Natale: dialogo con l’impossibile. Note per una fenomenologia dell’incarnazione

Uno

Basta osservare un bambino nei suoi primi anni di vita per cogliere immediatamente una verità fondamentale: nel nucleo più profondo dell’essere umano risiede una tensione verso la conoscenza. I suoi “perché” incessanti, lo sguardo che esplora instancabilmente il mondo, le mani che afferrano ogni oggetto nuovo, tutto in lui manifesta questa disposizione originaria. Nel nucleo più profondo dell’essere umano risiede una tensione verso la conoscenza. Ma che cos’è questa tensione se non il tentativo di collocarsi in modo adeguato di fronte all’ignoto? A questo livello, l’adeguatezza si fa anche monito. Infatti, quando essa viene trascurata, può degenerare in inappropriatezza di cui è manifestazione  l’antropomorfizzazione, ovvero la tendenza a ricondurre l’ignoto entro schemi umani. Questo processo è stato storicamente consolidato – e in qualche modo legittimato – dalla tradizione artistica, specialmente quella sacra: pensiamo alle innumerevoli rappresentazioni della natività dove il divino assume forme e gestualità squisitamente umane, o alle raffigurazioni dello Spirito Santo come colomba. Queste immagini, penetrate profondamente nell’immaginario collettivo, hanno reso familiare e quasi naturale l’abitudine di tradurre il trascendente in termini antropomorfi.

Alcuni celebrano questa tendenza come trionfo. Altri, forse più accorti, la vedono come fallimento, poiché annulla l’unicità di ciò che si vuole conoscere, sovrapponendovi forme già note (come quando interpretiamo i fenomeni cosmici in termini di “forze benevole” o “energie ostili”, dimenticando la loro radicale alterità rispetto alle categorie morali umane).

La conoscenza richiede dunque misura, un equilibrio delicato tra il desiderio di comprendere e il rispetto per l’alterità di ciò che si studia. In questa prospettiva, preservare il mistero non è una resa intellettuale, ma quella giusta distanza che permette di cogliere l’essenza autentica delle cose. È un atteggiamento che riconosce i limiti della comprensione umana non come ostacoli da superare a ogni costo, ma come confini necessari che definiscono lo spazio proprio dell’incontro con l’ignoto.

Vi sono realtà davanti alle quali occorre assumere lo stesso atteggiamento di riverenza dei pastori alla grotta. Come ci narra Luca (2:15-20), essi «dicevano fra loro: ‘Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere’. […] E tutti quelli che udirono, si meravigliarono delle cose che i pastori dicevano. […] I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto».

Gli studiosi hanno colto in questo racconto l’emergere di un particolare tipo di conoscenza, che hanno definito «sapere adorante»: una forma di comprensione che non pretende di esaurire il proprio oggetto, ma sa custodirne il mistero. I pastori furono infatti testimoni di qualcosa che trascendeva la loro comprensione. Eppure, questa contemplazione non era sterile: rappresentava un modo di conoscere che, pur riconoscendo i propri limiti, si apriva all’accoglienza del mistero nella sua alterità.

Due

In tale atteggiamento troviamo superati due approcci comuni che caratterizzano la nostra epoca.

Da un lato, l’indaffarata indifferenza, quel correre frenetico che ci impedisce di sostare davanti al mistero. È l’atteggiamento di chi riempie ogni istante di attività, di chi accumula esperienze senza mai elaborarle veramente, di chi scambia il movimento perpetuo per progresso. In questa corsa sfrenata, il mistero viene semplicemente ignorato, come se fosse un lusso che non possiamo permetterci nell’economia del nostro tempo. Ma questa fuga nell’azione nasconde spesso il timore di confrontarsi con le domande fondamentali dell’esistenza.

Dall’altro lato, il razionalismo riduzionista, che pretende di esaurire ogni realtà entro categorie predefinite. È la presunzione di poter tradurre ogni esperienza in dati quantificabili, di poter spiegare ogni fenomeno attraverso catene di causa-effetto, di poter risolvere ogni mistero in un problema tecnico. Questo approccio, pur nella sua apparente scientificità, finisce per impoverire la realtà, privandola delle sue dimensioni più profonde e inesauribili.

Per entrambi questi atteggiamenti, l’insoddisfazione è inevitabile. L’indaffarato scopre prima o poi che la sua frenesia non ha colmato il vuoto che cercava di evitare; il razionalista si trova di fronte a domande che le sue categorie non riescono a contenere. Tuttavia, persistiamo in essi, nonostante il vuoto che generano, forse per abitudine, forse per paura di alternative che richiederebbero un più profondo coinvolgimento personale.

Si potrebbe essere tentati di valutare il costo di questi atteggiamenti – in termini di realizzazione personale mancata, di significato perduto, di profondità sacrificata – ma questa via appare inadeguata, poiché introduce una quantificazione che nega il mistero nell’atto stesso di affermarlo. Sarebbe come voler misurare quanto perdiamo non ascoltando una poesia, o calcolare il valore dell’amore in termini di utilità: il tentativo stesso tradisce ciò che vorrebbe salvare. La questione, dunque, non è tanto quella di misurare la perdita, quanto di riconoscere che questi atteggiamenti ci privano della possibilità stessa di un autentico incontro con il mistero, con quella dimensione dell’esistenza che, proprio perché non riducibile alle nostre categorie, può arricchirla in modo imprevedibile e significativo.

Tre

Come possiamo oggi accostarci al mistero del Natale senza cadere negli opposti estremi della banalizzazione e dello spiritualismo astratto? Come trovare una giusta distanza che permetta di coglierne l’essenza senza pretendere di esaurirla? La mia proposta identifica nel dialogo la categoria fondamentale attraverso cui contemplare questo evento mantenendo viva la sua natura paradossale.

Sì, l’incarnazione si pone come archetipo supremo dell’incontro tra l’umano e l’impossibile. Essa rappresenta il paradigma di ogni autentico dialogo con ciò che ci trascende, poiché mostra come l’incontro con l’alterità assoluta sia possibile senza che questa venga ridotta alle nostre categorie. In essa, l’infinito si manifesta attraverso il finito: il divino si fa presente nella concretezza di un bambino, di un luogo, di un tempo specifico. Eppure, questa manifestazione non esaurisce il mistero che la abita.

È qui che si rivela la natura paradossale dell’incarnazione: essa è al contempo svelamento e occultamento. Svela, poiché rende accessibile l’inaccessibile, fa vedere l’invisibile, rende tangibile l’intangibile. Ma occulta, poiché questa rivelazione avviene attraverso forme che non possono contenere pienamente ciò che manifestano. Come un raggio di luce che, attraversando un prisma, si fa visibile proprio spezzandosi in colori, così l’infinito si rende percepibile agli occhi umani assumendo forme finite.

In questo modo, l’incarnazione crea ponti tra immanenza e trascendenza senza dissolverne la differenza costitutiva. Non annulla la distanza tra umano e divino, ma la rende abitabile. È come se aprisse uno spazio di incontro dove le due dimensioni possono entrare in relazione pur mantenendo la loro specificità. Non è una sintesi che elimina le differenze, ma una tensione feconda che le mantiene in un equilibrio dinamico.

Questo modello dialogico ci suggerisce quindi un modo di rapportarci al mistero del Natale che non cede né alla tentazione di ridurlo a fatto puramente storico, né a quella di dissolverlo in una vaga spiritualità. Ci invita invece a sostare in quella zona intermedia dove il mistero può manifestarsi nella sua concretezza senza perdere la sua trascendenza, dove possiamo incontrarlo senza pretendere di possederlo.

In questo senso, il dialogo diventa non solo una categoria interpretativa, ma una vera e propria pratica spirituale: un esercizio di attenzione che sa riconoscere i segni dell’infinito nel finito, che sa leggere le tracce del mistero nelle forme concrete dell’esistenza, mantenendo viva quella tensione tra presenza e assenza che caratterizza ogni autentica esperienza del sacro.

Quattro

L’incarnazione parla al cuore dell’umano. Con ciò intendo dire che essa risponde all’aspirazione dell’uomo di superare i propri confini; al suo anelito di pensare l’infinito, pur nella sua finitezza; alla tensione verso la trascendenza come elemento costitutivo dell’esperienza umana. Non si tratta di un incontro impossibile, ma di una relazione simbolica.

Il simbolo merita qui un’analisi approfondita della sua struttura peculiare. Esso si costituisce infatti attraverso una duplice dinamica: da un lato, presenta un elemento sensibile, concreto, immediatamente percepibile; dall’altro, questo elemento rimanda oltre se stesso, verso un significato che lo trascende. La sua efficacia risiede proprio in questa tensione costitutiva tra presenza e rimando, tra manifestazione e superamento. Prendiamo ad esempio il simbolo dell’acqua nei riti battesimali: essa è contemporaneamente elemento naturale, con la sua concretezza fisica, e veicolo di un significato spirituale di purificazione e rinascita. La sua forza simbolica deriva proprio dal fatto che questi due aspetti non sono separabili né riducibili l’uno all’altro. L’acqua non è un semplice segno convenzionale della purificazione, ma la incarna nella sua stessa natura di elemento che lava e rigenera.

È questa struttura che consente al simbolo di svolgere la sua triplice funzione: esprimere l’inesprimibile, poiché attraverso la concretezza del significante permette di accedere a significati che sfuggono alla rappresentazione diretta; mantenere viva la tensione tra presenza e assenza, dal momento che ciò che viene simbolizzato è contemporaneamente presente nel simbolo e irriducibile ad esso; custodire il mistero mentre lo rende accessibile, perché il simbolo non pretende di esaurire ciò che simboleggia, ma offre una via di accesso che ne rispetta la trascendenza.

In questo senso, il simbolo si rivela come lo strumento privilegiato per quella conoscenza adorante di cui parlavamo. Non è un caso che filosofi, teologi e antropologi – da Paul Ricoeur a Mircea Eliade, dalla scuola di Eranos agli studi di antropologia religiosa – abbiano dedicato tanta attenzione alla natura e alla funzione del simbolo, riconoscendovi una modalità unica di accesso al sacro. Il simbolo, infatti, non cerca di catturare il mistero in concetti, ma di stabilire con esso una relazione che ne preservi l’alterità mentre ne permette l’esperienza. È una modalità di conoscenza che non procede per astrazione ma per partecipazione, non per analisi ma per sintesi viva di significante e significato.

Cinque

Il Natale, inteso come dialogo tra l’umano e l’impossibile, conduce a un’apertura, genera uno sguardo di meraviglia nel quale scorgiamo un modo di esistere che si apre all’indeterminato. Questa apertura all’indeterminato non è una nostra elaborazione teoretica, ma emerge con straordinaria chiarezza già nei racconti evangelici dell’incarnazione.

Pensiamo a Maria che, di fronte all’annuncio incomprensibile dell’angelo, risponde «Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La sua non è una resa cieca, ma una disponibilità consapevole ad accogliere ciò che eccede ogni umana categorizzazione. O pensiamo ai Magi, che seguono una stella verso una meta ignota, pronti a riconoscere in un bambino la presenza del divino. Il loro è un cammino che accetta di procedere oltre i confini della propria sapienza.

Questa disposizione all’apertura si manifesta in un duplice movimento che i Vangeli ci mostrano continuamente. Da un lato, essa modifica lo sguardo sul quotidiano: dopo l’incontro con l’angelo, Maria vede la sua vita ordinaria trasfigurata dalla presenza dell’impossibile; i pastori, dopo l’annuncio, tornano alla loro vita «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (Lc 2,20). Dall’altro lato, questa trasformazione dello sguardo riconfigura l’esistenza stessa: ogni personaggio del racconto evangelico, dopo l’incontro con il mistero dell’incarnazione, si trova a vivere in una dimensione nuova, dove l’ordinario e lo straordinario si intrecciano in modo inedito.

«Chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno». È accaduto, questo! Vogliamo riprendere, scostando la nebbia dell’abitudine dal nostro occhio e dal nostro cuore, vogliamo riprendere la grande notizia, il grande annuncio, il grande fatto, il grande avvenimento. «Chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno»: il Destino, il Destino nostro, si è reso Presenza. Ma Presenza come padre, madre, fratello, amico, come – mentre stavamo camminando – un compagno improvviso di cammino. Un compagno di cammino: Emmanuele, il Dio con noi! È accaduto questo!
Luigi Giussani

Porre questa apertura al centro dell’esistenza significa quindi orientare la vita secondo quella disposizione che i Vangeli ci testimoniano: non una fuga dall’ordinario, ma una sua trasfigurazione. È significativo che i racconti evangelici insistano sulla concretezza dei dettagli: una mangiatoia, delle fasce, dei pastori al lavoro. L’esistenza viene sottratta alla mera ordinarietà non perché la nega, ma perché la trasfigura: il quotidiano diventa il luogo dove l’impossibile può manifestarsi, dove l’infinito può farsi incontro nella forma del finito.

È esattamente questa trasparenza che i racconti evangelici dell’incarnazione ci insegnano a riconoscere: una nuova profondità del reale dove ogni cosa, pur rimanendo se stessa, può diventare segno e presenza di ciò che la trascende. Il mondo, agli occhi di chi ha accolto il mistero dell’incarnazione, acquisisce questa peculiare trasparenza: attraverso il finito traspare l’infinito, non come concetto astratto ma come presenza che trasforma il modo stesso di abitare la realtà quotidiana.

Questa elevazione oltre l’orizzontalità del quotidiano non è dunque un movimento di fuga verticale, ma piuttosto l’acquisizione di una nuova profondità. È come se la realtà acquistasse una terza dimensione: oltre alla lunghezza e alla larghezza del piano orizzontale – le coordinate della vita pratica – si apre la dimensione della profondità, dove ogni cosa può essere contemporaneamente se stessa e rimando ad altro, dove il visibile può farsi trasparente all’invisibile senza perdere la sua concretezza.

Se il Natale è davvero questo dialogo tra l’umano e l’impossibile, se veramente l’infinito può trasparire nel finito, che cosa ci impedisce ancora di vedere la profondità nascosta in ogni istante della nostra esistenza? Non è forse il tempo di recuperare quella capacità di stupore che sa scorgere lo straordinario nell’ordinario?

[L’immagine si riferisce a “Il presepe” (1300 ca.) di Giotto, Basilica superiore di Assisi].

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