Una lavatrice che continua a funzionare dopo anni di utilizzo difficilmente suscita particolare attenzione. L’eventuale sostituzione, soprattutto quando introduce prestazioni prima indisponibili, diventa invece un avvenimento che merita di essere raccontato. Eppure, la possibilità di servirsi quotidianamente di un elettrodomestico dipende da una storia meno appariscente, fatta di piccoli interventi e accorgimenti attraverso i quali se ne prolunga la durata. L’oggetto che abbiamo davanti conserva la propria identità mentre alcune delle sue parti vengono progressivamente modificate. Consideriamo naturale questa permanenza, senza domandarci quale rapporto esista tra ciò che continua a funzionare e il lavoro necessario a impedirne il deterioramento.
Andrew Russell e Lee Vinsel hanno dedicato a tale questione un articolo pubblicato nel 2016 su Aeon, significativamente intitolato Hail the maintainers. L’interesse dei due studiosi nasce dalla sproporzione tra l’attenzione riservata all’innovazione tecnologica e il riconoscimento accordato alle attività che permettono alle tecnologie esistenti di rimanere utilizzabili. Nel ricostruire l’affermazione culturale dell’innovazione, Russell e Vinsel mostrano come il prestigio attribuito alla novità abbia progressivamente condizionato anche la nostra rappresentazione del lavoro. A un certo punto osservano: «The most unappreciated and undervalued forms of technological labour are also the most ordinary», ossia, nella mia traduzione, «Le forme di lavoro tecnologico meno apprezzate e meno valorizzate sono anche quelle più ordinarie». La coincidenza merita attenzione, poiché l’ordinarietà, che dovrebbe attestare quanto un’attività sia profondamente intrecciata all’esistenza, può diventare la ragione della sua scarsa considerazione.
Il problema possiede certamente una dimensione economica, riconducibile alle disuguaglianze salariali e alla distribuzione sociale del prestigio. La sua rilevanza antropologica comincia tuttavia a delinearsi quando ci domandiamo perché l’essere umano sia così facilmente disposto a identificare il proprio agire con la produzione di qualcosa che prima non esisteva. L’idea che un’azione acquisti significato attraverso il cambiamento che introduce possiede una forza considerevole, alimentata anche dalla facilità con cui possiamo riconoscerne il risultato. La manutenzione presenta una difficoltà differente: quando riesce, può lasciare il mondo apparentemente identico a come lo abbiamo trovato. L’intervento necessario alla sua riuscita tende allora a scomparire dietro la continuità che ha reso possibile.
Chi ripara una conduttura danneggiata può mostrare ciò che ha fatto, indicando il guasto eliminato. Chi interviene prima che il danneggiamento si verifichi si trova invece nella condizione paradossale di dover giustificare un’attività il cui risultato consiste nell’assenza di un evento. La competenza del manutentore comprende la capacità di riconoscere, all’interno di una situazione ancora ordinaria, gli indizi di una trasformazione possibile. La sua esperienza del presente è attraversata da un futuro che potrebbe non realizzarsi proprio grazie all’intervento compiuto. Non disponiamo, tuttavia, di un criterio immediato per misurare il valore di ciò che è stato evitato, soprattutto quando l’assenza del guasto viene interpretata come conferma della sua improbabilità.

Questa difficoltà consente di tornare alla distinzione elaborata da Hannah Arendt in The Human Condition (1958), fra il lavoro legato alla riproduzione della vita e l’operare attraverso cui l’essere umano realizza oggetti destinati a sopravvivere al momento della loro produzione. La filosofa attribuisce alla durevolezza delle cose una funzione essenziale nella costituzione del mondo umano, riconoscendo nella loro relativa indipendenza da coloro che le hanno prodotte una condizione della stabilità dell’esistenza. Nel capitolo dedicato all’operare, osserva:
È questa durevolezza a conferire alle cose del mondo la loro relativa indipendenza dagli uomini che le hanno prodotte e che le utilizzano, quella loro “oggettività” grazie alla quale esse possono resistere, opporsi e sopravvivere, almeno per un certo tempo, ai bisogni e ai desideri voraci dei loro produttori e utilizzatori viventi. Da questa prospettiva, le cose del mondo svolgono la funzione di stabilizzare la vita umana. (Arendt, 1998, p. 137, traduzione mia).
La stabilità evocata da Arendt acquista un significato che sarebbe riduttivo ricondurre alla semplice conservazione materiale. Gli oggetti permettono all’essere umano di ritrovare qualcosa di riconoscibile mentre la sua esistenza attraversa trasformazioni che non può arrestare. La sedia e il tavolo ai quali la filosofa fa riferimento nelle righe successive conservano una relativa identità, offrendo a chi li utilizza la possibilità di riconoscersi attraverso il rapporto con ciò che permane. La loro oggettività consiste precisamente in questa capacità di resistere, almeno temporaneamente, alla mutevolezza dei bisogni e delle esperienze. Il mondo artificiale contribuisce così alla continuità biografica di esseri che, diversamente dalle cose che producono, non possono sottrarsi alla propria finitudine.
Rimane tuttavia da comprendere attraverso quali condizioni tale permanenza diventi possibile. La durevolezza degli oggetti non li rende immuni dal deterioramento, né garantisce che continuino a essere disponibili per coloro che verranno dopo. La manutenzione permette di riconoscere una dimensione della stabilità che la sola attività produttiva non riesce a esaurire. Un edificio può sopravvivere a chi lo ha progettato perché altri, nel corso del tempo, intervengono per conservarne l’utilizzabilità. La permanenza assume allora il carattere di un risultato continuamente sostenuto, la cui relativa invisibilità dipende proprio dall’efficacia delle operazioni che ne impediscono la compromissione.
La riflessione di Arendt offre, a questo riguardo, un’indicazione particolarmente interessante. Esaminando la coltivazione della terra, la filosofa incontra un’attività che rende meno agevole distinguere il lavoro ripetitivo dalla produzione di qualcosa di durevole. Il terreno coltivato conserva una configurazione riconoscibile, pur dipendendo da interventi che devono essere periodicamente rinnovati. Arendt precisa:
La terra coltivata non è, propriamente parlando, un oggetto d’uso che possieda una propria durevolezza e che, per conservarsi, richieda soltanto le ordinarie cure necessarie alla sua preservazione; il terreno lavorato, se deve rimanere coltivato, ha bisogno di essere lavorato ripetutamente. Una vera reificazione, in altri termini, nella quale l’esistenza della cosa prodotta sia assicurata una volta per tutte, non si è mai realizzata; essa deve essere riprodotta continuamente affinché possa continuare ad appartenere al mondo umano (Arendt, 1998, pp. 138–139, traduzione mia).
Il riferimento alla coltivazione possiede una funzione precisa nell’argomentazione arendtiana, poiché mostra perché un’attività apparentemente produttiva continui ad appartenere alla ciclicità del lavoro. Sarebbe improprio generalizzarne la conclusione, attribuendo alla filosofa l’idea che qualsiasi oggetto debba essere incessantemente riprodotto. Eppure, proprio la specificità dell’esempio permette di riconoscere una difficoltà che il confronto con Russell e Vinsel rende più evidente. La permanenza del mondo artificiale comprende oggetti che richiedono modalità differenti di conservazione, alcune delle quali si avvicinano alla ripetizione caratteristica del lavoro, mentre altre presuppongono interventi occasionali e competenze specializzate. La distinzione concettuale fra lavoro e operare rimane significativa, ma la durata effettiva delle cose dipende spesso dalla loro cooperazione.
Il problema assume una diversa consistenza quando consideriamo l’eredità. Ricevere qualcosa da chi ci ha preceduto significa generalmente entrare in possesso di un bene o di una possibilità che non abbiamo contribuito a creare. La trasmissione, tuttavia, non si esaurisce nel trasferimento di un oggetto, qualora la sua utilizzabilità richieda un’attenzione continuativa. Un edificio o una rete idrica possono appartenere a generazioni differenti soltanto a condizione che qualcuno assuma, nel frattempo, il compito di contrastarne il deterioramento. L’eredità acquista così una dimensione temporale che eccede il momento della consegna, coinvolgendo coloro che ricevono nella responsabilità di rendere ancora disponibile ciò che è stato loro affidato.
Sarebbe però improprio dedurne un dovere generalizzato di conservazione. Le cose che ereditiamo possono incorporare scelte ingiuste o forme di sfruttamento che la loro durata contribuisce a rendere abituali. Russell e Vinsel sono consapevoli del pericolo di sostituire la celebrazione dell’innovatore con quella, altrettanto acritica, del manutentore. La difficoltà riguarda allora il criterio attraverso il quale decidiamo che cosa meriti di continuare a esistere. Occuparsi della durata di un sistema può richiedere di modificarne profondamente alcune condizioni, qualora la sua continuità finisca per compromettere le possibilità di vita che avrebbe dovuto garantire. L’attenzione alla conservazione comprende, pertanto, anche la capacità di riconoscere quando ciò che abbiamo ricevuto debba essere trasformato.
La questione si approfondisce considerando chi svolge concretamente questo lavoro. Una parte considerevole delle attività di mantenimento appartiene alla sfera domestica, nella quale la preparazione del cibo e la cura degli ambienti producono risultati destinati a essere consumati e a richiedere nuove prestazioni. La ripetizione, che testimonia l’importanza di tali attività, contribuisce frequentemente alla loro svalutazione. Chi ne beneficia può arrivare a considerare la loro disponibilità una caratteristica dell’ambiente familiare, dimenticando la dipendenza personale dalla quale essa deriva. L’autonomia individuale rivela così una condizione raramente riconosciuta: possiamo dedicare tempo e attenzione alle nostre scelte anche perché altri garantiscono, attraverso il proprio lavoro, condizioni che non siamo costretti a ricostituire personalmente.
Questa dipendenza invita a interrogare la responsabilità di chi mantiene qualcosa in funzione senza necessariamente conoscere le persone che ne beneficeranno. Il tecnico che verifica la sicurezza di un ponte non stabilisce quali incontri o quali viaggi avranno luogo grazie al suo intervento. Il suo lavoro concorre tuttavia a rendere praticabili azioni che appartengono a storie differenti dalla propria. Possiamo chiamare responsabilità della durata questa relazione con le possibilità altrui, purché l’espressione non suggerisca un obbligo illimitato di preservare ciò che esiste. Essa designa la capacità di riconoscere che il significato delle nostre azioni comprende anche le condizioni che permettiamo ad altri di continuare a utilizzare.
Il contributo di Russell e Vinsel può essere allora compreso attraverso una domanda che il confronto con Arendt rende più precisa: quale concezione dell’essere umano emerge quando attribuiamo alla capacità di mantenere un mondo condiviso un’importanza comparabile a quella riconosciuta alla sua produzione? La risposta richiede di considerare quanto la possibilità di iniziare qualcosa dipenda dalla disponibilità di ciò che altri hanno saputo far durare. Anche la novità ha bisogno di un mondo sufficientemente stabile nel quale comparire, mentre tale stabilità rimane esposta alla fragilità delle cose e alla vulnerabilità delle relazioni dalle quali dipende.
Un’eredità può essere ricca di oggetti e povera delle condizioni necessarie a mantenerli utilizzabili. Può conservare infrastrutture imponenti, lasciando progressivamente scomparire le competenze che ne assicuravano il funzionamento. La durata non coincide allora con la sola resistenza materiale di ciò che abbiamo costruito. Dipende anche dalla possibilità che altri continuino a riconoscere, nelle cose ricevute, qualcosa di cui valga la pena occuparsi, conservando la libertà di modificarlo. La responsabilità verso il futuro comprende questa particolare forma di attenzione, attraverso la quale l’essere umano si prende cura di un mondo che lo precede e che, proprio perché non gli appartiene interamente, dovrà poter continuare a essere abitato diversamente da come egli stesso lo ha conosciuto.
Arendt, H. (1998). The human condition (2nd ed.). University of Chicago Press. (Opera originale pubblicata nel 1958).
Russell, A., & Vinsel, L. (2016, 7 aprile). Hail the maintainers. Aeon. https://aeon.co/essays/innovation-is-overvalued-maintenance-often-matters-more
