetti, se lo sguardo si concentra sulla bellezza dei conseguimenti della conoscenza attuale, verrebbe da rispondere di no. Ma se, in modo non del tutto ragionevole, si portasse lo sguardo a fissare i bisogni e le urgenze della realtà, allora sì, abbiamo bisogni di nuovi approcci, di nuove idee, di “nuovi paradigmi”, come dice il Papa.

Il gesto di Lucian Marie torna, allora, d’attualità. Anche a noi è richiesto di guardare oltre le mappe esistenti. Perché, oggi come ieri, i dispersi possano avere un futuro.


“Soluzione di ogni disperanza” è un verso de “La scala dei santi” di Ivano Fossati.

Un pensiero su “La soluzione di ogni disperanza

  1. Caro Giovanni, ti ringrazio dell’onore che mi fai inviandomi i tuoi articoli di Esercizi di vita desta. Sempre portatori di novità e di lievito. Questa volta arricchito con il tuo più che interessante elzeviro pubblicato su Avvenire. In aggiunta, l’articolo di centro, esso pure, è di grande apprezzamento. Cari saluti Rosario

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