Meek not weak: elogio della mitezza

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[…]. In un recente post, sosteneva che “esprimere la propria vulnerabilità” sia un bene. Essa, infatti, aiuterebbe a sentirsi compresi e soprattutto consentirebbe ai nostri interlocutori di rendersi conto che le loro azioni non sono prive di conseguenze. In linea di principio, sono d’accordo, ma ho molti dubbi che ciò che lei propone sia attuabile nel mondo del lavoro. Infatti, nei contesti lavorativi, contrassegnati da competitività e dalla prontezza (necessità di risposte immediate a problemi urgenti), esporre la propria vulnerabilità equivarrebbe né più né meno a mostrarsi deboli e, come tali, meglio attaccabili da colleghi sempre agguerriti. Antonio

 

Caro Antonio,

Grazie per il suo messaggio. Ha mai sentito parlare di Rufus Griscom e Alisa Volkman? Erano gli ideatori di “Babble” un blog dedicato ai genitori. In cerca di finanziatori, decisero di adottare una strategia basata proprio sulla vulnerabilità. Invece di esporre i punti di forza della propria idea, nel corso di un incontro con importanti finanziatori e con grande sorpresa dei loro interlocutori, iniziarono a snocciolare tutte le criticità che avevano incontrato fino a quel momento. Quell’apparente autolesionismo produsse un risultato imprevisto. Quei finanziatori, infatti, si fidarono di loro e il loro blog riuscì a riscuotere 3,3 milioni di dollari di investimenti, prima di essere acquisito nel 2011 dalla Disney. Le sembra sufficiente questo episodio per una apertura di credito nei confronti del ruolo che la vulnerabilità può avere in ambito lavorativo?

Una seconda cosa vorrei dire in merito all’imperativo della tempestività, la “prontezza” di cui lei parla. Nel 1927, Bluma Zeigarnik, una ricercatrice lituana, pubblicò uno studio, dimostrando che il nostro cervello, una volta che gli sia dato un compito, è in grado di lavorare in background, risolvendo quel determinato problema anche se apparentemente non ce ne stiamo più occupando. La scienziata aveva notato che, in un ristorante affollato, un cameriere ricordava bene le ordinazioni parzialmente condotte a termine, mentre non ricordava più le ordinazioni concluse. È così, in effetti: le nostre menti rimangono aperte a nuove idee ed intuizioni, perfino se abbiamo lasciato in sospeso un compito.

Concretamente questo significa che non sempre un buon risultato lavorativo passa per la forzosa sincronia con il tempo degli altri. Non sempre, per dare il massimo, occorre essere tempestivi. In alcuni casi, procrastinare è utile e perfino auspicabile. In fondo, un motivo deve esserci se Leonardo, dopo aver iniziato a dipingere la Gioconda nel 1503, la concluse solo nel 1519, dopo numerose interruzioni.

Vorrei sperare che questi esempi siano sufficienti a chiederle una disponibilità all’ascolto in relazione al tema di fondo del suo importante messaggio. Per questo, ho deciso di rendere pubblica la mia risposta. Altri, forse, potrebbero essere interessati e disponibili ad interloquire.

Ho l’impressione che la domanda scaturisca dalla introiezione, certo non consapevole, di un determinato clima culturale su cui, come minimo, occorrerebbe far chiarezza.

Questo clima è costituito dal culto della forza che oggi conosce un successo considerevole, nonostante – o proprio per il fatto che – esso si manifesti secondo una molteplicità di forme da far addirittura dubitare che esse appartengano ad un unico fenomeno. E così, affascinati da esse, noi arriviamo ad essere immersi nel clima della forza adulata fino al punto da introiettarla senza volerlo.

Di fronte a questo scenario, la prima cosa da fare è prenderne coscienza, perché nessuno può veramente dirsi al riparo dalle sue contaminazioni, soprattutto per il fatto che esse sono inavvertite.

Culto della forza significa schiacciare il più debole; crogiolarsi sull’esistenza di differenze dalle quali derivi un pregiudizio nei confronti di una delle parti coinvolte. Significa, ancora, riduzione dell’altro ai bisogni dell’io. Culto della forza è anche aver a tal punto eliminato la possibilità del dissenso da considerare l’esistente l’unica realtà possibile.

Secondo i profeti del pensiero unico, portavoci del culto della forza, l’essere altrimenti equivale nei fatti a negare valore alla capacità di decidere, un lusso che non possiamo concederci, anche perché siamo continuamente pressati dalle urgenze. C’è bisogno – sostengono – di una speciale forma di flessibilità, mentale prima che materiale. Solo così, uniti – ma forse sarebbe meglio dire unificati – evitando ogni genere di confusione, si può decidere ed agire efficacemente.

Temo che le cose stiano in modo molto diverso e che, per molti versi, oggi ci troviamo in una situazione analoga a quella descritta da Chesterton quando in Eretici scriveva «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare le foglie sono verdi in estate» (era da un secolo che volevo fare questa citazione e finalmente ho trovato il contesto giusto!).

Sia detto molto chiaramente: stigmatizzare il culto della forza non equivale a togliere valore alla capacità di decidere. Ciò detto, una cosa è la capacità di decidere; un’altra, il decisionismo, cioè negare la voce degli altri. Una cosa è comunicare; una cosa diversa, il solipsismo di coloro che sono abituati a parlare, a senso unico, trascurando di prestare ascolto agli altri.

Oggi, il rischio di cambiare per conformarsi al mainstream è di perdere se stessi. Quando io “altero” me stesso, pur di sembrare disponibile alla responsività richiesta anche in ambito lavorativo, sto di fatto introducendo una perturbazione il cui effetto è di allontanare me stesso da ciò che intimamente sono. Tuttavia, rinunciare all’individualità essenziale significa perdere la propria anima. Siamo, oggi, a tal punto, inoltrati lungo il sentiero di una tale rinuncia che addirittura l’accennarne fa specie, come se parlassimo di fantasmi. Se le regole del gioco sul luogo di lavoro prescrivono di essere agguerriti e competitivi non è detto che esse debbano essere considerate normali solo perché condivise dalla maggioranza. A quelle regole, soprattutto quando sono avvertite come limitanti una parte della propria personalità, ci si può opporre, iniziando a proporre delle alternative. Vogliamo davvero sacrificare noi stessi al moloch della più sfrenata competitività? Siamo sicuri che ne valga la pena? Siamo sicuri che, invece di accettare quanto ci viene imposto, non sia giunto il momento di sollevarsi contro questo nemico dai mille volti, per cominciare ad affermare una realtà differente?

È mai possibile che il regno dei valori in cui crediamo debba rimanere confinato al mondo delle idee e non invece diventare prassi diffusa nei luoghi e nei contesti in cui operiamo? Che cosa altro dovremmo aspettare per dare inizio alla rivoluzione della mitezza?

La vulnerabilità cui spesso mi riferisco non è una esibizione di debolezza, né la rivincita della morale degli schiavi su quella dei signori. Niente di tutto questo. È semplicemente la rivendicazione dell’integrità dell’umano. Essa è dimensione costitutiva della mitezza. Nella lingua inglese, c’è una espressione che va dritta al punto: “Meek not weak”. Per essere miti, c’è bisogno di una grande forza, che è l’esatto contrario della debolezza con cui – penosamente e senza troppa fantasia – la mitezza viene spesso confusa. Non è un caso che, dal punto di vista della iconologia la mitezza rinvii al leone dalla cui zampa San Girolamo estrae una spina.

Caro Antonio, la ringrazio per la veracità del suo interpellare, che non è stato solo domandare, ma – in un modo che mi sfugge – un chiamare per nome all’interno di questioni dirimenti.

Vorrei allora concludere, provando ad accennare ad un elogio della mitezza, perché è nella misura del suo accoglimento che l’umano in me può germogliare.

Sano di Pietro, San Girolamo che toglie la spina al leone (Louvre)

Elogio della mitezza

Mitezza è non essere i solisti in funzione dei quali viene eseguita la musica. Significa, piuttosto, riconoscersi parte di una orchestra, in sintonia con gli altri, secondo i ritmi di una armonia prestabilita.

La mitezza è compimento di diverse posture di inclusione. È il leggere il bisogno dell’altro prima che venga espresso; è la scelta della mamma di accompagnare nella benevolenza dello sguardo un figlio che cresce; per chi crede, il far diventare parte della propria storia le carenze altrui, perché è sicuro che, tutto questo, un giorno, sarà inondato da una Luce diversa.

Mitezza è la convinzione di scommettere sulla bellezza del dis-interesse, quel passo indietro rispetto allo stesso diritto all’espletamento dei bisogni.

È il sapersi guardare da un’altra prospettiva, perché come diceva Leibniz e come in tanti hanno testimoniato, “il posto migliore da cui guardare il mondo è il punto di vista dell’altro”.

Mitezza è la fermezza di non volgere altrove lo sguardo quando un altro viene negato, anche se non vi sono direttamente implicato.

Mitezza è rialzarsi, ogni giorno, guardando dritti la meta del nostro incedere. È tendere l’orecchio, quando ti sembra di non sentire più niente. Abbandonarsi nelle braccia di chi ti sostiene, anche se è invisibile. Mitezza è l’intesa che realizzo, seppur a fatica, ogni giorno con chi mi sta intorno, costruendo ponti, che connettano le nostre umanità, perché in fondo è fin troppo facile separarsi dietro ad una barriera.

Mitezza è ciò che mi rende più umano ed insieme la gravità che, riconducendomi costantemente al limite, mi ricorda che mitezza è libertà.

Mitezza sono io, che ti guardo negli occhi. Altro.

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La tentazione di erigere muri

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ponte

In un memorabile corso di esercizi, Martini elenca la tipologia di tre malintesi dell’Incarnazione. Nel brano che segue fa riferimento al malinteso di Giuda Taddeo.

L’ultima indicazione è quella del malinteso di Giuda. Gesù ha appena detto parole molto belle: «Chi ha i miei comandamenti e li osserva è colui che mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, io lo amerò e gli manifesterò me stesso» (14, 21). Siamo a un livello di estasi mistica – «gli manifesterò se stesso» – e improvvisamente si scende: «Gli dice Giuda, non l’Iscariota: “Signore, come mai tu stai per manifestarti a noi e non al mondo?”» (14, 22). […]. Gesù non risponde a tono, ma anzi ripete alla lettera la frase precedente: «Rispose Gesù e gli disse: “Se qualcuno mi ama, osserva la mia parola, e il Padre lo amerà, verremo a lui e faremo dimora presso di lui”» (14, 23). Gesù ripete la frase precedente, come per dire: «Non hai toccato il punto della questione».

Che cosa leggo, almeno io, sotto la domanda di Giuda? Mi pare che indichi la difficoltà di non saper accettare le condizioni della fede, la quale, appunto, non è una manifestazione sfolgorante, come forse vorremmo, che in poco tempo si conquista e si mantiene, ma procede di manifestazione in manifestazione: Gesù ai suoi, i suoi ai loro amici, questi agli altri, gradualmente. […]. La tentazione di Giuda Taddeo è più sottile. Non si tratta di ottenere un successo attraverso la fede, ma «del» successo della fede: si vuole che la fede stessa trionfi. E si vuole anche il successo «nella» fede, cioè si vuole che la propria inserzione nel Cristo sia trionfalmente conosciuta, dimenticando le caratteristiche proprie della stessa fede, che è diffusione e accettazione attraverso una proposta personale, da uomo a uomo, è accettazione, come un seme gettato nel cuore che matura a suo tempo.

Carlo Maria Martini, Gli esercizi ignaziani alla luce del Vangelo di Giovanni, Mondadori, Milano 2011, pp. 464-65.

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Penso che questo testo metta in guardia dalle tentazioni, mai dome, di fare della fede la malta con cui erigere muri, piuttosto che ponti lungo i quali andare incontro all’altro. GS

Il coraggio di essere ridicoli

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Ricordate le parole “Stay hungry, stay foolish” con cui Steve Jobs, nel 2005, invitava i giovani laureati dell’Università di Standford a non rinunciare ai propri sogni? Si potrebbe forse aggiungere uno “Stay ridiculous” a quell’autorevole esortazione.

Qualche giorno fa, ho avuto modo di parlare con Fabio, il figlio diciassettenne di un caro amico, il quale, quando è “in crisi”, viene a chiedere consigli “al vecchio filosofo con la barba bianca”, come lui scherzosamente (mica tanto) dice.

Fabio mi raccontava che un mesetto addietro, ha finalmente trovato il coraggio di comunicare il suo amore a Chiara, sua compagna di banco. A dire il vero, i due ragazzi non sembrano particolarmente compatibili. Chiara è considerata dai coetanei una tipa “tosta”, ha i capelli rasati a metà e per addormentarsi ascolta i Black Sabbath; Fabio è un tipo mingherlino, piuttosto timido e quando si gioca a calcetto viene messo in porta.

Nonostante ogni ragionevole previsione, la ragazzina è rimasta folgorata da una particolare espressione pronunciata dal ragazzo che, all’apice della sua ispirazione amorosa, pare le abbia detto “Sei il mio fiorellino”.

Ascoltate quelle parole, la ragazza non solo non ha picchiato Fabio (come lui si aspettava), ma si è sciolta in inaspettate lacrime e ha confessato che anche lei provava qualcosa per lui.

Il giorno dopo e per le successive settimane, memore del miracoloso effetto delle sue parole, ad ogni incontro con la nuova fidanzatina, Fabio ha pronunciato la formula magica “Sei il mio fiorellino”.

Infine, qualche giorno fa, Chiara ha chiaramente detto che lei odia i fiori, manifestando così la sua insofferenza per quella ostinata botanica identificazione e gli ha intimato di sparire.

“Perché quelle parole non hanno funzionato più, se io le ho ripetute sempre nello stesso modo?”, mi chiedeva ora Fabio, con sguardo supplichevole. L’episodio di Fabio e Chiara permette di accennare proprio al valore del ridicolo.

Sia in ambito lavorativo che privato, la nostra esperienza ci ha insegnato che, a volte, le nostre comunicazioni risultano particolarmente efficaci. Ce ne rendiamo conto perché il nostro interlocutore sembra effettivamente toccato dai nostri argomenti e la comunicazione non diventa una inutile contesa per difendere le proprie ragioni. È vero, non succede sempre. Ma succede.

Questo stesso risultato è stato raggiunto da Fabio nel momento in cui ha osato sfidare il ridicolo, esprimendo i suoi sentimenti, cioè la sua individualità essenziale, ciò che lui intimamente è. Se si fosse attenuto alle regole codificate nel contesto (la scuola) o se avesse fatto eccessivo riferimento alle sue previsioni sul carattere di Chiara non si sarebbe mai azzardato a pronunciare la frase “Sei il mio fiorellino!”.

Ora, il punto è che quelle parole, per quanto ingenue, condividono un destino comune con le forme del comunicare, a volte così rarefatte, che noi utilizziamo quando lavoriamo. È possibile dire qualcosa in più di tale dinamica? Come funzionano le parole, in genere? E come dovrebbe essere costituita una parola in grado di toccare l’altro?

Per farla breve, va detto che all’inizio, quando una espressione comunicativa nasce, essa è massimamente originale e, come tale, comunica in modo estremamente efficace. Con l’andar del tempo, quella stessa espressione perde gradualmente la sua efficacia, soprattutto se essa viene reiterata con la segreta speranza che funzioni come la prima volta.

Per quanto riguarda il ruolo del ridicolo, è senz’altro vero che, secondo il senso comune, essere ridicoli non è propriamente un complimento. Infatti, è solitamente ritenuto ridicolo chi è buffo, chi agisce come una specie di pagliaccio e, soprattutto, in un ambiente lavorativo un tale comportamento è da evitare come la peste.

Sul luogo di lavoro, infatti, è bene mostrarsi coerenti con le indicazioni ricevute dai superiori, efficienti nel perseguire i risultati richiesti, in linea con le convenzioni adottate.

Sono proprio le convenzioni – direbbero i sostenitori dell’ortodossia – a garantire il più rapido raggiungimento di un obiettivo in quanto procedure standardizzate. È difficile negare una tale evidenza.

Eppure, l’episodio di Fabio e Chiara mostra anche un’altra via.

Nello specifico, mostra che è quando si ha il coraggio di essere ridicoli, cioè di sfidare le convenzioni quando esse sono ritenute non più in grado di veicolare ciò che siamo, che possiamo comunicare con tutto noi stessi. Essere ridicoli è, dunque, una condizione per essere efficaci nella comunicazione.

Questa capacità va accompagnata dall’avvertimento che non per il fatto di essere stati in grado di individuare forme efficaci di comunicazione, si deve ritenere che esse permangano nella loro validità a tempo indeterminato. Ritenere che una forma comunicativa rimanga sempre valida significa invece condannarla alla stereotipia, cioè alla insignificanza. È stato questo l’errore di Fabio al quale, tuttavia, siamo grati perché ci ha segnalato che, per comunicare efficacemente, occorre avere il coraggio di sembrare un po’ ridicoli.

Non sappiamo come la storia d’amore tra questi due ragazzi evolverà, ma sappiamo che difficilmente Chiara dimenticherà la faccia tosta di un ragazzino timido le cui parole l’hanno toccata nell’animo stesso.

E noi, saremmo in grado di sfidare le convenzioni in cui talvolta ci adagiamo?

Per incoraggiare i più timidi fra noi, vengono in soccorso le parole di Mircea Eliade: «Il ridicolo solo merita di essere imitato. Perché è solamente imitandolo che si imita la vita».

Aprire gli occhi per scorgere la Grazia

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In un corso di Esercizi, Carlo Maria Martini parla di tre fondamentali «malintesi dell’Incarnazione», esemplificati dagli atteggiamenti degli apostoli Tommaso, Filippo e Giuda. Il secondo malinteso consiste nell’incapacità di aprire gli occhi e scorgere la grazia di Dio nella propria esistenza, soprattutto quando essa sembra opaca, malinconica e triste.

«Gli dice Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”» (14,8). Qui abbiamo quel desiderio immenso di vedere Dio, vedere il Padre, che esprime un’ansia religiosa profonda. «Gli dice Gesù: “Da tanto tempo con voi io sono, e non mi hai ancora conosciuto, Filippo?» (14,9). […]. Qui il malinteso è la difficoltà di vedere il rapporto tra il mistero di Gesù, come ci appare, e il mistero di Dio. Potrei tradurre altrimenti le parole di Gesù: «Non sai che il Padre è in me, e chi vede me vede il Padre?». Per noi, poi, la frase potrebbe diventare questa: «Non sai vedere attraverso i segni? Non sai aprire gli occhi e vedere nella tua vita Gesù, e in Gesù la presenza e la volontà di Dio?». È la difficoltà di chi non sa aprire gli occhi per scoprire la grazia di Dio nella propria opaca e, talora, anche melanconica, triste esperienza. Questo è l’invito che Gesù ci fa, ora: aprire gli occhi per vedere e capire che afferma con insistenza: «è tanto tempo che sono con te e non sei riuscito a conoscermi».

Carlo Maria Martini, Gli esercizi ignaziani alla luce del Vangelo di Giovanni in Le ragioni del Credere, Mondadori, Milano 2011, p. 463.

Davanti a te, il bene e il male (Dt 10,15). Rinunciare a scegliere o scegliere di rinunciare?

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Guercino, Giuseppe e la moglie di Putifarre (1631).

Dimagrire o non dimagrire? Comprare l’ultimo modello di smartphone o no? Smettere di fumare o passare alle sigarette elettroniche?

Decidere implica scegliere. Beh, sì, è ovvio, direbbero alcuni. Ci sono almeno tre aspetti da cogliere in una scelta: il primo – apparentemente il più scontato –  è lo sguardo sulla scelta; il secondo è costituito dalle nostre preferenze; il terzo, dal rapporto tra scelta e priorità.

Iniziamo? Prima di tutto, vorrei dire che non è scritto da nessuna parte che una scelta debba essere fatta tra due opzioni. Eppure, è ciò che ci accade più spesso: ci soffermiamo a lungo nel tentativo di individuare gli elementi a favore o contro una determinata scelta che stiamo per compiere. E così, pensando le decisioni come una scelta binaria, tra due opzioni, di solito manchiamo di considerare se vi siano altre alternative. Bisognerebbe invece esaminare l’intero spettro delle soluzioni sul tappeto. In genere, scegliere tra opzioni multiple è meglio che scegliere all’interno di una singola opzione.

In realtà, allargare lo spettro delle nostre scelte non è semplice come ci aspetteremmo. Per quanto ci si sforzi, infatti, si torna sempre a vedere una parte sola del problema. Questo restringimento dello sguardo non è senza conseguenze, perché inevitabilmente comporta una limitazione nello scegliere. Vedendo di meno, si è meno liberi.

Esplorare simultaneamente più opzioni ha un nome preciso: multitracking. Familiarizzare con più idee nello stesso tempo, sforzandosi di trovare più alternative, ci rende meno coinvolti rispetto all’unica opzione su cui potremmo orientarci. Ci rende, cioè, più flessibili nei confronti di quanto di imprevisto potrebbe derivare dalla nostra scelta. Soppesare opzioni multiple, inoltre, ci mette nella condizione di avere un piano B. Se il piano A fallisce, si ha a disposizione un valido candidato di riserva.

Un ulteriore elemento da considerare quando si tratta di scegliere sono le nostre preferenze.Per capire se sia un bene che esse influenzino le scelte che dobbiamo compiere è bene affidarsi ad uno sguardo esterno cui demandare il compito di una valutazione più oggettiva rispetto a quanto potremmo fare noi stessi.

In realtà, valutarsi dall’esterno, criticarsi da soli, essere giudici di se stessi è qualcosa che a molti di noi riesce in modo naturale (la mia gastrite saprebbe confermarvelo). Comunque, che siate o non siate bravi critici di voi stessi, l’ideale sarebbe, prima di una scelta, immaginare le ragioni opposte alle proprie. Si tratta di una operazione per la quale elettivamente esistono precise figure di riferimento cui essa può essere demandata (le mogli, per esempio).

Sì, insomma, dovreste chiedere al vostro partner (va bene, vale anche per i mariti, contente?) di porre in evidenza tutto ciò che proprio non va nell’idea che state per adottare. In questo modo, prima ancora di porre in essere la vostra scelta, potrete avere un quadro più ampio della situazione, partendo dalla simulazione ragionata dei pro e dei contro.

Credo che il senso di questo affidamento ad un altro stia proprio nella valorizzazione delle relazioni. Le relazioni – e, a maggior ragione, le nostre relazioni fondamentali – ci aiutano a capire meglio chi siamo. Si tratta di un passaggio che era stato ben intuito da Martin Buber, un filosofo ebreo del Novecento, il quale scrive “Divento io nel tu”. C’è, in quelle sue parole, l’evocazione della dinamica che conduce all’autenticità, ciò che ognuno è, proprio nel momento in cui siamo disponibili a lasciar dischiuse le porte dell’io perché un altro possa scrutare dentro. Lasciarsi andare, affidarsi allo sguardo di un altro, equivale ad un gesto di detronizzazione, di rinuncia al proprio protagonismo. È un po’ come quell’esercizio in cui bisogna lasciarsi cadere all’indietro, nella certezza che l’altro sia in grado di reggerti, abbracciandoti.

È difficile, osservano alcuni. Lo confermo: nonostante ogni possibile e ragionato accorgimento, è vero che decidere non è facile. Il motivo è che il processo della scelta chiama in causa le nostre priorità a lungo termine. Ed esse, a loro volta, portano con sé la capacità di fare previsioni, di auscultarsi, di capire chi siamo veramente. Per questo, per scegliere bene, è necessario chiedersi “quali sono i valori, gli obiettivi o le aspirazioni più importanti per me?”. Una volta che tali priorità siano state trovate o riscoperte, dobbiamo essere pronti ad impegnarci per il loro perseguimento. Coerenza, si chiama.

So che non farà piacere leggerlo e potrà presumibilmente evocare gesti apotropaici, ma tutti noi abbiamo un tempo limitato. Per questo, vale la pena di dirsi chiaramente che dedicare il proprio tempo per tentare di raggiungere le proprie priorità non è sempre compatibile con il dedicare tempo a tutte le altre cose che pure ci interessano. Ovviamente, ci culliamo nell’illusione che ci sia tempo per ogni cosa. La verità è che si tratta, appunto, di un’illusione. Un bluff, dal quale prima ci accorgiamo, meglio è.

“Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” è scritto nel Deuteronomio (30, 15). Nella vita di una persona ci sono scelte, piccole o grandi, di fronte alle quali esercitare la propria responsabilità. Perché ciò possa avvenire effettivamente, occorre considerare almeno tre livelli: lo sguardo sullo scegliere, le preferenze e le priorità.

Per questo, scegliere, scegliere veramente, significa rinunciare: a che cosa siamo disposti a rinunciare per avere il tempo necessario per le nostre più intime priorità?

Martini: le cose marginali e l’essenziale

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Secondo Martini, si danno almeno tre forme specifiche di malintesi nell’intendere la Parola, ad opera di “coloro che sono molto vicini a Gesù e ne ascoltano il discorso di rivelazione”. Tommaso, Filippo e Giuda (Taddeo) incarnano tali difformità. Oggi riporto il primo genere di malinteso, ascrivibile a Tommaso.

«Se vado, vi preparo il posto. Tornerò di nuovo, vi prenderò con me, perché dove io sono anche voi siate, e dove vado, voi sapete la strada”. Dice a lui Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai: come possiamo sapere la strada?”. Gli dice Gesù: “Io sono strada, verità, vita”. Nessuno viene al Padre se non per me. Se conoscete me, avete conosciuto anche il Padre”» (14, 3-7). Che cosa leggo in questo atteggiamento di Tommaso? Mi pare di leggere la fatica che facciamo per raggiungere quella sintesi cristologica a cui Giovanni ci invita. Noi siamo ancora dispersi nelle pratiche, negli strumenti, nei mezzi e vogliamo sapere cosa dobbiamo fare, qual è la via, che libro leggere ecc., mentre invece Gesù dice: «Sono io via, verità, vita». Non si tratta di rinunciare tout court alle pratiche, ai libri e ai mezzi ma, a un certo punto, è Gesù che deve farci capire il senso di tutti questi segni, pratiche, libri, mezzi, considerazioni, aiuti: tutto si deve unificare nella sua persona, che ci viene continuamente incontro. […]. Senza questo approdo saremo sempre alla ricerca di nuove forme, nuovi mezzi per rinnovare la comunità, rinnovare la Compagnia, dimenticando che Gesù e via, verità e vita, cioè univa fonte di rinnovamento, non immediatamente disponibile nelle nostre mani, ma alla cui azione è necessario che ci apriamo. Facciamo, insomma, mille cose marginali dimenticando l’essenziale.

C. M. Martini, Gli Esercizi ignaziani alla luce del Vangelo di Giovanni in Le ragioni del credere, Mondadori, Milano 2011, pp. 462-63.

Il sapore delle scelte

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‘Fedeltà al sapore’ è una locuzione che probabilmente rinvierebbe in prima istanza ad una qualche specifica vocazione culinaria, piuttosto di moda di questi tempi. In realtà, in un celebre discorso al Collège de France, Roland Barthes si riferiva proprio al sapore come sinonimo più significativo della saggezza, quel sapersi orientare tra valori, a volte contrastanti, per conseguire il senso, senza il quale ogni esistenza appare insipida. La fedeltà al sapore, nel senso barthesiano, rappresenta un’interessante chiave ermeneutica per interpretare il film di John Turturro “Gigolò per caso” in cui un libraio, Murray (Woody Allen), convince il suo amico Fioravanti (John Turturro) a diventare un gigolò.

In corrispondenza dei tre principali protagonisti, la pellicola propone altrettanti modelli di condotta. Il primo modello è incarnato proprio da Murray per il quale non sembrano esistere limiti all’azione che un uomo possa compiere. Il suo imperativo di riferimento potrebbe essere “tutto è possibile, basta volerlo”. Se le condizioni lo richiedono, rientra nell’ordine naturale delle cose proporre ad un amico di diventare un gigolò, dividendosi equamente i compensi. La trovata fa sorridere, ma lascia anche riflettere. “Dov’è il problema?”, direbbe Murray. Una scelta, compiuta da adulti consenzienti, non ha altra norma che se stessa.

Il secondo modello è offerto da Avigal (Vanessa Paradis), nel ruolo di una vedova alle prese con una gestione del lutto conforme ai rigidi dettami della comunità ebraica ortodossa. Per la donna è solo all’interno di quel legame comunitario che il senso può essere cercato, anche a costo di privarsi di ciò che, collocandosi al di là della comunità, sembra vitale ed irrinunciabile. Insomma, «Nulla salus, extra ecclesiam». Il suo imperativo di condotta potrebbe essere “il senso, nell’appartenenza”.

Infine, il personaggio di Fioravanti che, indotto dalle necessità, accetta la proposta di Murray e, progressivamente, sembra riconoscersi in essa. Ad un certo punto, però, Fioravanti diventa testimone dell’esistenza di un valore – il suo amore per Avigal – di un ordine tale da scardinare ogni fragile equilibrio precedentemente raggiunto. È in nome di questo valore che l’uomo sarà pronto a cambiare vita. L’imperativo di Fioravanti potrebbe essere “Non tutto ha lo stesso valore. Non tutto è possibile”.

Nel finale, “Gigolò per caso” suggerisce anche un’ulteriore prospettiva, riassumibile nella domanda: quanto si può essere fedeli ad una scelta, anche la più decisiva che un uomo possa compiere? Lo sguardo enigmatico di Fioravanti nell’ultimo fotogramma del film allude alla vertigine dell’incertezza dello scegliere anche quando tutto sembra ormai definito.

Are we really better than others?

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Watercolors by Silvia Pelissero a.k.a. Agnes Cecile.

We are often literally bombarded by commercial invitations or bogus teachings in which, implicitly and sometimes explicitly and without any shame, we are told that we are better than others. Precisely because we are better, we should not experience suffering in the same way as others do.
I am sorry to say so, but the idea that we are better than others is wrong. Many people try to escape the suffering that life inevitably proposes, because they are fascinated by an unfounded idea. Regardless of how much you believe, then, you are not special. You are a normal person, like everyone else.
Admittedly, accepting suffering is by no means easy and trying to escape it is completely understandable. However, if we really want to retain control of ourselves even in the face of suffering, we must accept that we are not special. This will help us to find the right place in the face of suffering.
Happiness comes from the ability to find the right place in the face of suffering. This is not to stop suffering, but rather to ask “for what purpose do I suffer?”.
Every person has a fundamental purpose, although we often tend to forget it because we are completely absorbed by distractions.
These conclusions are not reached by a boring philosopher, who has been locked up in a remote cave for ten years. Instead, they are the result of Mark Manson‘s reasoning, author of the book The Subtle Art of not Giving a F*ck, a literary case, for 55 weeks in the top selling book lists of the New York Times.


According to Manson, if we want to live a happy life, it is important to rediscover our purpose. By doing so, it will be easier to focus our energies on the objectives that we deliberately set ourselves. In this process, the value of doubt must not be overlooked. It is worth asking ourselves, for example, whether the purpose for which we are prepared to suffer really is worth pursuing. Behold, a critical attitude is what can awaken us from every dogmatic sleep, that is from every bad conviction regarding the goals of our actions.
It is essential to bear in mind that values, what we are acting for, do not equate. There are good and less good values. In general terms, bad values are those that do not allow us to have control over ourselves. One thinks, for example, of the fame that depends entirely on what others think. Instead, we need to find values that will actually help us to achieve our goal.
Once, the philosopher Romano Guardini said that he had made a dream in which he was told that every man at the time of birth is given a word. That word is decisive for our life because “all that happens while the years flow is the translation of this word, it is its clarification, it is its realization” (L’opposizione polare). That word, therefore, is both an assignment and a gift.

And you, could you guess what word you were given as a gift at the time of your birth?

Essere se stessi oltre le trappole del perfezionismo

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Pablo Thecuadro Ph.

“Cercando di sembrare ciò che non siamo, cessiamo di essere quel che siamo”. È una frase di Ernst Jünger in cui si sottolinea il ruolo dell’autenticità.

È vero che, anche se in modo pressoché inconsapevole, si può vivere secondo regole di vita fissate da altri.

Lavoriamo sodo sul posto di lavoro, perché la società si aspetta che noi lo facciamo; non dedichiamo troppo tempo al divertimento, perché pensiamo che la gente ci giudicherebbe frivoli, ecc.

Il risultato è che finiamo con l’essere ansiosi e col condurre vite che non ci soddisfano pienamente.

Fondamentalmente in ognuno c’è una tendenza a condurre una vita autentica, libera dai condizionamenti. Perché, allora, conseguire una vita autentica non è immediato?

Una serie di fattori può essere d’ostacolo: la mancanza di autostima, per esempio o il conformismo, la pressione ad agire secondo regole fissate non da noi e/o solo parzialmente condivise.

L’autenticità non è una qualità che si ha o non si ha. È, piuttosto, una scelta che riflette il modo in cui vogliamo vivere. È la decisione quotidiana di essere onesti con noi stessi, di abbracciare la propria vulnerabilità e di non preoccuparsi troppo di ciò che pensano gli altri. Siccome essere autentici è una scelta, attuabile più o meno, non bisognerebbe sentirsi in colpa se alcuni giorni avvertiamo la stanchezza del cammino che abbiamo davanti.

In effetti, un nemico dell’autenticità è il perfezionismo. In breve, si tratta della credenza che, se noi sembriamo perfetti e viviamo perfettamente, allora saremo in grado di proteggere noi stessi dalle critiche, dai giudizi degli altri o anche dalla vergogna. Ciò che è sbagliato non è il tentativo di migliorarsi, ma piuttosto di conformarsi agli altri. Dal punto di vista emotivo, tale atteggiamento è tossico, perché fa dipendere la considerazione che abbiamo di noi dall’approvazione o dal rifiuto degli altri.

La mente del perfezionista non riconosce queste trappole. Succede così che ogni volta che inevitabilmente si fallisce ad ottenere la perfezione, il perfezionista condanna se stesso per la sua incapacità e si impone di fare meglio, sempre meglio, indipendentemente se questo sia effettivamente possibile.

Sottrarsi a queste trappole comporta di non lasciare che l’opinione degli altri sia la nostra motivazione. Soprattutto, qualsiasi cosa derivi dalle nostre azioni, che sia successo o fallimento, essi non riguardano in alcun modo la nostra individualità essenziale, ciò che di più intimo siamo.

Breve lezione di Gianni Vattimo sull’etica dell’autenticità