La casa dopo le cose

Nella strada 17 di La Plata, Antonio Muñoz porta fuori dal garage una porta di armadio, poi altri pannelli gonfiati dall’acqua. La biblioteca, il tavolo del computer, il mobile del televisore finiscono sul marciapiede, insieme alle cose che occupavano la sua casa. È il 4 aprile 2013 e l’alluvione che ha investito la città argentina ha interrotto anche le comunicazioni: Muñoz ha atteso il mattino per osservare le strade. Quando incontra i cronisti, tiene in tasca un foglio strappato da un quaderno, sul quale ha annotato il prezzo dei beni perduti. Ogni tanto lo mostra. Quel foglio, che Muñoz estrae a ogni conversazione, è già uno dei modi disponibili per raccontare ciò che gli è accaduto.

Josefina López Mac Kenzie, Laureano Barrera e Diego Galeano, in una cronaca pubblicata il 5 aprile su Revista Anfibia con il titolo «Somos menos», seguono il movimento di una città che sembra aver riversato sulle strade ciò che conservava nelle proprie stanze. Verso la fine del reportage scrivono: «Gli abitanti di La Plata tirano fuori la propria infelicità come portano i mobili rovinati sui marciapiedi: perché qualcuno se li porti via» (traduzione mia). La frase lascia intravedere una prossimità perturbante fra il destino degli oggetti e quello dei racconti. Entrambi attraversano la soglia di casa, mentre viene meno la distinzione, normalmente affidabile, fra ciò che possiamo lasciare all’interno e ciò che dobbiamo rendere visibile agli altri.

Gaston Bachelard

La questione trova un approfondimento particolarmente significativo nella riflessione di Gaston Bachelard, che nella Poétique de l’espace, pubblicata per la prima volta nel 1957[1], assegna alla casa un’importanza difficilmente riconducibile alle sue funzioni architettoniche. Nel primo capitolo, dedicato all’abitazione e alla sua articolazione verticale, Bachelard scrive:

Che cosa accade, però, alla vita di una persona quando gli oggetti che ne hanno accompagnato la durata vengono improvvisamente sottratti alla possibilità di essere ritrovati? La domanda riguarda la struttura dell’esperienza, prima ancora dell’intensità del dolore provocato da una perdita. Una fotografia può scomparire senza che scompaia il ricordo di chi vi è raffigurato. Eppure quella fotografia, finché si trovava nella stanza, rendeva possibile un incontro non programmato con il passato: poteva attirare lo sguardo durante un’attività ordinaria, suscitare una domanda, far riaffiorare un dettaglio che nessuna volontà di ricordare aveva cercato. La memoria disponeva, per così dire, di un luogo nel quale essere raggiunta.

La casa, nella vita dell’uomo, tiene lontane le contingenze; moltiplica i suoi inviti alla continuità. Senza di essa, l’uomo sarebbe un essere disperso. Essa lo sostiene attraverso le tempeste del cielo e quelle della vita. È corpo e anima. È il primo mondo dell’essere umano (Bachelard, 1961, p. 26, traduzione mia).

Per comprendere la portata di queste affermazioni occorre soffermarsi su quel riferimento alla dispersione che la casa contribuirebbe a scongiurare. Bachelard sembra suggerire che la continuità dell’esistenza abbia bisogno di condizioni che la coscienza, affidata alle proprie risorse, non è in grado di assicurare interamente. L’abitazione custodisce una durata nella quale le esperienze possono depositarsi, conservando la possibilità di essere nuovamente incontrate. Il passato, pertanto, non rimane semplicemente alle nostre spalle. Attraverso la familiarità con uno spazio abitato, esso continua a partecipare a ciò che siamo, spesso senza che ce ne rendiamo conto. La casa costituisce una delle condizioni grazie alle quali possiamo attraversare il tempo senza dover continuamente ricominciare a riconoscerci.

Il riferimento alle «tempeste del cielo» acquista tuttavia, nella vicenda di La Plata, un significato che mette in difficoltà la prospettiva bachelardiana. La casa che avrebbe dovuto proteggere dalle intemperie viene invasa proprio da quella forza naturale rispetto alla quale prometteva riparo. I cronisti raccontano anche la morte di un anziano che, dopo avere subito un furto, aveva rafforzato la porta della propria abitazione con serrature e lucchetti: durante l’alluvione, quelle protezioni potrebbero avergli impedito di uscire. La circostanza costringe a riconoscere una difficoltà che Bachelard non intendeva affrontare direttamente, interessato com’era alla vita delle immagini poetiche: la funzione protettiva della casa rimane esposta a condizioni materiali che possono trasformare il riparo in una trappola.

L’esperienza dell’abitare, considerata sotto questa luce, rivela una dipendenza che la familiarità tende normalmente a sottrarre alla nostra attenzione. Possiamo organizzare gli ambienti domestici, scegliere come proteggerli e quali oggetti conservarvi, senza disporre delle condizioni che rendono effettivamente sicuro il territorio sul quale sorgono. Le infrastrutture, la manutenzione delle opere pubbliche e la tempestività dei soccorsi entrano nell’esperienza privata dell’abitazione attraverso una fiducia raramente tematizzata. Quando essa viene meno, scopriamo che la possibilità di sentirci al sicuro nella nostra casa dipende anche da decisioni assunte altrove.

Una seconda indicazione di Bachelard consente di tornare agli oggetti che Muñoz trascina sulla strada. Nel capitolo dedicato ai cassetti, ai bauli e agli armadi, il filosofo riconosce a questi mobili una funzione che eccede la loro utilità. Scrive:

L’armadio e i suoi ripiani, lo scrittoio e i suoi cassetti, il baule e il suo doppio fondo sono veri e propri organi della vita psicologica segreta. Senza questi “oggetti”, e senza altri ai quali attribuiamo un valore analogo, alla nostra vita intima mancherebbe un modello d’intimità (Bachelard, 1961, p. 83, traduzione mia).

La formulazione merita attenzione soprattutto per l’impiego del termine «organi». Bachelard sembra riconoscere agli oggetti domestici una partecipazione alla vita psichica che rende insufficiente considerarli semplici strumenti destinati a soddisfare bisogni. Un cassetto, per esempio, consente di custodire qualcosa sottraendolo alla disponibilità immediata degli altri. Quel gesto elementare introduce una differenza fra ciò che può essere mostrato e ciò che viene riservato, rendendo possibile una particolare esperienza dell’intimità. L’armadio non custodisce soltanto il contenuto che vi abbiamo collocato: nella sua stessa organizzazione materiale acquista forma una certa possibilità di avere qualcosa di proprio, di conservarlo e di decidere quando renderlo accessibile.

Questa interpretazione permette di comprendere perché la distruzione dei mobili possa assumere un significato che nessun inventario economico riesce a restituire integralmente. Una biblioteca danneggiata può essere sostituita con un mobile nuovo, eventualmente identico per dimensioni e funzione. Ciò che risulta meno facilmente ripristinabile riguarda la familiarità costruita attraverso il suo uso: la disposizione dei libri modificata nel corso degli anni, gli oggetti riposti senza un criterio immediatamente riconoscibile, il modo in cui qualcuno aveva imparato a trovare ciò che cercava. Anche la possibilità di dimenticare qualcosa in un cassetto presuppone una continuità materiale sufficientemente affidabile da consentire, un giorno, una scoperta inattesa.

Sarebbe tuttavia improprio attribuire a Bachelard una teoria della memoria materiale già compiutamente elaborata. La sua attenzione è rivolta soprattutto alla capacità delle immagini poetiche di suscitare esperienze dell’intimità, mentre il problema che emerge dalla cronaca argentina riguarda la relazione concreta fra una persona e gli oggetti che accompagnano la sua esistenza. La distinzione è importante, poiché impedisce di trasformare la Poétique de l’espace in una spiegazione psicologica delle conseguenze di una catastrofe. Al tempo stesso, la riflessione bachelardiana rende possibile formulare con maggiore precisione una difficoltà antropologica: se l’intimità assume forma anche attraverso la relazione con gli oggetti, che cosa accade alla percezione di sé quando quelle forme vengono distrutte indipendentemente dalla nostra volontà?

Il foglio di Muñoz introduce un ulteriore elemento di complessità. La cifra complessiva, 17.600 pesos, ordina il danno secondo una grammatica che può essere comunicata a un ufficio e confrontata con le risorse disponibili; per un pensionato che ne percepisce 2.200 al mese, il calcolo riguarda innanzitutto la possibilità materiale di ricominciare. Sarebbe ingiusto svalutare questa contabilità come una reazione incapace di cogliere la profondità della perdita. Eppure l’equivalenza economica, indispensabile per acquistare nuovamente un mobile, non ci dice se il nuovo oggetto potrà assumere il posto occupato dal precedente nella storia dell’abitante. Il prezzo rende comparabili cose che, nell’esperienza, non lo erano necessariamente.

Una simile considerazione potrebbe condurre a sopravvalutare il possesso, come se la continuità dell’esistenza richiedesse necessariamente la conservazione degli oggetti familiari. L’obiezione è seria, soprattutto quando si considerano le persone che non dispongono di un’abitazione stabile o quelle per le quali l’allontanamento da un luogo costituisce una possibilità di emancipazione. La casa stessa, del resto, può custodire esperienze dalle quali desideriamo prendere distanza. Il problema che La Plata permette di riconoscere riguarda allora una differenza più circoscritta: quella fra la possibilità di decidere come separarsi dalle cose e l’esperienza di una separazione che si compie prima che il soggetto abbia potuto attribuirle un significato.

Si comprende così perché l’alluvione possa produrre una forma di spaesamento anche quando non comporta l’abbandono definitivo del luogo in cui si vive. Una persona può riconoscere la propria strada, ritrovare i vicini, tornare allo stesso indirizzo e scoprire tuttavia che le relazioni attraverso le quali quel luogo le era diventato familiare sono state profondamente alterate. La perdita investe una trama di consuetudini che non era necessario rappresentarsi esplicitamente finché continuava a funzionare. La casa, che per Bachelard permette all’essere umano di non disperdersi, rivela allora quanto quella continuità possa essere vulnerabile.

Il reportage registra una risposta a questa esperienza attraverso il linguaggio. Nei negozi, nelle file e lungo le strade, gli abitanti raccontano ripetutamente ciò che è accaduto; la cronaca accosta questa insistenza al movimento dei mobili trascinati all’aperto. Sarebbe prematuro interpretare ogni racconto come un’elaborazione riuscita dell’accaduto. Parlare può servire a cercare informazioni, a denunciare l’assenza di aiuti, perfino a ripetere una scena che non ha ancora trovato un ordine comprensibile. La parola, tuttavia, non restituisce integralmente la relazione corporea con un ambiente: sapere com’era una stanza non equivale a potervi entrare senza pensarci, ritrovando attraverso gesti consueti ciò che un tempo vi era custodito.

Chi ascolta il racconto riceve dunque qualcosa che non può essere interamente sostituito da una descrizione. La perdita dell’altro, se viene compresa soltanto attraverso il numero dei beni danneggiati, rimane prigioniera della rappresentazione che siamo già in grado di farcene. L’esperienza potrebbe invece rivelare un significato inatteso, legato a un oggetto apparentemente insignificante oppure alla difficoltà di riconoscere come proprio un luogo ancora materialmente disponibile. Anche la risposta istituzionale dovrebbe misurarsi con questa eccedenza, evitando di identificare la ricostruzione con il semplice ripristino delle condizioni precedenti.

La lezione di Bachelard, riletta attraverso le strade di La Plata, consente infine di precisare il significato antropologico dell’abitare. Se la casa partecipa alla continuità dell’esistenza, occorre riconoscere che quella continuità non è assicurata una volta per tutte e che nessun intervento materiale può determinarne compiutamente la ricostituzione. Si può restituire a qualcuno un edificio e lasciare ancora aperta la questione della sua abitabilità esistenziale. La possibilità di chiamare nuovamente proprio un luogo dipenderà anche dal modo in cui chi vi ritorna potrà riorganizzare la relazione con ciò che è rimasto, attribuire significato alle assenze e decidere quali nuove familiarità lasciare nascere. In questa possibilità, che nessuna procedura può interamente anticipare, la ricostruzione incontra il suo limite e, insieme, la responsabilità di rispettare una storia personale che non può essere riprodotta secondo un modello prestabilito.

Riferimenti bibliografici

Bachelard, G. (1961). La poétique de l’espace (3ª ed.; opera originale pubblicata nel 1957). Presses Universitaires de France.

López Mac Kenzie, J., Barrera, L., & Galeano, D. (2013, 5 aprile). Somos menos. Revista Anfibia. https://www.revistaanfibia.com/somos-menos/


[1] Pubblicata nel 1957 presso le Presses Universitaires de France, La poétique de l’espace occupa una posizione particolarmente significativa nell’itinerario filosofico di Gaston Bachelard (1884–1962). Il libro appartiene alla stagione delle sue ricerche sull’immaginazione poetica, sviluppatasi accanto alla riflessione epistemologica alla quale il filosofo aveva dedicato opere fondamentali. Già nell’introduzione Bachelard riconosce la difficoltà, per un pensatore formatosi attraverso l’indagine sulle condizioni della conoscenza scientifica, di affrontare un’esperienza come quella dell’immagine poetica, la cui novità non può essere spiegata ricostruendo semplicemente le cause psicologiche o le circostanze biografiche che l’hanno preceduta. La decisione metodologica che orienta il volume consiste pertanto nel privilegiare una fenomenologia dell’immaginazione, interessata all’emergere delle immagini nella coscienza e alla loro capacità di suscitare una particolare esperienza dell’essere.

Questa impostazione chiarisce anche il significato del titolo. Lo spazio di cui Bachelard si occupa non coincide con quello geometrico, misurabile attraverso dimensioni e coordinate, né viene considerato principalmente come un insieme di ambienti sottoposti alle esigenze dell’organizzazione funzionale. L’indagine riguarda gli spazi nella misura in cui essi vengono vissuti, immaginati e investiti di significati che modificano il nostro rapporto con noi stessi. La casa occupa una posizione privilegiata perché rende particolarmente evidente la possibilità che una realtà materiale partecipi alla configurazione dell’intimità. Nel primo capitolo, dedicato alla casa e alla sua articolazione dalla cantina alla soffitta, Bachelard mostra come gli ambienti domestici possano acquisire significati differenti attraverso l’immaginazione e il ricordo; nei capitoli successivi il discorso si estende ai rapporti fra casa e universo, ai cassetti, ai bauli e agli armadi, per rivolgersi poi alle immagini del nido, della conchiglia, degli angoli e della miniatura. La riflessione prosegue attraverso l’esperienza dell’immensità intima, la dialettica dell’interno e dell’esterno e la fenomenologia del rotondo.

L’originalità dell’opera risiede soprattutto nel ruolo attribuito all’immagine poetica, che Bachelard non considera un semplice ornamento del discorso o una rappresentazione secondaria di esperienze già compiute. Attraverso la rêverie, termine traducibile solo parzialmente con «fantasticheria» o «sogno a occhi aperti», l’immaginazione instaura un rapporto con il mondo che possiede una propria consistenza. Ne deriva una concezione dell’abitare nella quale gli spazi acquistano significato attraverso le possibilità immaginative che rendono disponibili, mentre gli oggetti familiari diventano occasioni per comprendere modalità dell’esperienza altrimenti difficili da tematizzare. L’analisi dei mobili e dei luoghi destinati a custodire qualcosa permette, per esempio, di esaminare il rapporto tra segreto e intimità senza ridurlo a una dimensione puramente psicologica.

Va tuttavia precisato che la casa indagata da Bachelard è prevalentemente quella dell’immaginazione poetica, spesso riconosciuta nelle immagini dell’abitazione amata e protettiva. Sarebbe perciò metodologicamente improprio trasferire senza mediazioni le sue considerazioni all’insieme delle condizioni abitative concrete, soprattutto là dove la precarietà, la violenza o la distruzione impediscono alla casa di svolgere una funzione di riparo. Il confronto con l’alluvione di La Plata acquista interesse proprio a partire da tale distanza. La Poétique de l’espace consente di comprendere perché la perdita di un ambiente familiare possa investire dimensioni profonde dell’esperienza personale, mentre la cronaca della catastrofe obbliga a interrogare le condizioni materiali e collettive dalle quali dipende la possibilità stessa di abitare. In questa prospettiva, il contributo di Bachelard va riconosciuto nella capacità di rendere filosoficamente visibile la partecipazione dello spazio alla vita umana, mantenendo aperta la questione delle circostanze nelle quali tale partecipazione può essere compromessa.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.