Introduzione
La spersonalizzazione che ha luogo nei contesti comunicativi è un fenomeno frequente di cui siamo vittime ma anche, spesso senza volerlo, artefici.
In realtà, parlare di un problema in cui quasi tutti incorrono è come cercare di dipingere un quadro su una tela già colma di schizzi e colori: ogni tratto che si aggiunge si mescola e si confonde con i segni preesistenti, rendendo arduo distinguere e isolare il nuovo dall’antico, il personale dal collettivo. Per questo, forse può essere utile partire con un esempio molto eclatante.
Ricordate la celebre scena di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick in cui il sergente istruttore Hartman si rivolge alle reclute con un tono autoritario e deciso? Hartman fa deliberatamente uso di un linguaggio offensivo per abbattere il senso di identità personale dei nuovi soldati. Il suo obiettivo è di farne guerrieri, privi di individualità. L’atteggiamento comunicativo violento del sergente è rivolto in particolare ad uno dei soldati, Lawrence, che viene etichettato con nomignoli umilianti. Si tratta di un caso evidente di denigrazione e depersonalizzazione. La scena mostra vividamente come la comunicazione, invece di essere uno strumento di comprensione e connessione, possa diventare un mezzo per annientare l’individualità e imporre conformità.
Sbaglieremmo a considerare la reificazione come il risultato esclusivo di condotte comunicative così platealmente violente. Un tale esito sarebbe, infatti, perfino confortante, perché limiterebbe il problema a casi estremi, facilmente identificabili e isolabili.
Tuttavia, la realtà è più sfumata e insidiosa: la reificazione si insinua anche nelle interazioni quotidiane più banali, nei gesti sottili e nelle parole non dette, che possono accumularsi e solidificarsi in barriere invisibili ma tangibili. Questo processo silenzioso ma pervasivo richiede una vigilanza costante e una riflessione profonda sulle dinamiche del nostro linguaggio e delle nostre relazioni, per non trasformare involontariamente l’altro in un oggetto, privandolo della sua essenza umana.
Tuttavia, la realtà presenta sfumature più complesse e insidiose: la reificazione si manifesta anche nelle interazioni quotidiane più comuni, attraverso gesti sottili e parole non esplicite, che possono accumularsi e consolidarsi in barriere invisibili ma concrete.
Ad esempio:
1. Nelle relazioni lavorative, quando il capo si rivolge ai dipendenti come semplici risorse da sfruttare senza considerare le loro aspirazioni o bisogni personali, si crea una dinamica di spersonalizzazione.
2. In ambito educativo, un insegnante che tratta gli studenti come numeri piuttosto che individui unici con diverse esigenze e potenzialità, contribuisce a una forma di reificazione.
3. Nei rapporti affettivi, quando un partner ignora i sentimenti e desideri dell’altro, vedendolo solo come mezzo per soddisfare i propri bisogni emotivi o fisici, si verifica una dolorosa spersonalizzazione.
Questo processo silenzioso ma onnipervasivo richiede un costante stato di vigilanza e una riflessione critica sulle dinamiche del nostro linguaggio e delle nostre relazioni, al fine di evitare di trasformare involontariamente l’altro in un oggetto, privandolo della sua essenza umana.
La spersonalizzazione
La spersonalizzazione, o reificazione, è un fenomeno per cui un individuo viene privato delle sue caratteristiche umane e trattato come un oggetto o uno strumento. Questo processo può manifestarsi in diversi contesti, dalle relazioni interpersonali agli ambienti lavorativi, e ha ripercussioni significative sul benessere delle persone coinvolte.
Le occasioni di spersonalizzazione sono, purtroppo, molteplici e pervasive nella società moderna. Secondo uno studio condotto da Loughnan e Haslam (2007), il 35% dei partecipanti ha riportato di aver subito spersonalizzazione in ambito lavorativo, mentre il 22% ha ammesso di aver a sua volta reificato i colleghi. Altre ricerche hanno riscontrato la presenza di spersonalizzazione nelle relazioni di coppia (Lammers & Stapel, 2011), in contesti educativi (Haque & Waytz, 2012) e nell’ambito delle cure mediche (Haque & Waytz, 2012).
Quando si è vittima di spersonalizzazione, le emozioni prevalenti sono la frustrazione, la rabbia, l’impotenza e la demoralizzazione (Bastian & Haslam, 2011). L’individuo si sente svalutato, non riconosciuto come una persona con pensieri, sentimenti e opinioni proprie. Questo può comportare una diminuzione dell’autostima, della motivazione e della soddisfazione generale (Bastian & Haslam, 2011). Inoltre, la spersonalizzazione può indurre un senso di alienazione e disconnessione dagli altri, minando la qualità delle relazioni interpersonali (Bastian & Haslam, 2011).
In un saggio pubblicato nel 1995, significativamente intitolato Objectification, Martha Nussbaum elencava sette diverse nozioni della oggettivazione cui si va inevitabilmente incontro nei casi di spersonalizzazione.
- Strumentalità (Instrumentality): trattare l’oggetto come uno strumento per i propri scopi.
- Negazione dell’autonomia (Denial of autonomy): trattare l’oggetto come privo di autonomia e autodeterminazione.
- Inerzia (Inertness): trattare l’oggetto come privo di agentività e forse anche di attività.
- Fungibilità (Fungibility): trattare l’oggetto come intercambiabile (a) con altri oggetti dello stesso tipo, e/o (b) con oggetti di altro tipo.
- Violabilità (Violability): trattare l’oggetto come privo di integrità dei confini e come qualcosa che è lecito rompere, distruggere, frantuma
- Proprietà (Ownership): trattare l’oggetto come qualcosa che è posseduto da un altro, che può essere comprato o venduto, etc.
- Negazione della soggettività (Denial of subjectivity): trattare l’oggetto come qualcosa la cui esperienza e i cui sentimenti (se esistono) non devono essere presi in considerazione.
La #spersonalizzazione trasforma le persone in oggetti: il 35% la subisce sul lavoro, minando autostima e relazioni umane. Un fenomeno silenzioso ma devastante 🚫
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La spersonalizzazione nelle interazioni comunicative
Parafrasando un passaggio di MacKannon[1], potremmo dire che in materia di interazioni comunicative tutti noi viviamo nell’oggettivazione come i pesci vivono nell’acqua. È, questa, una metafora per indicare quanto reale sia il rischio di incorrere in pratiche di reificazione.
Il dialogo (o ciò che generalmente si intende con questo termine), in particolare, può presentare esempi di spersonalizzazione in modi più sottili e variegati rispetto alla semplice imposizione di direttive dall’alto verso il basso come nell’esempio da cui siamo partiti.
Esistono infatti diverse tipologie di scambi comunicativi che possono portare alla reificazione dell’interlocutore, riducendo la sua individualità e umanità. Di seguito, esamineremo tre di queste tipologie, denominandole rispettivamente:
- dialogo strumentalizzante
- dialogo oggettivante
- dialogo de-empatizzante.
1. Dialogo strumentalizzante
Questa tipologia di dialogo si verifica quando un interlocutore considera l’altro esclusivamente come un mezzo per raggiungere un fine, ignorando la sua soggettività e il suo valore intrinseco. In questo caso, la comunicazione è orientata al raggiungimento di un obiettivo specifico, e l’altro viene visto solo in funzione della sua utilità nel perseguire tale scopo. Un esempio di dialogo strumentalizzante potrebbe essere un colloquio di lavoro in cui il recruiter pone domande al candidato solo per valutare le sue competenze tecniche, senza considerare la sua personalità, le sue aspirazioni o il suo potenziale di crescita (Honneth, 2005).
Supervisore: Buongiorno. Ho esaminato i tuoi ultimi report e i numeri sono impressionanti. La tua efficienza è aumentata del 18% questo trimestre. Come hai ottenuto questi risultati?
Dipendente: Grazie, ho ottimizzato alcune delle nostre procedure standard e ho lavorato alcune ore in più per mantenere il ritmo.
Supervisore: Interessante. Continuare a lavorare ore extra è sostenibile per il prossimo trimestre? Abbiamo bisogno di mantenere questi numeri.
Dipendente: Beh, sarebbe un po’ difficile. Ho anche la famiglia e…
Supervisore (interrompendo): Capisco, ma qui ci concentriamo sui risultati. È essenziale che tu mantenga lo stesso livello di output. Possiamo contare su di te per questo, giusto?
Dipendente: Farò del mio meglio, però…
Supervisore: Ottimo, non abbiamo bisogno di dettagli personali. Focalizziamoci sulle prestazioni. Ti inserirò in un nuovo progetto che richiede più ore. È un’opportunità per te di dimostrare ulteriormente il tuo valore.
In questo dialogo, il supervisore tratta il dipendente come un mezzo per raggiungere un fine, ignorando le sue esigenze personali e considerandolo solo in termini di quanto può contribuire all’efficienza dell’azienda. La reificazione è sottile, manifestandosi nel modo in cui il supervisore interrompe e minimizza gli aspetti personali del dipendente, riaffermando la priorità dei “numeri” e delle “prestazioni” rispetto al benessere dell’individuo.
2. Dialogo oggettivante
Il dialogo oggettivante si manifesta quando un interlocutore tratta l’altro come un oggetto di analisi o di studio, riducendolo a un insieme di caratteristiche o dati osservabili (Langton, 2009). In questo tipo di scambio comunicativo, l’individualità dell’altro viene scomposta e ricondotta a categorie generali, ignorando la sua unicità e la sua soggettività. Un esempio di dialogo oggettivante potrebbe essere una conversazione tra medici in cui il paziente viene descritto solo in termini di sintomi e parametri clinici, senza considerare la sua esperienza soggettiva della malattia o il suo contesto di vita (Haque & Waytz, 2012).
Medico: Abbiamo il caso della signora Rossi in stanza 204. Le sue condizioni sembrano stabili, ma i livelli di emoglobina sono ancora sotto la norma. Quali sono stati i valori degli ultimi esami?
Infermiere: I suoi valori di emoglobina erano a 10.2 questa mattina. Ha mostrato un leggero miglioramento rispetto a ieri.
Medico: Ottimo, procediamo con la stessa dose di ferro e programmiamo altri controlli per la prossima settimana. E quanto al dolore?
Infermiere: Ha riferito un dolore moderato, gestito con paracetamolo.
Medico: Va bene, aggiorniamo il suo schema terapeutico e monitoriamo la risposta. È importante che questi numeri migliorino.
Infermiere: Certo, dottore. La terrò aggiornata su qualsiasi variazione.
In questo esempio, l’approccio comunicativo adottato dal medico e dall’infermiere evidenzia una focalizzazione sui dati clinici e sulle condizioni fisiche della paziente, relegando in secondo piano l’esperienza personale e il vissuto emotivo della signora Rossi. Questo tipo di dialogo, pur essenziale nel contesto medico per un monitoraggio oggettivo del paziente, può portare a una de-umanizzazione del trattamento, in cui il paziente viene percepito e trattato più come un insieme di sintomi da gestire che come una persona integrale con esperienze e bisogni soggettivi. L’identificazione di tali dinamiche è cruciale per promuovere un approccio centrato sul paziente, che riconosca e integri sia gli aspetti clinici sia quelli umani della cura.
3. Dialogo de-empatizzante
Questa tipologia di dialogo si verifica quando un interlocutore fallisce nel riconoscere o nel validare le emozioni, i pensieri e le esperienze dell’altro, negando la sua realtà soggettiva (Halpern, 2001). In questo caso, la comunicazione è caratterizzata da una mancanza di empatia e di sintonizzazione affettiva, che porta a una disconnessione tra gli interlocutori e a una negazione dell’umanità dell’altro. Un esempio di dialogo de-empatizzante potrebbe essere una conversazione tra un genitore e un figlio in cui il genitore minimizza o svaluta le emozioni del figlio, senza offrire supporto o comprensione (Halpern, 2001).
In un tipico pomeriggio invernale, Tommaso, un ragazzo di quindici anni, cerca di esprimere a suo padre, Marco, la sua frustrazione per non essere stato incluso in una partita di calcio con i suoi amici.
Tommaso: “Papà, oggi è stato terribile. Non mi hanno scelto per la partita e mi sono sentito così escluso e triste.”
Marco, senza distogliere lo sguardo dal computer, risponde: “Dai, non è la fine del mondo. È solo una partita di calcio. Dovresti concentrarti di più sui tuoi studi invece di preoccuparti per questi giochi.”
Tommaso: “Ma papà, mi fa davvero sentire male. È importante per me!”
Marco: “Quando ero giovane, capitava anche a me, ma non ne facevo un dramma. Cresci un po’, queste cose succedono. Non puoi lasciare che piccole cose così ti buttino giù.”
In questo esempio, Marco fallisce nel riconoscere o nel validare le emozioni di Tommaso, negando la sua realtà soggettiva e minimizzando la sua esperienza emotiva. La mancanza di empatia e di sintonizzazione affettiva da parte di Marco crea una disconnessione tra lui e suo figlio, risultando in una negazione dell’umanità di Tommaso, che cerca sostegno e comprensione nelle sue difficoltà.
Questi tre tipi di dialogo – strumentalizzante, oggettivante e de-empatizzante – rappresentano alcune delle modalità più sottili attraverso cui la spersonalizzazione può manifestarsi nella comunicazione interpersonale. Riconoscere e contrastare queste forme di reificazione dell’altro è essenziale per promuovere uno scambio comunicativo autentico e rispettoso dell’individualità e della dignità di ogni interlocutore.
Perché la spersonalizzazione è importante?
Il contrario della spersonalizzazione è la personalizzazione, un processo che riconosce e valorizza l’individualità, l’autonomia e la dignità di ogni essere umano. Mentre la spersonalizzazione riduce le persone a oggetti o strumenti, privandole delle loro caratteristiche unicamente umane, la personalizzazione afferma l’irriducibilità dell’individuo a categorie o funzioni predeterminate, riconoscendo la sua soggettività e il suo valore intrinseco.
La letteratura scientifica segnala l’esistenza di specifici approcci che mirano a contrastare gli effetti negativi richiamati in precedenza.
1. Dialogo strumentalizzante
Per contrastare la spersonalizzazione nel dialogo strumentalizzante, gli studi suggeriscono l’importanza di promuovere un ambiente lavorativo che valorizzi l’autonomia, la competenza e la relazionalità dei dipendenti. La teoria dell’autodeterminazione (Deci & Ryan, 2000) sottolinea come il soddisfacimento di questi tre bisogni fondamentali favorisca la motivazione intrinseca, il benessere e la performance lavorativa. In particolare, pratiche come il job crafting[2] (Wrzesniewski & Dutton, 2001) e il supporto all’autonomia da parte dei manager (Baard, Deci, & Ryan, 2004) si sono dimostrate efficaci nel promuovere un senso di agency e di valorizzazione dell’individualità dei lavoratori. Inoltre, l’adozione di una leadership trasformazionale, caratterizzata da considerazione individualizzata e stimolazione intellettuale (Bass & Riggio, 2006), può contribuire a creare un clima di lavoro in cui le persone si sentono riconosciute e apprezzate per il loro valore unico.
2. Dialogo oggettivante
Nel contesto medico, il modello di cura centrato sul paziente (Stewart et al., 2000) si è dimostrato efficace nel contrastare la tendenza all’oggettivazione e nel promuovere un approccio integrato della persona. Questo modello enfatizza l’importanza di esplorare la malattia dal punto di vista del paziente, comprendendo le sue emozioni, le sue preoccupazioni e le sue aspettative (Mead & Bower, 2000). L’uso di tecniche di comunicazione empatica, come il riflessive listening[3] e la validazione emotiva (Coulehan et al., 2001), può favorire un dialogo in cui il paziente si sente ascoltato e compreso nella sua soggettività. Inoltre, il coinvolgimento attivo del paziente nel processo decisionale, attraverso la condivisione delle informazioni e la negoziazione delle opzioni terapeutiche (Charles, Gafni, & Whelan, 1997), può contribuire a ridurre l’asimmetria di potere e a promuovere un senso di agency e di autodeterminazione.
3. Dialogo de-empatizzante
La ricerca sulla genitorialità suggerisce che uno stile genitoriale autorevole, caratterizzato da supporto emotivo, comunicazione aperta e riconoscimento dell’individualità del figlio (Baumrind, 1991), sia associato a migliori outcome di benessere e di sviluppo. In particolare, l’uso della validazione emotiva e del perspective taking[4] da parte dei genitori è stato collegato a una maggiore competenza emotiva e a una migliore regolazione delle emozioni nei figli (Gottman, Katz, & Hooven, 1996). Programmi di formazione per genitori basati su mindfulness e compassion, come il Mindful Parenting (Bögels & Restifo, 2014) e il Compassionate Parenting (Kirby, 2017), si sono dimostrati efficaci nel promuovere una genitorialità più empatica e responsiva, in grado di riconoscere e accogliere le emozioni dei figli. Infine, interventi basati sulla Emotion Focused Therapy (Greenberg, 2015) possono aiutare i genitori a sviluppare una maggiore consapevolezza e regolazione delle proprie emozioni, favorendo una comunicazione più autentica e sintonizzata con i bisogni emotivi dei figli.
La #personalizzazione è l’antidoto alla spersonalizzazione: valorizza l’unicità, l’autonomia e la dignità di ogni persona. Non siamo numeri o funzioni, ma individui con valore intrinseco 💫
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Partendo dalla premessa che per modificare le distorsioni del dialogo bisogna tornare ad interrogare l’umano e che i prontuari sulla comunicazione efficace non bastano, ci sono almeno tre punti da tener presenti:
- Il dialogo autentico richiede un profondo esame di coscienza e una comprensione dell’essenza umana che va oltre le mere tecniche comunicative. Risulta necessario riconoscere la complessità e la multidimensionalità dell’esperienza umana per stabilire una connessione significativa con l’altro.
- La riscoperta del valore intrinseco di ogni individuo è il fondamento su cui costruire un dialogo trasformativo. Ciò implica il superamento di una visione strumentale dell’altro e l’accoglimento della sua unicità e irriducibilità. Solo riconoscendo la dignità inalienabile di ogni persona possiamo instaurare relazioni basate sul rispetto reciproco.
- Le distorsioni comunicative spesso derivano da ferite esistenziali profonde. Per sanare queste ferite è necessario un processo di autoesame e di accettazione della propria vulnerabilità, che permetta di aprirsi autenticamente all’altro e di tessere legami empatici.
Reificazione e dialogetica: dalla spersonalizzazione all’autenticità comunicativa

Le dinamiche di spersonalizzazione analizzate in questo articolo trovano una chiave interpretativa nel concetto di “dialogetica” che ho sviluppato ne “La spina nella carne”, laddove osservo che «Se vogliamo veramente dialogare dobbiamo impegnarci a capire chi veramente siamo e riconoscere i nostri limiti» (Scarafile, 2024, p. 3). Questa prospettiva risulta particolarmente illuminante quando applicata ai processi di spersonalizzazione esaminati. Le tre tipologie di dialogo problematico identificate – strumentalizzante, oggettivante e de-empatizzante – possono infatti essere interpretate come manifestazioni di quella che definisco «immanenza fusionale», ovvero l’incapacità di «differenziare se stessi dalle attività svolte nel proprio ambiente» (p. 2).
L’approccio dialogetico offre una via d’uscita da queste dinamiche reificanti attraverso il recupero della dimensione della vulnerabilità che «accomuna gli esseri umani e, tuttavia, non tutti sono disposti ad ammetterla come componente essenziale ed ineliminabile della propria natura» (p. 73). È proprio questa resistenza al riconoscimento della propria vulnerabilità che alimenta i processi di spersonalizzazione analizzati nel documento.
C’è, poi, un ulteriore passaggio che tiene insieme i temi di questo articolo con quanto approfondito nel mio libro. Mi riferisco alla distinzione tra homo patiens e homo muniens. Mentre l’homo muniens rappresenta colui che «cerca di isolarsi, costruendo barriere che limitano la propria crescita personale e l’intimità emotiva con gli altri» (p. 92), l’homo patiens incarna un approccio che «abbraccia l’incertezza e l’alterità come mezzi per arricchire e approfondire la propria esistenza» (p. 92). Questa dicotomia permette di comprendere più profondamente le radici dei fenomeni di spersonalizzazione osservati nei vari contesti professionali. La standardizzazione della comunicazione bancaria, la medicalizzazione del dialogo terapeutico e l’automazione delle relazioni professionali possono essere interpretate come manifestazioni dell’atteggiamento dell’homo muniens, che cerca di proteggersi dall’incertezza e dalla vulnerabilità attraverso la costruzione di barriere procedurali e tecnologiche.
La via d’uscita che intravedo passa attraverso un «processo di discernimento valoriale» (p. 50), che permetta di «ristabilire una chiara gerarchia dei valori». Questo processo non implica un rifiuto delle procedure standardizzate o degli strumenti tecnologici, ma piuttosto una loro integrazione consapevole all’interno di una pratica comunicativa che mantiene al centro l’autenticità della relazione umana.
La sfida che ci attende non consiste nello scegliere tra efficienza e umanità, tra protocolli e autenticità. È quella, ben più complessa e affascinante, di trasformare le nostre vulnerabilità da ostacoli in ponti, da debolezze in strumenti di connessione profonda. In un mondo sempre più automatizzato, la vera innovazione non sarà tecnologica ma umana: sarà la capacità di mantenere viva la scintilla del dialogo autentico anche attraverso – e non nonostante – le procedure standardizzate. Come un musicista che padroneggia la tecnica per trascenderla e raggiungere l’espressione artistica più pura, siamo chiamati a utilizzare gli strumenti della modernità non come barriere che ci separano, ma come vie per raggiungere nuove forme di connessione umana. La vera sfida, in definitiva, non è resistere alla standardizzazione, ma trasformarla in un’opportunità per riscoprire e celebrare ciò che ci rende irriducibilmente umani: la nostra capacità di essere autenticamente vulnerabili nel dialogo con l’altro.
Riferimenti bibliografici
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Bass, B. M., & Riggio, R. E. (2006). Transformational leadership (2nd ed.). Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.
Bastian, B., & Haslam, N. (2011). Experiencing dehumanization: Cognitive and emotional effects of everyday dehumanization. Basic and Applied Social Psychology, 33(4), 295-303.
Baumrind, D. (1991). The influence of parenting style on adolescent competence and substance use. The Journal of Early Adolescence, 11(1), 56-95.
Bögels, S., & Restifo, K. (2014). Mindful parenting: A guide for mental health practitioners. New York, NY: Springer.
Charles, C., Gafni, A., & Whelan, T. (1997). Shared decision-making in the medical encounter: What does it mean? (or it takes at least two to tango). Social Science & Medicine, 44(5), 681-692.
Coulehan, J. L., Platt, F. W., Egener, B., Frankel, R., Lin, C. T., Lown, B., & Salazar, W. H. (2001). “Let me see if I have this right…”: Words that help build empathy. Annals of Internal Medicine, 135(3), 221-227.
Deci, E. L., & Ryan, R. M. (2000). The “what” and “why” of goal pursuits: Human needs and the self-determination of behavior. Psychological Inquiry, 11(4), 227-268.
Gottman, J. M., Katz, L. F., & Hooven, C. (1996). Parental meta-emotion philosophy and the emotional life of families: Theoretical models and preliminary data. Journal of Family Psychology, 10(3), 243-268.
Greenberg, L. S. (2015). Emotion-focused therapy: Coaching clients to work through their feelings (2nd ed.). Washington, DC: American Psychological Association.
Halpern, J. (2001). From detached concern to empathy: Humanizing medical practice. Oxford University Press.
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Scarafile, G. (2024). La spina nella carne. Cinque lezioni sul dialogo. YOD Institute
Stewart, M., Brown, J. B., Donner, A., McWhinney, I. R., Oates, J., Weston, W. W., & Jordan, J. (2000). The impact of patient-centered care on outcomes. The Journal of Family Practice, 49(9), 796-804.
Wrzesniewski, A., & Dutton, J. E. (2001). Crafting a job: Revisioning employees as active crafters of their work. Academy of Management Review, 26(2), 179-201.
[1] Cf. C. MacKinnon, Toward a Feminist Theory of the brake (Cambridge, Mass.: Harvard University, p. 124.
[2] «Job crafting» si riferisce alla pratica attraverso la quale i dipendenti modellano attivamente le proprie funzioni lavorative con l’obiettivo di incrementare il proprio benessere e la contentezza nel lavoro. Questo processo consente agli individui di riadattare il loro lavoro in modo che rispecchi meglio le loro passioni, le loro capacità predominanti e i loro valori fondamentali, modificando le responsabilità quotidiane, le interazioni professionali e la propria percezione del ruolo che ricoprono. Attraverso il job crafting, i lavoratori possono alterare i propri compiti, le relazioni interpersonali sul lavoro, e la visione del proprio impiego, con lo scopo di rendere l’esperienza lavorativa più appagante e stimolante.
[3] Il «Riflessive listening» è una tecnica di comunicazione in cui l’ascoltatore si concentra su ciò che l’interlocutore sta esprimendo per comprendere appieno il messaggio trasmesso, prima di rispondere. Questo approccio non solo implica l’ascolto attento delle parole dell’altro, ma anche l’osservazione del linguaggio non verbale e il riconoscimento delle emozioni sottostanti. L’obiettivo principale del riflessive listening è di permettere all’ascoltatore di ‘riflettere’ ciò che l’oratore ha detto, fungendo da specchio emotivo e cognitivo che aiuta a chiarire e a validare i sentimenti e i pensieri dell’interlocutore. Attraverso questa pratica, si facilita una comunicazione più efficace, si costruisce fiducia e si promuove una maggiore comprensione reciproca.
[4] Il «Perspective taking» è un processo cognitivo attraverso il quale un individuo si sforza di vedere le situazioni dal punto di vista di un altro, comprendendo così meglio i suoi pensieri, sentimenti e motivazioni. Nel contesto della genitorialità, il perspective taking si rivela una componente fondamentale dello stile genitoriale autorevole. Esso permette ai genitori di riconoscere e rispettare l’individualità e le esperienze emotive dei propri figli. Adottare questa pratica favorisce quindi una comunicazione aperta e un ambiente di supporto che sono essenziali per il benessere e lo sviluppo emotivo del bambino.
