Il coraggio di essere ridicoli

Ricordate le parole “Stay hungry, stay foolish” con cui Steve Jobs, nel 2005, invitava i giovani laureati dell’Università di Standford a non rinunciare ai propri sogni? Si potrebbe forse aggiungere uno “Stay ridiculous” a quell’autorevole esortazione.

Qualche giorno fa, ho avuto modo di parlare con Fabio, il figlio diciassettenne di un caro amico, il quale, quando è “in crisi”, viene a chiedere consigli “al vecchio filosofo con la barba bianca”, come lui scherzosamente (mica tanto) dice.

Fabio mi raccontava che un mesetto addietro, ha finalmente trovato il coraggio di comunicare il suo amore a Chiara, sua compagna di banco. A dire il vero, i due ragazzi non sembrano particolarmente compatibili. Chiara è considerata dai coetanei una tipa “tosta”, ha i capelli rasati a metà e per addormentarsi ascolta i Black Sabbath; Fabio è un tipo mingherlino, piuttosto timido e quando si gioca a calcetto viene messo in porta.

Nonostante ogni ragionevole previsione, la ragazzina è rimasta folgorata da una particolare espressione pronunciata dal ragazzo che, all’apice della sua ispirazione amorosa, pare le abbia detto “Sei il mio fiorellino”.

Ascoltate quelle parole, la ragazza non solo non ha picchiato Fabio (come lui si aspettava), ma si è sciolta in inaspettate lacrime e ha confessato che anche lei provava qualcosa per lui.

Il giorno dopo e per le successive settimane, memore del miracoloso effetto delle sue parole, ad ogni incontro con la nuova fidanzatina, Fabio ha pronunciato la formula magica “Sei il mio fiorellino”.

Infine, qualche giorno fa, Chiara ha chiaramente detto che lei odia i fiori, manifestando così la sua insofferenza per quella ostinata botanica identificazione e gli ha intimato di sparire.

“Perché quelle parole non hanno funzionato più, se io le ho ripetute sempre nello stesso modo?”, mi chiedeva ora Fabio, con sguardo supplichevole. L’episodio di Fabio e Chiara permette di accennare proprio al valore del ridicolo.

Sia in ambito lavorativo che privato, la nostra esperienza ci ha insegnato che, a volte, le nostre comunicazioni risultano particolarmente efficaci. Ce ne rendiamo conto perché il nostro interlocutore sembra effettivamente toccato dai nostri argomenti e la comunicazione non diventa una inutile contesa per difendere le proprie ragioni. È vero, non succede sempre. Ma succede.

Questo stesso risultato è stato raggiunto da Fabio nel momento in cui ha osato sfidare il ridicolo, esprimendo i suoi sentimenti, cioè la sua individualità essenziale, ciò che lui intimamente è. Se si fosse attenuto alle regole codificate nel contesto (la scuola) o se avesse fatto eccessivo riferimento alle sue previsioni sul carattere di Chiara non si sarebbe mai azzardato a pronunciare la frase “Sei il mio fiorellino!”.

Ora, il punto è che quelle parole, per quanto ingenue, condividono un destino comune con le forme del comunicare, a volte così rarefatte, che noi utilizziamo quando lavoriamo. È possibile dire qualcosa in più di tale dinamica? Come funzionano le parole, in genere? E come dovrebbe essere costituita una parola in grado di toccare l’altro?

Per farla breve, va detto che all’inizio, quando una espressione comunicativa nasce, essa è massimamente originale e, come tale, comunica in modo estremamente efficace. Con l’andar del tempo, quella stessa espressione perde gradualmente la sua efficacia, soprattutto se essa viene reiterata con la segreta speranza che funzioni come la prima volta.

Per quanto riguarda il ruolo del ridicolo, è senz’altro vero che, secondo il senso comune, essere ridicoli non è propriamente un complimento. Infatti, è solitamente ritenuto ridicolo chi è buffo, chi agisce come una specie di pagliaccio e, soprattutto, in un ambiente lavorativo un tale comportamento è da evitare come la peste.

Sul luogo di lavoro, infatti, è bene mostrarsi coerenti con le indicazioni ricevute dai superiori, efficienti nel perseguire i risultati richiesti, in linea con le convenzioni adottate.

Sono proprio le convenzioni – direbbero i sostenitori dell’ortodossia – a garantire il più rapido raggiungimento di un obiettivo in quanto procedure standardizzate. È difficile negare una tale evidenza.

Eppure, l’episodio di Fabio e Chiara mostra anche un’altra via.

Nello specifico, mostra che è quando si ha il coraggio di essere ridicoli, cioè di sfidare le convenzioni quando esse sono ritenute non più in grado di veicolare ciò che siamo, che possiamo comunicare con tutto noi stessi. Essere ridicoli è, dunque, una condizione per essere efficaci nella comunicazione.

Questa capacità va accompagnata dall’avvertimento che non per il fatto di essere stati in grado di individuare forme efficaci di comunicazione, si deve ritenere che esse permangano nella loro validità a tempo indeterminato. Ritenere che una forma comunicativa rimanga sempre valida significa invece condannarla alla stereotipia, cioè alla insignificanza. È stato questo l’errore di Fabio al quale, tuttavia, siamo grati perché ci ha segnalato che, per comunicare efficacemente, occorre avere il coraggio di sembrare un po’ ridicoli.

Non sappiamo come la storia d’amore tra questi due ragazzi evolverà, ma sappiamo che difficilmente Chiara dimenticherà la faccia tosta di un ragazzino timido le cui parole l’hanno toccata nell’animo stesso.

E noi, saremmo in grado di sfidare le convenzioni in cui talvolta ci adagiamo?

Per incoraggiare i più timidi fra noi, vengono in soccorso le parole di Mircea Eliade: «Il ridicolo solo merita di essere imitato. Perché è solamente imitandolo che si imita la vita».

4 pensieri su “Il coraggio di essere ridicoli

  1. Il ridicolo come rottura del convenzionale nella comunicazione…molto vero. E forse non è solo una strategia comunicativa (che rischia altrimenti di cadere nell’usura e nella ripetizione, secondo l’esempio riportato), forse è uno dei risvolti dell’autenticità (credo sia il senso sotteso all’articolo).
    In questa direzione mi viene in mente il “ridicolo” come tratto che accompagna la sincerità e l’innocenza del principe Myškin ne “L’idiota” (così come la semplicità di Aleša ne “I fratelli Karamazov”) e che caratterizza i profeti, i pazzi ispirati da Dio. Non a caso, per Dostoevskij, Don Chisciotte «il più completo e perfetto» tra gli uomini buoni della letteratura «è buono (ovvero “è bello”) esclusivamente perché nello stesso tempo è anche comico» (“Lettere sulla creatività”).
    Un saluto.

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    1. Gentile Rossana, Le sono veramente molto grato per le sue considerazioni e per il guadagno di significazione ad esse connesso. Ho trovato particolarmente illuminanti i due riferimenti. Non conoscevo le “Lettere sulla creatività” di Dostoevskij. Sarà il mio prossimo acquisto! Lei coglie bene, mi sembra, il cuore del problema. Il ridicolo oltre il ridicolo cui mi riferisco ha il merito di smascherare le “parole parlate” cui si riferiva Merleau-Ponty e di infondere una spinta verso quel luogo originario, luogo di autenticazione, verso cui costantemente rivolgiamo il nostro sguardo. Grazie ancora per il privilegio del suo dialogo.

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  2. Hm, ammetto che l’analisi mi sembra confusa.
    Il ridicolo nella comunicazione amorosa ha il suo luogo, certo, ma io non mi addentrerei fino a renderlo un elemento necessario. Anzi: moltissime coppie si amano senza grandi risate (povere loro, ok, ma è così).
    Che essere ridicoli sia una condizione per essere efficaci nella comunicazione invece direi che è proprio una tesi da abbandonare seduta stante: restiamo invece a una analisi serena degli obiettivi di ogni comunicazione. Il comico sul palco sarà ridicolo se vuole l’applauso, il medico che diagnostica un male, proprio no.
    Sull’originalità della comunicazione sono già più d’accordo, ma varrebbe la pena citare una dialettica con l’utilità delle “prove di scena” – che invece sembrerebbero confutare l’idea.

    Insomma, i temi trattati in questo blog sembrano interessanti!

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