L’era dell’inaudalgia: quando il silenzio del medico diventa la malattia del paziente

Il Diario del paziente Eugenio B.

4 febbraio 2024

Oggi è stata un’altra di quelle giornate in cui mi sono sentito invisibile. Seduto nello studio del dottore, ho provato a spiegare il mio dolore. Non solo quello fisico, che ormai mi accompagna come un’ombra fedele, ma quello più profondo, che mi stringe dentro, come una morsa. Ho parlato del senso di oppressione al petto, della fatica a respirare, ma mentre le parole uscivano, mi rendevo conto che non venivano accolte. Lui annuiva distrattamente, gli occhi fissi sullo schermo del computer, a caccia di dati e numeri che potessero tradurre la mia sofferenza in qualcosa di misurabile.

Mi sentivo una nota stonata in una sinfonia ordinata. Ogni gesto del medico sembrava fatto per farmi capire che il mio tempo era scaduto prima ancora di iniziare. È come se il mio corpo non fosse più il mio: non un medium per esprimere ciò che provo, ma un ostacolo rigido, come una gabbia che mi separa da lui e dal mondo. Non c’era risonanza, nessun segnale di comprensione. Solo silenzi che pesavano più delle parole.

Mi sono accorto che anche il mio modo di sedermi era cambiato: spalle tese, mani serrate, pronto a difendermi. Non era solo il corpo, ma tutto me stesso che si chiudeva, in un ciclo senza fine. Ero lì per cercare aiuto, ma ne sono uscito più vuoto di prima, come se il mio dolore fosse rimasto incastrato in un limbo, senza voce né ascolto.

Leggevo negli occhi del dottore un’idea precisa: “È tutto nella tua testa.” Forse aveva ragione, ma ciò che non capisce è che la mia testa è il mio corpo, e il mio corpo è la mia vita. Questo dolore non è solo mio. È nostro, ma lui non vuole condividerlo.

Forse è così che si muore un po’ per volta. Non per il male che ti consuma dentro, ma per il silenzio che ti circonda fuori.

Diario del Dott. Marco R., il medico del paziente Eugenio B.

4 febbraio 2024

Oggi ho visto di nuovo Eugenio B., un paziente che ormai conosco da mesi, e che ogni volta mi lascia con una strana sensazione di incompletezza. È entrato nel mio studio con quel passo esitante, come se già sapesse che questa visita sarebbe stata un’altra parentesi vuota. Mi ha parlato del dolore al petto, della fatica a respirare, del peso che sente “dentro”. Ho preso appunti, ho fatto domande per circoscrivere il problema, ma più parlava, più mi rendevo conto che stavamo comunicando su due piani diversi.

Eugenio sembra intrappolato in un tempo che non riesco a raggiungere. Per lui, ogni sintomo è carico di significati personali che sfuggono alle misure cliniche. Io, invece, sono qui a cercare dati, parametri, qualcosa che possa trasformare quel caos in una diagnosi. Eppure, non posso negare che ci sia un’ombra di frustrazione, come se le nostre parole scivolassero una sull’altra senza incontrarsi davvero.

Durante la visita, ho notato il suo corpo: teso, chiuso, quasi difensivo. Non è la prima volta che lo vedo così. Ho provato a rassicurarlo, a spiegare che alcuni dolori, per quanto persistenti, non sempre indicano un problema organico grave. Ma la mia rassicurazione sembra aver avuto l’effetto opposto: il suo sguardo si è fatto più cupo, il suo silenzio più pesante. È come se avesse bisogno di qualcosa che non posso dargli, o che forse non so dare.

Mentre parlavamo, il tempo sembrava dilatarsi. La mia agenda, già piena, incombeva sulla mia mente. Ogni minuto in più con Eugenio significava un ritardo con gli altri pazienti. È terribile ammetterlo, ma a volte mi sento intrappolato anch’io, stretto tra le richieste istituzionali e il bisogno umano di ascoltare davvero. Forse non gli ho dato abbastanza spazio, forse ho fallito nel riconoscere quello che stava cercando di comunicarmi.

Quando è uscito, ho avuto la sensazione che entrambi avessimo perso qualcosa in quell’incontro. Mi chiedo se la mia formazione mi abbia davvero preparato per questi momenti, per questa sottile danza tra il linguaggio tecnico e il vissuto umano. Forse la medicina che pratico ha dimenticato che ogni sintomo è una storia, e ogni storia ha bisogno di un ascolto autentico per trovare senso.

Alcune domande introduttive

L’incontro tra medico e paziente si configura come un delicato intreccio di temporalità, corporeità e significati condivisi. Quando questo intreccio si spezza nel mancato ascolto, emergono domande fondamentali che questo studio si propone di esplorare. Come si manifesta concretamente questa frattura nell’esperienza vissuta di entrambi gli attori della relazione terapeutica? Come modifica la loro percezione del corpo, del tempo, dello spazio clinico?

La complessità del fenomeno richiede un’indagine che sappia muoversi su più livelli. A livello neurobiologico, diventa cruciale comprendere come il mancato riconoscimento influenzi i processi di memoria e apprendimento del paziente, alterando potenzialmente l’efficacia stessa della cura. Sul piano istituzionale, emerge la necessità di esaminare come le pratiche quotidiane della medicina contemporanea possano facilitare o ostacolare l’emergere di un autentico spazio di ascolto.

La dimensione temporale dell’incontro clinico si rivela particolarmente significativa. Il tempo della malattia, vissuto dal paziente come denso di significati esistenziali, si scontra con il tempo standardizzato della pratica medica. Questa discrepanza temporale non è solo un problema organizzativo, ma tocca il cuore stesso della possibilità di costruire un’autentica alleanza terapeutica.

Attraverso i sopra riportati diari paralleli di un medico e del suo paziente, questo lavoro si propone di illuminare le molteplici dimensioni attraverso cui il “dolore del mancato ascolto” plasma l’esperienza della cura. L’obiettivo ultimo è contribuire allo sviluppo di una “medicina dell’ascolto” che sappia integrare la competenza scientifica con una profonda comprensione fenomenologica dell’esperienza di malattia.

La fenomenologia del mancato ascolto nella relazione terapeutica

L’esperienza del “dolore del mancato ascolto” si manifesta primariamente come una frattura nella trama intersoggettiva della relazione terapeutica. Questa rottura si configura non tanto come un semplice fallimento comunicativo, quanto piuttosto come una profonda alterazione dello spazio fenomenologico condiviso tra medico e paziente.

Il paziente che sperimenta il mancato ascolto vive una forma specifica di isolamento esistenziale, che Arthur Frank, nel suo fondamentale The Wounded Storyteller (1995), identifica come una disconnessione narrativa. Questa condizione emerge quando il malato perde la capacità o l’opportunità di raccontare la propria esperienza, venendo relegato a uno stato di passività all’interno del sistema sanitario. Frank sottolinea che questa frattura narrativa priva il paziente della possibilità di attribuire significato alla propria esperienza di malattia, aumentando la sensazione di alienazione.

Come Frank afferma:

The quest narrative affords the ill person a voice as teller of her own story, because only in quest stories does the teller have a story to tell. In the restitution narrative the active player is the remedy: either the drug itself […] or the physician. […] Chaos stories remain the sufferer’s own story, but the suffering is too great for a self to be told. The voice of the teller has been lost as a result of the chaos, and this loss then perpetuates that chaos. […] The quest narrative speaks from the ill person’s perspective and holds chaos at bay (Frank 1995, p. 115).

Questa prospettiva evidenzia come l’ascolto e il riconoscimento della narrazione del paziente non siano solo atti di empatia, ma veri e propri strumenti per restituire al malato il controllo sulla propria identità e la possibilità di dare un senso alla propria sofferenza. La persona malata, dunque, trovandosi nell’impossibilità di condividere la propria narrazione di malattia, sperimenta un vero e proprio fallimento dell’intersoggettività fondamentale. Questa rottura comunicativa non è semplicemente cognitiva, ma si incarna in precise alterazioni della coscienza corporea.

Come evidenziato dalla ricerca di van Dulmen e Bensing (2002), il corpo stesso risponde al mancato ascolto attraverso specifiche modificazioni psicofisiologiche: «the stressfulness of the medical encounter can lead to patients having difficulty remembering information and thus failing to adhere to a physician’s advice» (van Dulmen – Bensing 2022, p. 4). Questa difficoltà mnestica non è un semplice deficit cognitivo, ma riflette una più profonda alterazione della capacità del paziente di integrare l’esperienza medica nel proprio schema corporeo.

La fenomenologia di questa esperienza si articola attraverso tre dimensioni fondamentali della coscienza: temporale, corporea e intersoggettiva. Sul piano temporale, il paziente sperimenta una dissociazione tra il tempo vissuto della propria malattia – denso di significati personali, timori e speranze – e il tempo oggettivato della pratica medica. Questa discrepanza temporale, che Maurice Merleau-Ponty descriverebbe come uno scollamento tra “temps vécu” e “temps objectif”, genera una profonda sensazione di alienazione dall’esperienza di cura[1].

In tale contesto, può essere utile ricordare che Thomas Fuchs ha introdotto la nozione di opacità corporea per indicare la situazione in cui il corpo del paziente, invece di fungere da medium trasparente per il mondo e per la relazione interpersonale, si trasforma in un ostacolo che spezza il flusso di comunicazione. Invece di un’esperienza di risonanza affettiva con il medico, il corpo del paziente può irrigidirsi, generando una sensazione di alienazione e isolamento.

Come Fuchs descrive:

In melancholia, the body loses the lightness, fluidity, and mobility of a medium and turns into a heavy, solid body that puts up resistance to the subject’s intentions and impulses. […] The melancholic patient experiences a local or general oppression, anxiety, and rigidity (e.g., a feeling of an armor vest or tire around the chest, lump in the throat, or pressure in the head). Sense perception and movement are weakened and finally walled in by this rigidity, which is visible in the patient’s gaze, face, or gestures” (Fuchs 2005, p. 99).

Questa rigidità non solo ostacola l’esperienza corporea del paziente, ma crea una barriera che impedisce il processo di intersoggettività e comprensione reciproca, rendendo la comunicazione terapeutica una sfida. La relazione medico-paziente richiede quindi un’attenzione particolare per superare queste barriere e ristabilire un senso di connessione intercorporea[2].

Sul piano intersoggettivo, il mancato ascolto produce quella che Alfred Schütz descriverebbe come una rottura della “reciprocità delle prospettive”. Medico e paziente, invece di co-costruire un orizzonte condiviso di significati, rimangono intrappolati in mondi esperienziali paralleli e incomunicanti. Questa frattura intersoggettiva si manifesta con particolare evidenza quando il paziente tenta di comunicare sintomi soggettivi difficilmente quantificabili attraverso parametri oggettivi, come documentato da Friedberg et al. (2013).

La neurofisiologia del mancato ascolto

Pur non essendo il mio campo di competenza, vorrei comunque riferire come tali riscontri siano manifesti anche al livello delle basi neurobiologiche dove il “dolore del mancato ascolto” si traduce in alterazioni fisiologiche concrete. Il corpo non è semplicemente un recettore passivo dello stress comunicativo, ma un sistema dinamico che risponde attivamente attraverso complesse cascate neurobiologiche.

La ricerca neurofisiologica ha documentato come l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene sia particolarmente sensibile alle esperienze di disconnessione sociale. Il mancato riconoscimento da parte del medico attiva questo sistema neuroendocrino in modo analogo a una minaccia fisica. I livelli elevati di cortisolo che ne derivano non sono semplicemente un marker di stress, ma interferiscono attivamente con i processi di consolidamento mnestico a livello ippocampale. Come evidenziato da van Dulmen e Bensing (2002), questo meccanismo spiega perché i pazienti che sperimentano il mancato ascolto mostrano una compromissione significativa nella capacità di ricordare e integrare le informazioni mediche ricevute.

Inoltre, la dimensione temporale della comunicazione inefficace trova un correlato neurobiologico nelle alterazioni dei ritmi circadiani e nella desincronizzazione dei sistemi neuroendocrini. L’accelerazione forzata del tempo clinico, imposta dalle pressioni istituzionali, si scontra con i tempi biologici dell’elaborazione emotiva e cognitiva. Questa discrepanza temporale non è semplicemente psicologica, ma si riflette in precise alterazioni dei pattern di secrezione ormonale e dei ritmi autonomici.

La frattura epistemologica

Il conflitto tra l’epistemologia scientifica del medico e l’epistemologia esperienziale del paziente si manifesta come una profonda frattura nella costruzione condivisa del significato della malattia. Come evidenziato da Georges Canguilhem nel suo “Il normale e il patologico”, la comprensione medica della malattia come deviazione da parametri oggettivi si scontra con l’esperienza vissuta del paziente, per il quale la malattia rappresenta una radicale alterazione del proprio essere-nel-mondo. Questa frattura epistemologica si manifesta con particolare evidenza nel già citato fenomeno dell’autocensura anticipatoria documentato da Tasaki et al. (2002). Il paziente che sceglie di non rivelare l’utilizzo di medicine alternative non sta semplicemente omettendo un’informazione, ma sta proteggendo un intero sistema di significati e pratiche di cura che sente minacciato dall’epistemologia biomedica dominante.

La temporalità dell’incontro clinico

Il tempo dell’incontro clinico si configura come un campo di tensione tra diverse temporalità: il tempo vissuto del paziente, il tempo professionale del medico e il tempo istituzionale del sistema sanitario. Questa pluralità temporale non è semplicemente un problema organizzativo, ma una dimensione fondamentale dell’esperienza di cura.

Il paziente vive il tempo della malattia come quello che Eugene Minkowski definirebbe un “tempo qualitativo”, denso di significati esistenziali e caratterizzato da una peculiare distorsione della prospettiva temporale. Questo tempo vissuto si scontra con il tempo quantitativo e standardizzato della pratica medica, generando quella che Keshavarzi et al. (2022) identificano come una delle principali barriere alla comunicazione efficace.

Ascolta il podcast di YOD Institute “Dialoghi nella spina”. In questa puntata, Francesco, medico internista di Napoli, solleva una domanda sulla distinzione pratica tra homo patiens e homo muniens.

Verso una nuova comprensione

L’integrazione di queste diverse prospettive – fenomenologica, neurobiologica, epistemologica e temporale – suggerisce che il “dolore del mancato ascolto” non può essere ridotto a un semplice problema di competenze comunicative. Richiede invece una profonda trasformazione del modo in cui concepiamo e pratichiamo la relazione terapeutica.

L’incorporazione del mancato ascolto

Il “dolore del mancato ascolto”, dunque, non rimane confinato alla sfera psicologica ma si incorpora in precise alterazioni delle dinamiche relazionali e fisiologiche. La medicina fenomenologica, come articolata da Thomas Fuchs, ci permette di comprendere come questa incorporazione si manifesti attraverso quello che potremmo definire un “ciclo di risonanza negativa”. Il paziente, sentendosi non ascoltato, sviluppa pattern di tensione muscolare e alterazioni posturali che a loro volta influenzano la sua capacità di esprimersi e di entrare in relazione con il medico.

Questa dinamica di incorporazione emerge con particolare evidenza nelle situazioni di dolore, dove il mancato riconoscimento dell’esperienza soggettiva del paziente può innescare quello che Drew Leder, nel suo The Absent Body, definisce una “dys-appearance”. Il corpo dolente emerge alla consapevolezza non come semplice sensazione fisica, ma come una complessa esperienza di alienazione che trasforma radicalmente il rapporto con sé stessi e con gli altri.

Come il testo evidenzia in un passaggio chiave:

Prior to visiting the doctor’s office, the pain and disability of the patient have already laid the groundwork for a distanced perspective. […] When normal physiology reaches certain functional limits it seizes our attention. We remember the body at times of hunger, thirst, strong excretory needs, and the like. It is biologically adaptive that we recall our situation at such moments and that their unpleasantness exerts a telic demand for removal. Cases of weakness, dizziness, or fatigue operate similarly (p. 84).

In questa prospettiva, il dolore non è solo un’esperienza sensoriale ma diventa un vero e proprio “focal disturbance” che altera la nostra modalità di essere-nel-mondo. Il corpo non è più lo sfondo silenzioso della nostra esperienza ma emerge come una presenza aliena e problematica che richiede una costante attenzione tematica, influenzando profondamente la capacità del paziente di comunicare la propria esperienza e di stabilire una relazione terapeutica efficace.

La dimensione istituzionale

Il contesto istituzionale in cui si svolge l’incontro medico-paziente non è un semplice sfondo, ma un attivo co-costituente dell’esperienza comunicativa. Come evidenziato da Roter (2000), «the medical dialogue provides the fundamental vehicle through which the paradigmatic battle of perspectives is waged» (Roter 2000, p. 5). Questa battaglia di prospettive non si gioca solo tra individui, ma coinvolge l’intera struttura istituzionale della medicina moderna. La pressione temporale, le esigenze burocratiche, i protocolli standardizzati creano quello che Michel Foucault descriverebbe come un “dispositivo” che plasma in modo invisibile ma potente le possibilità stesse della comunicazione. Non è un caso che van Dulmen e Bensing (2002) identifichino nelle costrizioni istituzionali uno dei principali ostacoli alla realizzazione di una comunicazione autenticamente terapeutica.

La riconfigurazione della pratica clinica

Il superamento del “dolore del mancato ascolto” richiede una profonda riconfigurazione della pratica clinica che vada oltre l’acquisizione di semplici competenze comunicative. Come suggerisce la ricerca di Friedberg et al. (2013), è necessario sviluppare un nuovo “habitus terapeutico”. Gli autori identificano specifiche barriere nel contesto della pratica clinica che richiedono un ripensamento sistemico dell’approccio alla comunicazione:

Barriers to shared decision making included overworked physicians, insufficient provider training, and clinical information systems incapable of prompting or tracking patients through the decision-making process […] Methods to improve shared decision making included using automatic triggers for the distribution of decision aids and engaging team members other than physicians in the process” (Friedberg et al., 2013, p. 268).

Questa evidenza suggerisce che la riconfigurazione della pratica clinica deve operare su molteplici livelli: dalla formazione dei professionisti, alla strutturazione dei sistemi informativi, fino al ripensamento dei ruoli all’interno del team sanitario. Non si tratta semplicemente di migliorare le competenze comunicative individuali, ma di trasformare l’intero ecosistema della pratica clinica per favorire l’emergere di una comunicazione autenticamente terapeutica.

Il nuovo “habitus terapeutico” deve essere caratterizzato da una maggiore consapevolezza delle dimensioni incorporate, temporali e intersoggettive dell’incontro clinico. Questo richiede un’attenzione particolare alla formazione dei professionisti sanitari, che deve includere non solo l’acquisizione di tecniche comunicative, ma anche lo sviluppo di una sensibilità fenomenologica capace di cogliere le sottili dinamiche dell’interazione medico-paziente.

Questa riconfigurazione, dunque, deve necessariamente coinvolgere anche la formazione medica. L’integrazione di prospettive fenomenologiche e neurobiologiche nel curriculum formativo può aiutare i futuri medici a sviluppare quella che Maurice Merleau-Ponty chiamerebbe una “intelligenza del corpo”[3], una capacità di sintonizzazione intercorporea che va oltre la semplice competenza tecnica.

La ricerca futura dovrà esplorare più approfonditamente le modalità attraverso cui questa riconfigurazione può essere realizzata nella pratica quotidiana, tenendo conto delle costrizioni istituzionali e delle resistenze culturali che inevitabilmente si incontreranno. In particolare, sarà cruciale sviluppare metodologie di ricerca che permettano di cogliere la complessità fenomenologica dell’esperienza comunicativa senza ridurla a parametri quantitativi.

Conclusioni: verso una medicina dell’ascolto

La comprensione del “dolore del mancato ascolto” come fenomeno complesso che intreccia dimensioni fenomenologiche, neurobiologiche e istituzionali apre nuove prospettive per la trasformazione della pratica medica contemporanea. L’analisi condotta suggerisce che non si tratta semplicemente di migliorare le tecniche comunicative, ma di ripensare radicalmente il modo in cui concepiamo l’incontro terapeutico.

Un aspetto cruciale emerso da questa analisi riguarda la necessità di superare la dicotomia tra l’oggettività scientifica e la soggettività dell’esperienza vissuta. Questa evidenza suggerisce la necessità di sviluppare quello che potremmo definire un “monismo integrato”, dove l’attenzione all’esperienza soggettiva non è vista in opposizione alla competenza scientifica, ma come sua necessaria integrazione.

La dimensione temporale dell’incontro clinico richiede particolare attenzione. La ricerca futura dovrà esplorare modalità innovative per gestire quella che Henri Bergson chiamerebbe la “durée réelle”[4] dell’esperienza terapeutica, sviluppando modelli organizzativi che permettano l’emergere di una temporalità condivisa tra medico e paziente. Questo potrebbe includere l’esplorazione di nuovi formati di consultazione, l’integrazione di pratiche contemplative nella formazione medica, e lo sviluppo di strumenti tecnologici che facilitino una comunicazione più profonda e meno frammentata.

L’attenzione alla dimensione incorporata della comunicazione suggerisce inoltre la necessità di sviluppare quella che Eugene Gendlin ha definito una “felt sense” nella pratica clinica – una capacità di sintonizzazione con le dimensioni pre-riflessive dell’esperienza che permetta di cogliere i segnali sottili di disconnessione comunicativa prima che si cristallizzino in pattern disfunzionali. Il felt sense, è la sensazione corporea di una situazione emotiva totale, un intreccio di molti elementi percepiti come un’unità.

Come spiega l’autore:

A felt sense is made of many interwoven strands, like a carpet. But it is felt (or ‘seen,’ if we pursue the carpet analogy) as one. […] It is a sense of your total emotional situation, a feel of many things together, in which an emotion can be embedded or from which an emotion is produced» (Gendlin 1981, p. 96).

Il felt sense, dunque, si distingue dalle emozioni ordinarie in quanto non è semplicemente un’emozione identificabile come rabbia, paura o gioia, ma una percezione corporea più complessa e sfumata che richiede tempo per emergere (circa 30 secondi) e non è facilmente traducibile in parole. È un processo corporeo che permette di accedere a significati più profondi dell’esperienza, operando come una sorta di “bussola somatica” che guida verso una comprensione più integrata di situazioni problematiche.

La sfida più significativa riguarda probabilmente la trasformazione delle istituzioni sanitarie. Come evidenziato da Roter (2000), le barriere alla comunicazione efficace sono spesso radicate nelle strutture stesse del sistema sanitario. La ricerca futura dovrà quindi esplorare come le istituzioni possano essere riconfigurate per sostenere, anziché ostacolare, lo sviluppo di relazioni terapeutiche autentiche.

In ultima analisi, il superamento del “dolore del mancato ascolto” richiede lo sviluppo di quella che potremmo definire una “medicina dell’ascolto” – una pratica clinica che integri competenza scientifica, sensibilità fenomenologica e consapevolezza delle dinamiche relazionali. Solo attraverso questa integrazione sarà possibile realizzare quella che Canguilhem definiva la vera essenza della medicina: non solo la cura della malattia, ma il sostegno alla capacità del vivente di stabilire nuove norme di vita in risposta alle sfide dell’esistenza.

Il cammino verso questa medicina dell’ascolto è complesso e richiederà un impegno coordinato di ricercatori, clinici e istituzioni. Tuttavia, la comprensione più profonda del “dolore del mancato ascolto” che emerge da questa breve analisi suggerisce che questo impegno non è solo eticamente necessario, ma anche scientificamente fondato e clinicamente efficace.

Quando il medico non ascolta, il silenzio diventa malattia. L’inaudalgia è il dolore invisibile della medicina moderna.

Riferimenti bibliografici

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Bergson, H. (2001). Time and free will: An essay on the immediate data of consciousness. Dover Publications. (Opera originale pubblicata nel 1889)

Canguilhem, G. (1998). Il normale e il patologico. Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1966)

Foucault, M. (1976). The birth of the clinic. Tavistock Publications.

Frank, A. W. (1995). The wounded storyteller: Body, illness, and ethics. University of Chicago Press.

Friedberg, M. W., Van Busum, K., Wexler, R., Bowen, M., & Schneider, E. C. (2013). A demonstration of shared decision making in primary care highlights barriers to adoption and potential remedies. Health Affairs, 32(2), 268-275.

Fuchs, T. (2005). Corporealized and disembodied minds: A phenomenological view of the body in melancholia and schizophrenia. Philosophy, Psychiatry & Psychology, 12(2), 95-107.

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Husserl, E. (1989). Ideas pertaining to a pure phenomenology and to a phenomenological philosophy (R. Rojcewicz & A. Schuwer, Trans.). Kluwer Academic Publishers.

Keshavarzi, M. H., Safaie, S., Faghihi, S. A. A., & Zare, S. (2022). Barriers of physician-patient relationships in professionalism: A qualitative study. Journal of Advances in Medical Education & Professionalism, 10(3), 199-206.

Leder, D. (1990). The absent body. University of Chicago Press.

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Merleau-Ponty, M. (1964). Le visible et l’invisible. Gallimard.

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Roter, D. (2000). The enduring and evolving nature of the patient–physician relationship. Patient Education and Counseling, 39(1), 5-15.

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Tasaki, K., Maskarinec, G., Shumay, D. M., Tatsumura, Y., & Kakai, H. (2002). Communication between physicians and cancer patients about complementary and alternative medicine: exploring patients’ perspectives. Psycho-Oncology, 11(3), 212-220.

van Dulmen, A. M., & Bensing, J. M. (2002). Health promoting effects of the physician-patient encounter. Psychology, Health & Medicine, 7(3), 289-299.

Zahavi, D. (2001). Beyond empathy: Phenomenological approaches to intersubjectivity. Journal of Consciousness Studies, 8(5-7), 151-167.


[1] Merleau-Ponty distingue tra temps vécu (tempo vissuto) e temps objectif (tempo oggettivo) nel contesto della sua fenomenologia del corpo e dell’esperienza. Il temps vécu si riferisce al tempo così come è percepito soggettivamente, intrinsecamente legato alla nostra esistenza concreta e alla nostra capacità di dare senso al mondo attraverso l’esperienza diretta. Al contrario, il temps objectif rappresenta il tempo misurabile e standardizzato, astratto e indipendente dalla soggettività individuale, che domina nelle pratiche scientifiche e istituzionali. Questa tensione tra le due dimensioni temporali rivela, secondo Merleau-Ponty, il carattere irriducibile dell’esperienza umana, che sfugge a qualsiasi riduzione esclusivamente oggettivante.

[2] Questa dinamica è particolarmente evidente nelle situazioni descritte da Tasaki et al. (2002), in cui il 70% dei pazienti che utilizzano medicine alternative non ne parla con il proprio medico, manifestando una forma di “embodied resistance” alla comunicazione.

[3] Il concetto di “intelligence du corps” in Merleau-Ponty si distingue dalla nozione husserliana di Leiblichkeit per la sua enfasi sulla dimensione pre-riflessiva dell’intercorporeità. Mentre la tradizione fenomenologica classica enfatizzava il ruolo della coscienza intenzionale, Merleau-Ponty sviluppa una teoria dell’intelligenza corporea che anticipa le contemporanee teorie dell’embodied cognition e della cognitive neuroscience (cfr. Gallagher, 2005; Varela et al., 1991). Particolarmente rilevante per la pratica medica è la sua analisi del “schema corporeo” come sistema dinamico di potenzialità motorie e percettive che struttura implicitamente l’interazione intersoggettiva. Per una discussione approfondita delle implicazioni cliniche di questa prospettiva si veda Fuchs (2005) “Corporealized and Disembodied Minds” e Zahavi (2001) “Beyond Empathy: Phenomenological Approaches to Intersubjectivity”.

[4] Henri Bergson introduce il concetto di durée réelle (durata reale) per descrivere il tempo come esperienza vissuta, qualitativa e continua, in contrapposizione al tempo spazializzato e frammentato delle misurazioni scientifiche. La durée réelle è il flusso ininterrotto della coscienza, che non può essere ridotto a una serie di istanti discreti, ma che si sviluppa come un tutto dinamico e indivisibile. Nel contesto dell’esperienza terapeutica, il riferimento alla durée réelle sottolinea l’importanza di considerare il tempo vissuto dal paziente e dal medico come una dimensione qualitativa che trascende le semplici scansioni cronologiche, favorendo una relazione autentica e condivisa.

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