(Introduzione). I testi raccolti in questo volume nascono dal convegno «Raccontami chi sei, ti dirò che scienza fai. I linguaggi dell’identità nella comunicazione scientifica», che si è tenuto a Pisa il 7 ottobre 2025[1]. Il titolo, volutamente colloquiale, contiene però uno scarto che vale come programma di lavoro. La comunicazione scientifica viene spesso descritta come esercizio di trasparenza: un sapere, una volta prodotto, dovrebbe «passare» dal laboratorio alla società senza che nel tragitto cambi sostanza. La formula del convegno incrina questa immagine: suggerisce che il «chi» non sia un dettaglio biografico marginale, ma una variabile epistemica e comunicativa, e che il «che cosa» della scienza non sia separabile dal «come» e dal «da dove» viene detto. La scienza, allora, non è soltanto un insieme di risultati: è anche un insieme di posture, ruoli, autorità riconosciute, lessici, generi discorsivi e dispositivi che costruiscono identità – di chi parla, di chi ascolta, delle comunità che legittimano ciò che conta come conoscenza.
I tre contributi qui raccolti – diversi per approccio, oggetto e stile – si incontrano proprio su questo crinale. Da un lato mostrano come la comunicazione scientifica sia sempre un atto situato, che avviene dentro contesti sociali e istituzionali attraversati da asimmetrie, aspettative e memorie collettive; dall’altro mettono a tema la dimensione identitaria che quei contesti rendono visibile e spesso inevitabile. «Identità», in questa prospettiva, non coincide con la semplice presentazione di sé; è piuttosto la trama di appartenenze, responsabilità e autorizzazioni che rende una voce credibile o sospetta, ascoltata o ignorata. E «linguaggi dell’identità» rimanda non soltanto a contenuti espliciti – quando si parla di genere, appartenenza culturale, ruolo professionale – ma anche a scelte lessicali e retoriche (un «noi» inclusivo o escludente, un registro tecnico o accessibile, una forma impersonale o dialogica), a pratiche comunicative (la lezione, il paper, l’intervista, il post) e alle tecnologie che oggi possono simulare una voce, uno stile, una presenza autoriale.
Una prima traiettoria, più ampia e «macro», è offerta dal testo di Pierluigi Barrotta, che colloca la comunicazione scientifica nel cuore delle democrazie contemporanee, segnate dall’emergere della tecnoscienza e dall’intreccio ormai strutturale fra ricerca, applicazioni, interessi economici e decisioni pubbliche.
Quando le scelte collettive dipendono da saperi altamente specializzati, la comunicazione non può essere considerata un’appendice divulgativa: diventa pratica politica nel senso più serio del termine perché incide sulla qualità del dibattito pubblico, sulla formazione del consenso e sulla capacità della società di assumersi responsabilità condivise. Da qui la proposta – programmatica e metodologica insieme – di prendere sul serio una «scienza della comunicazione scientifica»: non basta essere competenti in una disciplina per esserlo automaticamente nel costruire un rapporto comunicativo efficace, rispettoso e socialmente fecondo.
Questa impostazione illumina un punto decisivo per il tema del convegno: quando parliamo di scienza in pubblico non parliamo mai soltanto di fatti, ma anche di identità sociali. Il confine «noi esperti / voi cittadini» è un confine identitario prima ancora che cognitivo, e la sua gestione può produrre fiducia oppure reazioni difensive. La ricostruzione dei paradigmi della comunicazione scientifica – dal modello del deficit di conoscenza al Public Understanding of Science, fino alle prospettive contestuali e partecipative che riconoscono un «deficit» anche nelle istituzioni e negli esperti – mostra come la comunicazione sia uno spazio di negoziazione di ruoli: chi è autorizzato a definire i problemi? Chi può porre domande? Quale esperienza viene considerata «conoscenza» e quale liquidata come opinione? Anche la contrapposizione fra «Apocalittici» ed «Entusiasti» sul rapporto fra progresso scientifico e progresso sociale, oltre a essere un dibattito di idee, diventa così una contesa di posture identitarie: il difensore della scienza come garante del progresso, il critico come guardiano dei rischi, il cittadino come soggetto che chiede tutela o partecipazione. L’idea centrale di Barrotta – la non necessità del legame fra progresso scientifico e progresso sociale e la conseguente centralità della responsabilità – sposta il fuoco: comunicare significa rendere pensabili e discutibili i conflitti di valori, non soltanto trasmettere risultati.
Se il contributo di Barrotta disegna lo scenario, quello di Giovanni Scarafile entra nella scena concreta dell’incontro comunicativo, dove la questione identitaria si fa immediatamente sensibile. Muovendo dall’assioma di Watzlawick («non si può non comunicare»), Scarafile mette in luce la vulnerabilità strutturale di ogni atto comunicativo: ciò che diciamo eccede sempre ciò che intendiamo dire, perché parole, silenzi e registri entrano in una rete di interpretazioni che nessun parlante controlla fino in fondo. La comunicazione non è un canale neutro, ma un campo di esposizione reciproca. In questo campo, l’idea di una comunicazione scientifica capace di imporsi in forza della sola correttezza informativa mostra i suoi limiti: la verità non garantisce l’accoglimento, il rigore non assicura la relazione.
È qui che il titolo del convegno trova una prima traduzione concettuale. Raccontare «chi sei» non significa indulgere in autobiografismi, ma riconoscere che ogni comunicazione porta con sé un ethos, una posizione, un modo di abitare il sapere. Scarafile insiste sul contesto come dimensione costitutiva del senso: lo stesso enunciato può produrre effetti opposti a seconda della storia relazionale, delle asimmetrie di potere e delle aspettative implicite. La comunicazione scientifica diventa così un luogo in cui l’identità del ricercatore si manifesta attraverso le sue scelte: la capacità di ascoltare prima di spiegare, l’attenzione alla reattanza – quando un messaggio percepito come imposizione genera opposizione –, la cura del linguaggio che può includere o escludere. L’etica applicata, in questo quadro, non è un controllo morale esterno alla scienza, ma il luogo in cui si apprendono le condizioni relazionali della validità pubblica del sapere.
Il percorso fenomenologico che Scarafile propone – attraverso le nozioni di pratica, pathos e diastasi in Waldenfels e il riconoscimento ricoeuriano dell’inevitabilità del conflitto – conduce a una conseguenza netta: chi comunica non è mai un vettore indifferente di contenuti, ma un attore che entra in pratiche già stratificate, attraversate da tensioni e attese. L’intervento non fonda ex novo un ordine di senso; risponde a qualcosa che ci precede e che ci obbliga a prendere posizione. Da qui la proposta di una «dialogetica» non come decalogo di tecniche, ma come orientamento critico-pratico: una postura che accetta l’incertezza, riconosce la singolarità dell’interlocutore e assume il dissenso non come guasto ma come dimensione ordinaria della vita morale. In questa postura, l’identità scientifica non coincide con l’autorità che chiude la discussione («la scienza dice…»), ma con la responsabilità di aprire spazi di comprensione dove la validità dei contenuti si accompagni alla dignità degli interlocutori.
La terza prospettiva, proposta da Domitilla Campanile, allarga ulteriormente il campo, e lo fa in un modo particolarmente fecondo per il tema dei «linguaggi» dell’identità. A partire dall’esperienza di studiosa del mondo antico, Campanile ricorda innanzitutto che «identità» non è una categoria ovvia né univoca: può essere personale, culturale, linguistica, giuridica, religiosa, e può articolarsi in forme plurali senza collassare in contraddizione. I casi di identità multiple nella Roma imperiale e, soprattutto, l’attenzione a segnali discorsivi apparentemente minimi – nomi, auto-designazioni, pronomi – diventano un promemoria metodologico: l’identità si costruisce e si legge anche nei dettagli della lingua. Un semplice «noi» può includere o escludere mondi e rivelare una trasformazione profonda nel modo di abitare una comunità politica e culturale.
Il cuore del contributo di Campanile è però il legame fra identità e autorialità. L’autore non è soltanto colui che produce un testo; è una figura di responsabilità, riconoscibilità e stile, un punto di raccolta di aspettative interpretative. Le teorie novecentesche sulla «morte dell’autore» hanno spinto a considerare l’autore come funzione discorsiva e costruzione culturale; eppure, nota Campanile, l’irruzione dell’intelligenza artificiale ha prodotto una contro-reazione: proprio quando diventa possibile simulare uno stile e generare testi in quantità, l’identità autoriale riemerge come esigenza difensiva e come domanda di responsabilità. Chi parla davvero? Chi risponde di ciò che viene detto? Chi è il «soggetto» di un enunciato quando l’enunciato può essere prodotto da un dispositivo?
Il passaggio attraverso Platone – il mito di Theuth nel Fedro, con l’ambivalenza della scrittura come «farmaco» della memoria e della sapienza – non è un ornamento erudito: mette in scena una costante storica. Ogni tecnologia che trasforma le condizioni del dire e del ricordare ristruttura anche le identità, perché ridefinisce chi è depositario del sapere, chi può trasmetterlo, chi può giudicarne gli effetti. La discussione sull’IA nella ricerca umanistica e filologica diventa allora un caso emblematico di comunicazione scientifica contemporanea: non soltanto perché riguarda strumenti nuovi, ma perché costringe a interrogare i criteri di autenticità, autorità e affidabilità – categorie identitarie prima ancora che tecniche.
Campanile segnala inoltre un limite che tocca direttamente il rapporto fra identità e linguaggio: la distanza assiologica fra i valori incorporati nei sistemi di IA (anche attraverso filtri progettati per evitare risposte illecite) e i valori degli autori antichi. Quando la mimesi linguistica è molto alta ma la risposta morale viene «normalizzata» secondo parametri contemporanei, la voce ricostruita si deforma. È un esempio potente di come l’identità non sia riducibile a un insieme di tratti stilistici: passa anche attraverso un orizzonte di valori, conflitti e possibilità che non coincide con il nostro. Di nuovo: raccontami chi sei – da quale sistema di valori e da quale tecnologia parli – e potrò capire quale «scienza» produci e trasmetti.
Letti insieme, i tre testi compongono un triangolo. Barrotta mette a fuoco l’identità pubblica della scienza nella società della tecnoscienza: la scienza come istituzione che deve guadagnare legittimità e fiducia, e che non può farlo senza una comunicazione capace di riconoscere valori e conoscenze locali. Scarafile esplora l’identità relazionale del comunicatore: la scienza come pratica di parola che si misura con contesti, fraintendimenti, reattanze e conflitti, e che necessita di un orientamento etico-dialogico per non trasformarsi in imposizione. Campanile interroga l’identità testuale e autoriale: la scienza come produzione di testi e tradizioni interpretative, oggi attraversate da mediazioni tecnologiche che ridefiniscono l’idea stessa di autore e di responsabilità.
Il nesso con il titolo del convegno diventa allora evidente: i «linguaggi dell’identità» non sono un capitolo laterale della comunicazione scientifica, ma il suo tessuto connettivo. La comunicazione scientifica costruisce identità quando delimita un «noi» e un «loro», quando decide quali emozioni sono legittime e quali vanno squalificate, quando sceglie se parlare dall’alto di un’autorità o dentro un dialogo. La costruisce anche quando adotta generi discorsivi che rendono visibile o invisibile il soggetto che parla, e quando si appoggia a tecnologie capaci di amplificare o occultare l’autorialità.
In filigrana emerge una tesi comune: non si dà comunicazione scientifica senza un lavoro sul riconoscimento. Riconoscimento del contesto (Barrotta), dell’interlocutore e della sua vulnerabilità (Scarafile), della distanza storica e dei dispositivi che mediano la voce (Campanile). E riconoscimento, in ultima analisi, della propria parzialità: l’idea che la scienza parli da nessun luogo, con una voce senza accento e senza storia, appare sempre meno sostenibile – non perché la scienza debba rinunciare alla sua aspirazione di validità, ma perché quella validità diventa pubblicamente feconda solo se attraversa la prova del dialogo e della responsabilità.
Questa raccolta invita dunque a intendere il «raccontami chi sei» come pratica di trasparenza e di cura, non come gesto narcisistico. Dire chi si è – come scienziati, come comunicatori, come studiosi che abitano tradizioni e tecnologie – significa esplicitare le condizioni del proprio dire: i presupposti, i valori, le appartenenze, i limiti.
Oggi la scienza è chiamata a intervenire su problemi complessi e polarizzanti, mentre strumenti capaci di generare testi e simulare voci complicano la scena: in questo orizzonte, l’esplicitazione diventa parte della responsabilità.
Ed è anche un modo per restituire alla comunicazione scientifica la sua natura più propriamente umana: non un trasferimento meccanico di informazioni, ma un incontro fra finitezze in cui il sapere si mette alla prova e si trasforma.
Con questa chiave di lettura, i tre testi non offrono tre temi affiancati: costruiscono un percorso. Dal livello della società e delle istituzioni al livello dell’interazione e dell’etica dell’incontro, fino al livello della testualità, dell’autorialità e delle nuove mediazioni tecnologiche, essi mostrano che la domanda «che scienza fai?» non può essere separata dalla domanda «chi sei?» – e che, viceversa, ogni identità scientifica prende forma nel modo in cui comunica, ascolta, risponde, si lascia interrogare. È questo intreccio, teorico e pratico insieme, che il convegno ha voluto mettere a fuoco e che le pagine seguenti invitano a esplorare.
Pisa, marzo 2026
Pierluigi Barrotta
Domitilla Campanile
Giovanni Scarafile
[1] Il Convegno, realizzato all’interno delle iniziative di Terza Missione del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, ha inaugurato l’edizione 2025 dell’Internet Festival di Pisa ed ha visto la partecipazione di Florinda Fiamma (Radio Tre RAI), Edoardo Castagna (Avvenire) e di Massimo Trocchi (Libreria Pellegrini di Pisa).
