L. — Ho letto il tuo articolo, apparso su Avvenire, il 20 marzo. Mi ha colpito, ma devo dirti subito una cosa: il «sì, ma» è una forma degenerata, d’accordo; però tu ne fai una caricatura. Nella vita reale, dire «sì, ma i dati non sono completi» è spesso semplicemente vero. I dati non sono completi.
G. — Ecco, fermati un momento. Quello che hai appena fatto è esattamente il gesto di cui parlo. Non hai detto: «Ho letto il tuo ragionamento, ho seguito i passaggi, e c’è un punto in cui non mi convince»; hai isolato una formula — il «sì, ma» — l’hai estratta dal contesto argomentativo, e l’hai difesa come se io stessi attaccando la cautela epistemica in quanto tale. Ma non è quello che faccio. Io distinguo tra un’obiezione che entra nel merito e un’obiezione che sospende il merito a tempo indeterminato.
L. — Va bene, ma così rispondi al tono e non al contenuto. E non è proprio ciò che tu stesso critichi?
G. — Hai ragione. Hai ragione, e il fatto che tu me lo faccia notare mi costringe a rallentare. In effetti il testo è nato proprio da un’esperienza simile a questa conversazione. Ero a un seminario, avevo presentato un lavoro che mi era costato mesi, e il primo intervento è stato: «Sì, interessante, ma lei non tiene conto della letteratura su…». Non ricordo nemmeno quale letteratura. Ricordo la sensazione: qualcuno aveva preso la mia fatica e l’aveva ridotta a un difetto di bibliografia. Non era un’obiezione: era una presa di distanza preventiva. E ho capito che il problema non stava in cosa veniva detto, ma in ciò che non era accaduto prima: nessun riconoscimento del lavoro, nessuna domanda autentica, nessun tentativo di abitare il testo prima di contestarlo.
L. — Questo lo capisco meglio. Ma allora, scusa, non stai parlando di buone maniere? Il tuo égards non è una forma di galateo accademico?
G. — No. O meglio: sì, se il galateo lo intendi nel senso forte, quello che Simone Weil aveva in mente quando parlava dell’attenzione come forma più rara di generosità. Non sto dicendo «sii gentile prima di criticare». Sto dicendo che se non riconosci il lavoro che c’è dietro un pensiero, non stai criticando quel pensiero: stai trattando un atto umano come un oggetto inerte. È un errore epistemico, non un difetto di cortesia. Tratti il testo come se fosse apparso dal nulla, come un dato da verificare, e non come il risultato di un processo che qualcuno ha attraversato esponendosi.

L. — D’accordo. Ma parliamo della filodossia, perché lì il tuo testo mi ha messo a disagio. Dici che è «servile». Non è un giudizio troppo duro? In certi ambienti accademici, annuire è una strategia di sopravvivenza. Non tutti hanno la cattedra che permette di obiettare liberamente.
G. — Questa è l’obiezione più seria che potessi farmi. E ti dirò una cosa che nel testo non ho scritto: so benissimo che la filodossia non nasce quasi mai per viltà individuale. Nasce perché certi ambienti la rendono razionale — economicamente, relazionalmente, perfino psicologicamente razionale. Ho visto persone brillanti smettere di obiettare non perché avessero smesso di pensare, ma perché avevano capito che pensare ad alta voce aveva un prezzo che non potevano permettersi. Il mio giudizio non cade su di loro: cade sul sistema che trasforma l’assenso in moneta di scambio. Quando scrivo che la filodossia è «servile», descrivo la struttura del gesto, non la coscienza di chi lo compie. Ma c’è un punto che mi inquieta e che il testo non risolve: dall’esterno, il silenzio prudente di chi aspetta il momento giusto e il silenzio di chi ha rinunciato a pensare in proprio sono identici. E col tempo anche dall’interno diventano difficili da distinguere.
L. — Se è così, perché non lo dici nel testo?
G. — Perché il testo ha un altro registro. È un articolo, non una confessione. Ma forse hai ragione: forse il pezzo guadagnerebbe se si vedesse, almeno per un momento, che chi scrive non osserva dal di fuori. Il punto è delicato: se aggiungo troppa autobiografia, rischio di spostare l’attenzione dall’analisi alla persona, e la filodossia diventa un aneddoto privato anziché una patologia strutturale. Ma se non la aggiungo, rischio esattamente ciò che tu mi stai rimproverando: un giudizio dall’alto.
L. — Senti, c’è un’ultima cosa. La chiusa. «La misura di una civiltà si prende dalla qualità delle sue obiezioni.» È bellissima, non te lo nego. Ma non ti sembra troppo… conclusiva? Troppo chiusa, per un testo che predica l’apertura?
G. — Sai come è nata quella frase? Non è la prima che ho scritto. La prima versione era molto più lunga, spiegava, argomentava. Poi ho tagliato tutto e ho lasciato l’immagine del silenzio. Il silenzio che precede l’obiezione. Quel silenzio è il contrario di una chiusura: è il momento in cui ti esponi alla possibilità che l’altro abbia ragione. Ho voluto che il testo finisse con un gesto, non con una tesi.
L. — Ma il gesto è tuo. Lo controlli tu.
G. — Certo. E questo è il limite di ogni scrittura sull’ascolto: è pur sempre un monologo. Per questo questa conversazione è importante. Tu stai facendo al mio testo esattamente ciò che il mio testo chiede: lo stai raggiungendo davvero, e stai obiettando dopo averlo ascoltato. Il silenzio di cui parlo non è l’assenza di parola: è la pausa in cui si decide se rispondere a ciò che l’altro ha detto o a ciò che si teme abbia detto. Tu hai scelto la prima strada. E il fatto che il mio testo, per un momento, abbia tremato — che io mi sia sentito messo in discussione e abbia dovuto riconoscerlo — è la prova che il dialogo funziona. Non perché sia piacevole, ma perché trasforma.
L. — Allora, se posso farti un’ultima obiezione: scrivi anche questo. Non solo il saggio. Scrivi il tremore.
G. — Ci sto pensando.

