QUARTA DI COPERTINA
Perché ci sentiamo fraintesi proprio da chi ci è più vicino? Perché conversazioni che iniziano con le migliori intenzioni finiscono in un muro di silenzio, o in uno scontro esasperato? Perché, pur comunicando continuamente, abbiamo la sensazione che qualcosa di essenziale ci stia sfuggendo?
Giovanni Scarafile ci guida in un percorso innovativo che ribalta le concezioni tradizionali della comunicazione. Questo non è l’ennesimo trattato astratto né un manuale di tecniche comunicative che promette soluzioni immediate. La dialogetica – la nuova disciplina proposta dall’autore che integra antropologia filosofica, fenomenologia e pragmatica comunicativa – nasce invece dalla convinzione che il dialogo autentico richieda un viaggio interiore di conoscenza di sé. Solo attraverso l’esplorazione e l’accettazione della propria finitezza è possibile aprirsi veramente all’altro.
Scarafile decostruisce il mito dell’età dell’oro della comunicazione, dimostrando che il dialogo autentico non necessita di condizioni ideali. Al centro della riflessione emerge l’inaudalgia: il dolore universale del mancato ascolto che segna profondamente le nostre relazioni. L’autore individua due archetipi umani fondamentali – l’homo patiens che accoglie la propria fragilità e l’homo muniens che la nega – offrendo non ricette preconfezionate, ma una mappa per orientarsi nel territorio complesso delle relazioni umane.
Un libro che unisce profondità filosofica e accessibilità, invitando il lettore a intraprendere quel percorso di trasformazione personale senza il quale ogni tentativo di dialogo rimane superficie. Per chiunque voglia riscoprire il potere trasformativo della parola condivisa.
Del libro abbiamo parlato nella trasmissione di Rai Tre “Sulla via di Damasco” di Vito Sidoti, condotta da Eva Crosetta.
Dell’articolo abbiamo parlato con Tommaso Giartosio su Fahrenheit, Radio Tre.
Commento al Messaggio di papa Leone per la Giornata mondiale della pace 2026 – 19 dicembre 2025

Non è la profezia a mancare, ma l’ascolto. Come Cassandra, la Terra continua a parlarci: nei venti, nei ghiacciai che si sciolgono, nelle foreste che bruciano. E se il futuro non dovesse essere previsto, ma finalmente udito?
Il pacifismo non è una reliquia del Novecento. È la coscienza vigile che si oppone alla riduzione della pace a dispositivo di controllo. È l’unico linguaggio politico che rifiuta di confondere la quiete con la giustizia. Su Avvenire del 5 novembre 2025

Oggi sentiamo che il nostro linguaggio è esausto proprio quando avremmo più bisogno di usarlo per resistere al male. Le parole che per secoli hanno nominato l’orrore sembrano svuotate, incapaci di dire la verità di ciò che vediamo. Per questo avvertiamo l’urgenza di tornare a un dialogo che non sia retorica ma resistenza. Seguendo l’intuizione di Camus, riconosciamo che alla morale dell’assassinio – che impone silenzio e riduce l’altro a bersaglio – possiamo opporre una morale del dialogo, anche quando il dialogo concreto è impossibile. Testimoniare diventa il nostro modo di parlare a chi verrà dopo, di tenere aperto uno spazio in cui l’umano non sia del tutto sconfitto. Siamo chiamati a seminare parole e gesti che non cambiano subito la realtà, ma impediscono che essa si chiuda nella logica della forza. È in questo spazio fragile che ci giochiamo la possibilità di restare umani.
Su Avvenire del 24 settembre 2025

Quante volte la medicina parla di empatia senza davvero ascoltare? Quante voci restano fuori, ridotte a sintomi e codici? E se la vera rivoluzione fosse ricominciare dall’ascolto, dal riconoscere il paziente come co-autore della cura? Gutenberg del 19 settembre 2025


Che cosa rende sterili le nostre esistenze, nelle loro relazioni politiche e sociali? A mio avviso, l’illusione di poter restare impermeabili all’altro – la postura muniens – ci priva di incontri autentici e trasformativi. Solo un realismo della finitudine, che accetta i limiti e apre alla dialogetica, può restituire relazioni capaci di ospitalità e di durata, non fondate sul controllo ma sulla possibilità di condividere il tempo e lasciarsi cambiare. Su Avvenire del 23 agosto 2025.

Nel lavoro e nella vita, servo in vista, ecco che arriva il conformista!
su Avvenire, 19 agosto 2025

Di fronte agli orrori della guerra, non siamo indifferenti. Siamo spesso indignati, turbati, perfino paralizzati. Ma questa indignazione, per quanto autentica, resta spesso informe, senza voce, senza traduzione. Non perché non ci importi, ma perché ci manca il linguaggio condiviso, la struttura capace di trasformare il sentire in agire. L’erosione delle forme intermedie di rappresentanza – partiti, associazioni, movimenti – ha lasciato un vuoto che nemmeno la spontaneità più sincera riesce a colmare. E così, la partecipazione si frantuma in gesti isolati, l’urgenza etica si consuma nel silenzio. Non serve sentire di più. Serve agire meglio. L’indignazione, senza radici comuni, è solo rumore (Avvenire 24 luglio 2025)

Nella recente lettera di Trump ai paesi europei, gli Stati Uniti vengono dipinti come vittime di un complotto globale: una narrazione che riduce la complessità del mondo a uno schema binario di carnefici e vittime. Di fronte a questa logica paranoica, una risposta puramente economica o diplomatica è insufficiente. Nel 2020, oltre 150 intellettuali — tra cui Chomsky, Atwood e Rushdie — firmarono una lettera pubblicata su Harper’s Magazine per denunciare la chiusura del dibattito pubblico e il pericolo delle retoriche manichee. Oggi, quella denuncia risuona più attuale che mai.Serve una contro-narrazione culturale e antropologica, capace di rimettere al centro la dignità, la complessità e la responsabilità condivisa (Avvenire, 20 luglio 2025)

Nella “Lettera a George e Thomas Keats del 21 dicembre 1817, John Keats scrive che “quando un uomo è capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione”, egli possiede una “capacità negativa”, che è propria degli uomini completi. A colpire, in queste parole, non è soltanto l’elogio dell’indeterminato, ma la dignità accordata a uno stato dell’anima che oggi risulta quasi impronunciabile: la disponibilità a rimanere esposti, senza il bisogno immediato di rassicurarsi con spiegazioni, diagnosi, o verità di comodo. Abbiamo finito per convincerci, spesso senza accorgercene, che il dubbio sia un errore da correggere, una mancanza da colmare, una fase transitoria da superare al più presto, come se tutto ciò che non si risolve in un sapere certo e verificabile fosse una debolezza dell’intelletto, o peggio ancora, una perdita di tempo.
E invece esistono domande che non si lasciano esaurire da nessuna risposta, che resistono alle semplificazioni, che chiedono ascolto e maturazione, non soluzioni. Domande che abitano i margini dell’esperienza, e che, più che esigere un contenuto concettuale, trasformano il soggetto che le accoglie, lo costringono a dimorare in uno spazio interiore di sospensione, a tollerare l’assenza di immediatezza, a vivere il pensiero non come uno strumento, ma come una forma di presenza. In questo senso, il dubbio non è il contrario della conoscenza, ma la condizione stessa della sua profondità: ciò che rende possibile un sapere che non colonizza, ma custodisce.
Questo articolo è dedicato a chi non si accontenta di formule rapide, a chi non teme l’inquietudine che nasce dal pensare, a chi continua a credere che la libertà non consista nella rapidità delle risposte, ma nella pazienza di sostare dentro ciò che non si lascia afferrare, e che proprio per questo ci riguarda più intimamente.
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Quando ho pensato di scrivere questo articolo, tre domande mi hanno accompagnato fin dall’inizio. La prima: possiamo ancora fidarci delle parole, in un tempo in cui la verità sembra affogare nella moltiplicazione delle versioni, delle fake news e delle narrazioni confezionate per compiacere? La seconda: cosa rende oggi autorevole, credibile, degna di fiducia una parola pubblica? E infine: esistono ancora, nel rumore continuo dell’informazione, criteri che ci permettano di distinguere tra chi cerca di raccontare il mondo e chi cerca soltanto di manipolarlo?
Non ho risposte definitive, ma ho maturato una convinzione: oggi più che mai, scegliere di essere fedeli alla parola — non come strumento di potere, ma come luogo di responsabilità — è forse l’unico modo che abbiamo per non tradire la realtà e, insieme, la nostra umanità.
[Questo articolo è stato richiamato su Pagina 3 del 10 giugno].
C’è questa storia del “pastore arcaico”, raccontata da De Martino, che quando la lessi mi rimase impressa e che mi è tornata in mente in questi giorni. Un episodio minimo, in realtà. Eppure, in quella smagliatura si apre qualcosa che riguarda tutti: il momento in cui un riferimento scompare e con esso si incrina l’orientamento interiore. Non una risposta, ma un’esercitazione dello sguardo.
Una rilettura di Mons. Dario Edoardo Viganò su “Sante Parole”, Isoradio, 23 novembre 2025


Ho scritto questo articolo per tre motivi. Anzitutto, per rispondere alla crescente esigenza di un’etica capace di confrontarsi con le sfide globali, superando l’astrazione per tornare a incidere nei luoghi concreti della decisione e della convivenza. In secondo luogo, per proporre una riflessione critica sul dialogo interculturale, riconoscendone tanto l’urgenza quanto le ambiguità, a partire dai rischi dell’esotismo consolatorio, del sincretismo superficiale e della neutralità rinunciataria. Infine, ho scritto per sostenere l’idea di una filosofia ospitale: non come semplice atteggiamento di apertura, ma come metodo rigoroso di pensiero capace di accogliere l’altro senza cancellarne la differenza, e di confrontarsi con la complessità senza temere il disorientamento.

L’intero convegno può essere rivisto a questo link:
“Forse è proprio questa la felicità autentica: sentire che nello spazio aperto tra noi e gli altri c’è già tutto ciò che serve per abitare il mondo—insieme, mai più estranei alla vita degli altri, mai più assenti a noi stessi”. Con queste parole ho voluto concludere il mio intervento, ma in realtà esse non sono una fine: sono un invito. Un invito a riconoscere che ogni volto che incontriamo è una porta verso casa, che ogni mano tesa è un ponte verso quella felicità che non dobbiamo cercare lontano, perché è già qui, tessuta nei fili invisibili che ci legano gli uni agli altri. La vera rivoluzione non sta nel cambiare il mondo, ma nel cambiare il nostro modo di stare al mondo—con gli occhi aperti, il cuore disponibile, e la certezza antica che siamo fatti per essere insieme. È questo il regalo più grande che possiamo farci: smettere di cercare la felicità e iniziare, finalmente, a viverla.
Ho scritto questa riflessione perché vivo sulla mia pelle, ogni giorno, quei momenti sospesi tra un “già” e un “non ancora”. È in questi spazi liminali che ho scoperto la verità più profonda del nostro esistere. Attraversando soglie, ci trasformiamo in ciò che siamo destinati a diventare.




In un’epoca che vorrebbe trasformare ogni battito del cuore in un grafico, l’erranza simbolica è la nostra ribellione segreta. È quel brivido quando una melodia ci tocca l’anima, quel mistero in uno sguardo d’amore, quella verità che sentiamo ma non possiamo misurare. È il nostro modo di dire: siamo umani
Su Avvenire del 6 febbraio 2025

Sul dialogo
Avvenire, 5 ottobre 2024

Il Foglio, 28 agosto 2024

Avvenire, 3 agosto 2024

Intervista, pubblicata su Il Giornale di Brescia, 28 luglio 2024.

Forse siamo tutti – chi più, chi meno – affetti dalla sindrome di Pigmalione… Modelliamo le nostre esperienze come lo scultore crea la sua statua, innamorandoci delle versioni idealizzate che esibiamo nei social media, lontani dalla realtà autentica. L’esotizzazione delle nostre esperienze inizia con la loro dislocazione: un concerto di pianoforte non è più limitato a una sala tradizionale, ma si svolge in una riserva marina, all’alba, trasformando una normale esibizione in un evento “straordinario”. E così, di straordinario in straordinario, viene il sospetto che la continua trasformazione delle esperienze di fatto mascheri una progressiva anestetizzazione verso il reale. Siamo sempre più disconnessi dal valore autentico delle nostre esperienze, percependo la vita come una sequenza di immagini e non come una serie di momenti significativi. Mentre viviamo per l’immagine, vendiamo la nostra immaterialità all’economia delle attenzioni, dove ogni esperienza è trasformata in merce per il profitto. La sostanza delle nostre vite diventa un prodotto da mostrare, e il significato autentico si dissolve nella lotta per visibilità e approvazione.

Su Avvenire, del 6 luglio 2024


Avvenire, 6 aprile 2024


Quando il politicamente corretto diventa il modo per mascherare l’indifferenza ai valori, ci troviamo di fronte a un paradosso che mina le fondamenta stesse della nostra società. Questa trasformazione, in cui le parole e le azioni vengono filtrate attraverso il prisma dell’accettabilità sociale senza un genuino impegno per i valori sottostanti, riflette una disconnessione crescente tra l’espressione superficiale e la sostanza dei principi morali. In un’epoca segnata dalla frammentazione e dalla perdita di un senso condiviso di direzione, come osservato da William Butler Yeats, “Le cose crollano; il centro non può reggere”, il politicamente corretto può diventare un sostituto comodo per l’impegno autentico nei confronti dei valori fondamentali.

Ho scritto questa breve riflessione perché sono rimasto profondamente colpito dal modo in cui “La zona di interesse” di Jonathan Glazer ci sfida a riflettere sulla nostra complicità nelle dinamiche di disumanizzazione e reificazione. Attraverso la vita quotidiana della famiglia di Rudolf Höß e il simbolismo del muro che separa la loro apparente normalità dalle atrocità di Auschwitz, il film evidenzia come facilmente erigiamo barriere morali ed emotive per negare il nostro ruolo nei sistemi di oppressione.
Dal sito di Avvenire


Avvenire, 22 febbraio 2024


Intervista integrale: https://shorturl.at/hvwIX
Bonhoeffer ci mostra una Chiesa che, come un giardino, rivela un’intreccio di vita, non solo singoli fiori. Il suo “pensiero olografico” apre a una realtà dove il divino trasforma l’ordinario.
Su Avvenire del 28 dicembre 2023.

Il pacifismo ha una base di partenza perfino banale: se l’odio e la violenza non hanno mai risolto un conflitto, quali alternative abbiamo al dialogo che non sia il dialogo stesso?

Ho scritto questo testo perché ritengo fondamentale riconoscere il valore degli Animatori di Comunità, il cui ruolo è stato enfatizzato da Papa Francesco nel suo discorso ai giovani del “Progetto Policoro”. Il Papa ha interpretato l’animazione di comunità come un invito a “dare animo”, spostando l’attenzione dall’io autoreferenziale all’io in relazione con gli altri. In una società segnata dall’individualismo e dalla tecnocrazia, che oscurano il valore delle connessioni umane, l’approccio relazionale proposto offre un’alternativa basata su interdipendenza e solidarietà. Gli Animatori di Comunità emergono come guide essenziali in questo passaggio, promuovendo la costruzione di legami autentici e una società più inclusiva e coesa.

Nella vita compiamo ogni giorno dei gesti a cui non prestiamo particolare attenzione. E poi, ci sono gesti particolari, come quello immortalato da Simone Martini nel suo affresco del 1312 nella Basilica inferiore di Assisi. Qui, l’artista cattura un momento unico: San Martino, un cavaliere in armatura, interrompe il suo cammino per compiere un’azione straordinaria. Con una spada, taglia il suo mantello per condividerlo con un mendicante tremante di freddo. Questo gesto trascende la semplice generosità. È l’espressione di una conoscenza più intima e intuitiva, un’apertura verso una verità più autentica e profonda. In questo atto, San Martino non si muove solo per un impulso mentale, ma si connette con l’essenza stessa delle cose, andando oltre la logica comune. Il ritorno simbolizzato dal gesto di San Martino, nel volgersi verso chi ha bisogno, è un rinnovamento dell’essere, una riscoperta continua della verità fondamentale. Il suo agire rivela non solo generosità ma anche una sincera manifestazione religiosa, unendo mente e cuore in un’esperienza che supera la mera conoscenza razionale, riportandoci alle nostre radici più profonde e all’incontro con il divino.
Ne ho parlato su Avvenire del 17 novembre.

Ho scritto questo testo per manifestare la mia inquietudine di fronte alla guerra e alla perdita di vite innocenti. La mia intenzione è sollecitare una riflessione che superi le semplificazioni del pensiero dicotomico e le distorsioni dell’astrazione. La guerra ci interpella profondamente, richiedendo un’analisi critica e un’azione consapevole. Cerco di promuovere un dialogo che riconosca la complessità umana e che si opponga alla riduzione dell’altro a mero oggetto di conflitto. Queste parole sono un invito a considerare ogni individuo nella sua interezza, stimolando un impegno attivo per la pace e la comprensione reciproca.

Leggi da Avvenire.
Come possiamo cercare di comprendere l’ineffabile male che affligge il mondo senza cadere nella presunzione di avere tutte le risposte? In che modo l’interrogazione filosofica e etica può contribuire a una comprensione più profonda del male e della sofferenza? È possibile trovare redenzione o comprensione attraverso il semplice atto del porsi domande sul male, nonostante la sua apparente inspiegabilità?

Leggi sul sito di Avvenire
Mi ha intrigato la ‘piccola via’ delineata da questa giovane donna di venti anni, Marie-Françoise Thérèse Martin, divenuta celebre con il nome di Teresa di Lisieux. Più che focalizzarmi su Teresa come figura storica o santa, ho cercato di riflettere sulla sua antropologia, sulla vita della coscienza, un terreno comune che accomuna credenti e non credenti. L’antropologia dell’apertura vulnerabile di Teresa di Lisieux è, quindi, un invito ad abbracciare un modello di esistenza in cui la fragilità accogliente e la donazione generosa non sono solo virtù spirituali, ma principi guida per addentrarsi nella complessità del tessuto umano e divino in cui siamo immersi. In questa danza delicata e profonda tra dare e ricevere, tra aprirsi e accogliere, si svela un cammino di santità accessibile e terreno, intricato e sacro, piccolo e infinitamente ampio.

C’era questo personaggio, Stillman, in uno dei libri di Auster. Era un vecchietto un po’ scorbutico che se ne andava in giro a fare una cosa apparentemente senza senso come collezionare oggetti rotti. Attraverso i suoi occhi, contemplavamo un mondo frantumato, dove l’essenza delle cose era andata perduta, sostituita da vuote esistenze. Ho pensato a Stillman quando ho letto “L’Assoluto e la storia. L’Europa a venire, a partire da Husserl” di Vincenzo Costa. La disconnessione, che Stillman avvertiva palpabile nei rifiuti urbani di New York, rispecchia quella più profonda che Vincenzo Costa analizza nel suo libro. Costa ci guida in un necessario per comprendere e affrontare la crisi di significato e identità che permea la nostra società. E così, in un mondo dove l’oggetto e il suo significato sembrano separati, il pensiero fenomenologico può offrire una chiave di lettura, un ponte tra la realtà tangibile e il suo significato profondo.
Su Avvenire del 27 settembre 2023

Di fronte a tragedie come l’aggressione a Palermo e la violenza di genere, una risposta forte richiede:
azione legale decisa,
norme chiare e
educazione continua sul senso della legge.
Le scuole e università non possono isolarsi dalla realtà; devono formare cittadini critici e consapevoli. L’educazione integrale è fondamentale per prevenire la perdita di valori e non può essere affidata ad iniziative sporadiche, sovraccaricando personale già oberato.
E poi, ci sono tre semplici domande: come influisce la mancanza di risorse adeguate sulla capacità delle scuole e università di instillare valori etici e morali negli studenti? Qual è l’effetto del finanziamento statale sull’efficacia delle istituzioni educative nel formare cittadini responsabili e consapevoli? In che modo viene garantita una distribuzione equa dei finanziamenti tra Nord e Sud?
Oggi, su Avvenire.

Ho scritto questo articolo perché l’alienazione, un concetto profondo che risale a Marx, influisce pesantemente sulla vita moderna, soprattutto nell’equilibrio tra lavoro e vita personale. Attraverso esempi come “Cat’s in the Cradle” di Harry Chapin, ho voluto mostrare le profonde ripercussioni dell’alienazione sulle relazioni intergenerazionali. Sottolineando l’analisi di Rahel Jaeggi, invito alla riflessione critica su abitudini e aspettative sociali, essenziale per affrontare questo problema pervasivo. La consapevolezza è il primo passo verso una soluzione.
Pubblicato su Avvenire del 23 agosto 2023.

In un viaggio a Tokyo, un’antica mappa cinese ha stimolato una riflessione sulla “interconnesiografia”, un termine che combina connettività e geografia e sottolinea l’importanza delle interconnessioni nel mondo moderno. Questa riflessione apre tre percorsi: riflettere sulla nostra tradizione culturale, capire la nostra cultura da una prospettiva esterna e apprendere da diverse visioni del mondo. In un’era di interconnessioni, come quella che stiamo vivendo, dobbiamo sfidare e ampliare continuamente la nostra comprensione del mondo, includendo le interpretazioni di diverse culture. Questo è il potenziale dell’interconnesiografia: unire persone e luoghi in una rete globale di connessioni.
Pubblicato su Avvenire del 3 agosto 2023.

Nel contesto attuale, dominato da egoismo e narcisismo, l’umiltà conserva un valore inestimabile. Il cammino verso la consapevolezza di sé e l’accettazione della nostra finitudine ci conduce a riscoprire l’essenza autentica dell’umiltà. Tuttavia, l’umiltà non è un segno di debolezza o subordinazione, ma si rivela piuttosto come la manifestazione di una profonda forza interiore e di saggezza.
Pubblicato su Avvenire del 20 luglio 2023.

Estratto dalla Introduzione alla seconda edizione di In lotta con il drago (Milella, 2023).
Leggi l’articolo sul sito di Avvenire.
Ero affascinato dal ruolo dell’intellettuale nella società moderna, un soggetto in bilico tra il distacco ascetico e l’impegno attivo. Luca Scarantino ed io ne abbiamo parlato con Hagi Kenaan. Personalmente, sono convinto che nelle pagine di Buber vi siano molte utili indicazioni per il nostro presente. Ero desideroso di esplorare come il pensiero di Buber risuonasse nell’era della comunicazione digitale, una sfida moderna alla quale anche Kenaan si confronta. Ma più di tutto, volevo capire come Kenaan vedesse il futuro della filosofia, la sua ‘saggezza dell’amore’, in un mondo che sembra sempre più dimenticare il valore del pensiero e dell’Amore.
Intervista sul sito di Avvenire
In questo editoriale, rifletto sulla importanza di proteggere la libertà e l’autonomia delle immagini prodotte dall’intelligenza artificiale, poiché il loro utilizzo improprio potrebbe perpetuare stereotipi e discriminazioni. Il digitale e il deep fake hanno messo in dubbio l’oggettività della fotografia, ma essa rimane un medium che può andare oltre la mera rappresentazione visiva, diventando uno strumento per esplorare la propria interiorità. La fotografia è come un pungolo che colpisce lo spettatore, coinvolgendolo in una relazione con un elemento che resiste alla nostra tendenza a ordinare il mondo. Le tecnologie legate alla intelligenza artificiale, invece, capovolgono l’indipendenza delle immagini in dipendenza, influendo sulla nostra percezione e comprensione del mondo. È necessario, quindi, un uso responsabile delle immagini prodotte dall’intelligenza artificiale e un’etica dell’immagine che sappia proporre approcci teorici e indicazioni pratiche comprensibili a tutti.

https://www.avvenire.it/agora/pagine/lai-pone-nuove-sfide-alletica-delle-immagini




Intervento/recensione su Etica delle immagini di Piero Dominici, Nòva Il Sole 24 Ore
Lettura di Igor Tavilla, pubblicata su Segni e Comprensione, a. XXXI n.s., n. 91 (2017)
Recensione di Viola Carofalo, Scienza&Filosofia, n. 19/2018
L’interdisciplinarità rappresenta oggi una nozione sempre più utilizzata e generalmente considerata sinonimo di dialogo tra saperi. Come si è giunti ad avvertire il bisogno di tale dialogo? Quali sono i fattori che hanno portato alla compartimentazione fra le discipline? Che differenza esiste tra multidisciplinarità, interdisciplinarità e transdisciplinarità? In che rapporto si trova il discorso sulla interdisciplinarità con la tradizionale distinzione tra cultura umanistica e cultura scientifica?
A partire dal celebre caso del richiamo della Ford Pinto, avvenuto negli anni Settanta negli Stati Uniti, dall’interno di molte discipline è sorta la “richiesta di etica” quale requisito necessario di molti codici deontologici. Si tratta indubbiamente di un risultato importante, sebbene ancora insufficiente rispetto alle potenzialità effettive dell’etica, se assunta nella sua capacità di cercare il necessario orientamento in dialogo con i propri interlocutori. Quale idea di filosofia consente di raggiungere questo obiettivo? Quale paradigma di comunicazione è richiesto per superare le secche di un approccio orientato meramente in senso deontologico? Quale valenza acquista l’ascolto come attitudine filosofica in grado di conciliare fatticità ed eidetica, dando così corpo alla ragion patica?
Per alludere al percorso accennato nel libro, risulta pertanto adeguata la scelta di Angerona, divinità romana, nell’iconografia ricordata nell’atto di portare il dito alla bocca nella richiesta di un silenzio attentivo, conditio sine qua non per una proposta filosofica che sappia farsi carico dell’altro.
Nell’ambito della comunicazione, le competenze comunicative colmano il gap tra teoria e pratica. Cimentarsi nel compito di integrare la teoria della comunicazione con la pratica significa fronteggiare, da un lato, lo snobismo di quanti vorrebbero preservare gli studi filosofici da ogni possibile contaminazione con la fatticità delle situazioni concrete dell’umano e, dall’altro, l’approccio meramente funzionalistico di quanti ritengono che la comunicazione sia di fatto riconducibile all’acquisizione di “tecniche”.
Il volume si interroga sulla possibilità di conciliare l’efficacia della comunicazione con l’approccio etico, che richiede di non obliterare l’alterità degli interlocutori. La tesi dell’autore è che tale possibilità possa essere ricercata non a partire da un corpus di valori già professati da parte di quanti partecipano allo scambio comunicativo, ma attraverso la risemantizzazione dello stesso concetto di efficacia che apre ad una progressiva detronizzazione delle pretese dell’io a favore dell’altro. Secondo lo stile indicato da Piero della Francesca nel particolare della Storia della vera Croce, posto in copertina, solo la contrazione, ovvero l’infinito interrogare dell’io è in grado di approssimare l’altro.

























