La imponderabilità delle relazioni

 

Secondo Man Ray, «è raro che due persone possano mettersi d’accordo sui meriti di un film». Anche per il suo fondamento nell’esperienza di ciascuno di noi, l’indicazione dello studioso e fotografo statunitense è in larga parte condivisibile. Tuttavia, anche una regola acclarata può essere smentita. È ciò che accade a proposito del film Una fragile armonia (A late quartet) di Yaron Zilberman.

Il film si sviluppa a partire dalla scoperta di Peter (Christopher Walken), uno dei componenti di un celeberrimo quartetto d’archi, di essere affetto dal morbo di Parkinson. La consapevolezza dell’imminente deprivazione dà il via ad una catena di avvenimenti tessuti insieme con una sapienza narrativa senza pari. La necessità di un nuovo equilibrio nel quartetto diviene così occasione per l’emergere di conflitti silenti mai sopiti, la scoperta di nuovi amori, l’esplodere di gelosie. Il mondo stesso, ritenuto erroneamente acquisito fino ad un momento prima, implode. I protagonisti lentamente maturano la convinzione che sia richiesta una nuova configurazione della realtà, possibile solo nel raggiungimento di un armonia nuova, dinamica, fragile appunto.

La musica acquista un valore specifico all’interno del film: non uno scontato pre-testo utile al dispiegarsi della trama, ma una raffinata cifra di quella eccellenza di cui gli interpreti (Philip Seymour Hoffman, Christopher Walken, Imogen Poots, Catherine Keener, Wallace Shawn) danno prova magistrale.

La perfezione, possibile solo nel ritrovato affiatamento da parte dei quattro musicisti, è richiesta dalla particolare opera da eseguire nell’ultima performance ufficiale del quartetto: l’Opus 131 in do diesis minore, quartetto d’archi n. 14 di Beethoven. Il richiamo all’opera del musicista tedesco non è estrinseco rispetto alla struttura del film: entrambi infatti risultano organizzati in sette tempi senza pausa tra un tempo e l’altro. Se nell’opera di Beethoven, l’articolazione scelta dall’artista tedesco non consente il riaccordarsi degli strumenti, che inevitabilmente vanno fuori tono, nell’opera filmica di Zilberman la mancanza di accordo conduce alla distonia relazionale dei protagonisti, ben sottolineata dalla colonna sonora dell’italiano Angelo Badalamenti.

Una fragile armonia suggerisce che le relazioni interpersonali non sono blocchi monolitici di cui ci si possa impossessare tramite una qualche prensione, seppur raffinata. Esse, piuttosto, vanno intese e praticate come processo sempre in itinere, mai definitivamente acquisito. Tornano in mente le parole di Lévinas nel definire una relazione etica: «Incontrare un uomo – scriveva il filosofo lituano-francese – significa essere tenuti svegli da un enigma».

Un pensiero su “La imponderabilità delle relazioni

  1. Seguendo il suo prezioso suggerimento ho guardato il film e ne sono rimasta coinvolta. L’idea del quartetto è particolarmente interessante: da una parte inferno, prigionia, condanna a ruoli fissi e irrigiditi (mi ha fatto venire in mente Ingmar Bergman e il dramma dell’incomunicabilità o anche “Porta chiusa” di Sartre); dall’altra parte ancoraggio entro il quale si realizza un senso che supera la dimensione individuale, chiede personali rinunce e supporta mancanze, vuoti, incompletezze (emblematica la scena finale di chiusura degli spartiti, con l’abbandono alla possibilità dell’errore, eventualmente “parato” dagli altri componenti del gruppo).
    Grazie. Un saluto.

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