Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

Guercino, Giuseppe e la moglie di Putifarre (1631).

Dimagrire o non dimagrire? Comprare l’ultimo modello di smartphone o no? Smettere di fumare o passare alle sigarette elettroniche?

Decidere implica scegliere. Beh, sì, è ovvio, direbbero alcuni. Ci sono almeno tre aspetti da cogliere in una scelta: il primo – apparentemente il più scontato –  è lo sguardo sulla scelta; il secondo è costituito dalle nostre preferenze; il terzo, dal rapporto tra scelta e priorità.

Iniziamo? Prima di tutto, vorrei dire che non è scritto da nessuna parte che una scelta debba essere fatta tra due opzioni. Eppure, è ciò che ci accade più spesso: ci soffermiamo a lungo nel tentativo di individuare gli elementi a favore o contro una determinata scelta che stiamo per compiere. E così, pensando le decisioni come una scelta binaria, tra due opzioni, di solito manchiamo di considerare se vi siano altre alternative. Bisognerebbe invece esaminare l’intero spettro delle soluzioni sul tappeto. In genere, scegliere tra opzioni multiple è meglio che scegliere all’interno di una singola opzione.

In realtà, allargare lo spettro delle nostre scelte non è semplice come ci aspetteremmo. Per quanto ci si sforzi, infatti, si torna sempre a vedere una parte sola del problema. Questo restringimento dello sguardo non è senza conseguenze, perché inevitabilmente comporta una limitazione nello scegliere. Vedendo di meno, si è meno liberi.

Esplorare simultaneamente più opzioni ha un nome preciso: multitracking. Familiarizzare con più idee nello stesso tempo, sforzandosi di trovare più alternative, ci rende meno coinvolti rispetto all’unica opzione su cui potremmo orientarci. Ci rende, cioè, più flessibili nei confronti di quanto di imprevisto potrebbe derivare dalla nostra scelta. Soppesare opzioni multiple, inoltre, ci mette nella condizione di avere un piano B. Se il piano A fallisce, si ha a disposizione un valido candidato di riserva.

Un ulteriore elemento da considerare quando si tratta di scegliere sono le nostre preferenze.Per capire se sia un bene che esse influenzino le scelte che dobbiamo compiere è bene affidarsi ad uno sguardo esterno cui demandare il compito di una valutazione più oggettiva rispetto a quanto potremmo fare noi stessi.

In realtà, valutarsi dall’esterno, criticarsi da soli, essere giudici di se stessi è qualcosa che a molti di noi riesce in modo naturale (la mia gastrite saprebbe confermarvelo). Comunque, che siate o non siate bravi critici di voi stessi, l’ideale sarebbe, prima di una scelta, immaginare le ragioni opposte alle proprie. Si tratta di una operazione per la quale elettivamente esistono precise figure di riferimento cui essa può essere demandata (le mogli, per esempio).

Sì, insomma, dovreste chiedere al vostro partner (va bene, vale anche per i mariti, contente?) di porre in evidenza tutto ciò che proprio non va nell’idea che state per adottare. In questo modo, prima ancora di porre in essere la vostra scelta, potrete avere un quadro più ampio della situazione, partendo dalla simulazione ragionata dei pro e dei contro.

Credo che il senso di questo affidamento ad un altro stia proprio nella valorizzazione delle relazioni. Le relazioni – e, a maggior ragione, le nostre relazioni fondamentali – ci aiutano a capire meglio chi siamo. Si tratta di un passaggio che era stato ben intuito da Martin Buber, un filosofo ebreo del Novecento, il quale scrive “Divento io nel tu”. C’è, in quelle sue parole, l’evocazione della dinamica che conduce all’autenticità, ciò che ognuno è, proprio nel momento in cui siamo disponibili a lasciar dischiuse le porte dell’io perché un altro possa scrutare dentro. Lasciarsi andare, affidarsi allo sguardo di un altro, equivale ad un gesto di detronizzazione, di rinuncia al proprio protagonismo. È un po’ come quell’esercizio in cui bisogna lasciarsi cadere all’indietro, nella certezza che l’altro sia in grado di reggerti, abbracciandoti.

È difficile, osservano alcuni. Lo confermo: nonostante ogni possibile e ragionato accorgimento, è vero che decidere non è facile. Il motivo è che il processo della scelta chiama in causa le nostre priorità a lungo termine. Ed esse, a loro volta, portano con sé la capacità di fare previsioni, di auscultarsi, di capire chi siamo veramente. Per questo, per scegliere bene, è necessario chiedersi “quali sono i valori, gli obiettivi o le aspirazioni più importanti per me?”. Una volta che tali priorità siano state trovate o riscoperte, dobbiamo essere pronti ad impegnarci per il loro perseguimento. Coerenza, si chiama.

So che non farà piacere leggerlo e potrà presumibilmente evocare gesti apotropaici, ma tutti noi abbiamo un tempo limitato. Per questo, vale la pena di dirsi chiaramente che dedicare il proprio tempo per tentare di raggiungere le proprie priorità non è sempre compatibile con il dedicare tempo a tutte le altre cose che pure ci interessano. Ovviamente, ci culliamo nell’illusione che ci sia tempo per ogni cosa. La verità è che si tratta, appunto, di un’illusione. Un bluff, dal quale prima ci accorgiamo, meglio è.

“Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” è scritto nel Deuteronomio (30, 15). Nella vita di una persona ci sono scelte, piccole o grandi, di fronte alle quali esercitare la propria responsabilità. Perché ciò possa avvenire effettivamente, occorre considerare almeno tre livelli: lo sguardo sullo scegliere, le preferenze e le priorità.

Per questo, scegliere, scegliere veramente, significa rinunciare: a che cosa siamo disposti a rinunciare per avere il tempo necessario per le nostre più intime priorità?