Ratio

[1]. Parlare dell’umano, scorgere le sue dinamiche interne, non è una operazione semplice. Anche parlare della realtà che ci circonda non è semplice. Richiamare nozioni riconducibili ad un qualche specialismo, sottrarsi al dilettantismo, schivare la crescente sfiducia nel sapere degli esperti ed al tempo stesso provare ad usare un linguaggio comprensibile sono parte integrante della sfida. Di fronte alla molteplicità e alla stratificazione degli elementi da considerare per fare un ragionamento fondato su questi temi, noi usiamo delle mappe. Una metafora utile per comprendere l’avventura della conoscenza è quella del viaggiatore che si addentri in un territorio fino a quel momento sconosciuto e, per riuscire in tale impresa, faccia uso di mappe. A seconda della loro esattezza, esse sono la testimonianza che prima di noi qualcuno quel determinato territorio l’ha già visitato. Considerando quei disegni, noi possiamo verificare che siano esatti e, forse, spingerci oltre nella esplorazione.

Fuor di metafora, le mappe sono delle connessioni tra nozioni. Un po’ come in quei giochi di enigmistica in cui devi connettere dei puntini per trovare il disegno sottostante, allo stesso modo portare in luce il senso nascosto significa connettere tra loro i concetti nel giusto ordine e con un appropriato sistema di rappresentazione. La nostra conoscenza, quanto riusciamo effettivamente a penetrare territori sconosciuti, dipende dalle connessioni che siamo in grado di stabilire. Dipende dalle mappe.  Senza di esse, la realtà rimane un rebus, di fronte al quale siamo afasici.

Le mappe non sono la realtà. Ne sono la rappresentazione necessaria. Per quanto ci si ingegni a modellare mappe sempre più perfette, c’è un limite invalicabile. La mappa, infatti, ce lo ricorda Borges, non può essere più grande del territorio che rappresenta. Una mappa grande quanto il territorio che intende rappresentare sarebbe, infatti, perfetta, ma inutile. Proprio per questo la mappa è una rappresentazione che, tuttavia, non è sinonimo di banalizzazione.

Nonostante una tale evidenza, una delle tentazioni più grandi quando ci troviamo di fronte ad una mappa è di pensare “Sì, però non è la realtà”, dimenticando che questa non è una conclusione brillante cui siamo pervenuti, ma il punto di partenza.

Creare mappe che siano leggibili dalla maggior parte delle persone espone ad alcuni rischi, com’è normale che sia e com’è, nel mio caso, messo in conto. D’altro canto, sarebbe un peccato che, parlando dell’umano, la maggior parte di coloro che ne sono i destinatari ne fossero esclusi in partenza, in ragione di uno specialismo, inteso come conventio ad excludendum, una sorta di bonus riservato a ristretti circoli di intellettuali.

La divulgazione o, come mi piace dire in inglese – non me ne vogliano gli amici puristi della lingua italiana – la popularization della cultura non è immune da rischi: perdere di vista la specificità delle proprie analisi è il maggiore fra di essi ed occorre in tal senso una vigilanza, tanto più efficace quanto più condivisa. Ciò detto, la cultura in genere non ha niente a che vedere con lo snobismo di quanti, sdegnosamente inarcando le sopracciglia, si ritraggono inorriditi di fronte ai tentativi di parlare semplice. Nella misura in cui essa è al servizio dell’uomo, la cultura è diffusiva e non teme di adottare registri espressivi plurimi, pur di raggiungere i risultati che le sono connaturati.

Why we are here.

Talking about the essence of the human condition, perceiving its internal dynamics, is not an easy operation. Even talking about the reality that surrounds us is not easy. Recalling specialist notions, avoiding amateurism, dodging the growing distrust of experts’ knowledge and, at the same time, trying to use comprehensible language are an integral part of the challenge. Faced with the multiplicity and stratification of the elements to be considered in order to make an argument based on these themes, we use maps. A useful metaphor to understand the adventure of knowledge is that of the traveller who enters into a hitherto unknown territory and, in order to succeed in such an enterprise, makes use of maps. Depending on their accuracy, they bear witness to the fact that some of us have already visited the area in question. Looking at those drawings, we can check that they are exact and perhaps go further in the exploration.

Metaphor aside, maps are connections between notions. A bit like in those puzzles where you have to connect some dots to find the drawing below, in the same way, to bring to light the hidden meaning means to connect the concepts in the right order and with an appropriate system of representation.
Our knowledge of how far we are actually able to penetrate unknown territories depends on the connections we are able to establish. It depends on the maps. Without them, the reality remains a rebus, in front of which we are aphasic.

Maps are not reality. They are the necessary representation of it. As much as you ingest to model increasingly perfect maps, there is an insurmountable limit. The map, in fact, Borges reminds us, cannot be larger than the territory it represents. A map as large as the territory it intends to represent would be perfect, but useless. For this reason, the map is a representation that, however, is not synonymous with trivialization.

Despite such evidence, one of the biggest temptations when we are faced with a map is to think “Yes, but it’s not reality”, forgetting that this is not a brilliant conclusion we came to, but the starting point.

Creating maps that are readable by most people exposes you to certain risks. That is taken into account. On the other hand, it would be a pity that, speaking of the human, most of those who are the recipients were excluded at the start, because of a specialism, understood as a conventio ad excludendum, a sort of bonus reserved for restricted circles of intellectuals.

The popularization of culture is not immune to risks: losing sight of the specificity of one’s own analyses is the greatest among them and in this sense one needs effective and shared vigilance. That said, culture generally has nothing to do with the snobbery of those who, outrageously arching their eyebrows, withdraw horrified at attempts to speak simply. Insofar as it is at the service of man, culture is widespread and is not afraid to adopt multiple expressive registers, in order to achieve the results that are inherent to it.