La vita che si cerca. Studio e felicità

Lunedì, 31 Ottobre 2005

EDUCAZIONE ALLA SPERANZA

di Ermanno Paccagnini

Ermanno Paccagnini

Di fronte a quanto sta accadendo nel mondo della scuola, e nel mondo lavorativo in genere, ti rendi conto che c’è soprattutto una non-materia che chiede di essere insegnata: l’Educazione alla speranza. Il che non è compito facile, perché spesso i primi a non nutrirla sono proprio gli insegnanti, che certe vessazioni burocratico-ministeriali appesantiscono nell’impegno quotidiano.

Di qui, per dirla con le parole di uno studente, l’immagine di professori «lenti, svogliati, con passo incerto come di chi sta andando al patibolo, al mattino, quando escono dalla sala professori per andare nelle classi».

Non tutti, e neppure la maggior parte, ovviamente; anche se è realtà talora constatabile, e che incide in quella funzione fondamentale del docente che è di far capire allo studente che la scuola non è passiva acquisizione di nozioni, ma mettersi in gioco, provarsi, disponibilità verso se stessi prima ancora che verso professori e famiglia. Una disponibilità che è assunzione di responsabilità, perché – scrive Giovanni Scarafile in La vita che si cerca. Lettera a uno studente sulla felicità dello studio (Effatà Editrice, pagg. 72, euro 5) – «uno studio che non sappia guardare all’esterno, facendosi interprete dei bisogni dell’intorno in cui si opera, è un’inutile clausura».

Ed è tale disponibilità al confronto come disponibilità alla speranza, in quanto disponibilità alla fiducia in se stesso, che il docente deve alimentare. Pena il trasformarsi, come dice Steiner, in un «più o meno amabile becchino».

 

Tratto da La vita che si cerca. Lettera ad uno studente sulla felicità dello studio, Effatà editrice

CAPITOLO UNO

Caro Prof.,

ma è sklerato? Non credo che lei sia così rinco da aspettarsi di trovare il mio nome alla fine della lettera. Voglio gridarle in faccia ciò che penso dello studio, di lei, dei suoi colleghi senza rischiare ritorsioni. Si è mai chiesto cosa passa per la testa dei giovani, a partire da quelli che si trova in classe ogni giorno?!! Da quando è arrivato nella nostra scuola, ha cercato di cambiare troppe cose. Niente che le andasse bene. Perché invece non si dà una calmata? Fly down, prof!

Mancano pochi mesi alla fine dell’anno scolastico, che per me è l’ultimo, per fortuna. Qui c’è da menarsela! Tutto è assolutamente privo di stimoli: la città, i ritrovi per i giovani, le stesse facce delle persone… una palla! Sembra che l’unica occasione per emergere sia calarsi. Voglio andare via. Chissà come dev’essere l’università! Ci sarà da studiare a bestia anche lì?

Il problema, almeno nel mio caso, non è la scuola, ma come siamo costretti a studiare. La sua domanda dell’altro giorno, «perché si studia?», che razza di domanda è? Insomma, per quale motivo vorrebbe che studiassimo se non per fuggire prima possibile da questa scuola? E poi, ’sta storia dello «studio come passione» (sono parole sue, copiate dagli appunti), ma ne è veramente convinto? Appassionarsi allo studio è da sbarellati. Se potessi, brucerei tutti i libri, altroché. Solo nozioni da imparare a memoria, lontane dalla vita, dai nostri problemi. A nessuno che importi quel che pensiamo! Vergogna! È chiaro che «non si può vivere senza passione», ma cosa c’entra la passione con lo studio? Senza contare che se fosse vero quello che lei dice, mi vuole spiegare perché i professori invece di essere «esempi appassionati», assomigliano piuttosto agli zombie? Se lo studio è passione, i suoi amati colleghi non dovrebbero essere testimoni di questa passione? Le loro parole non dovrebbero essere di fuoco? Le lezioni non dovrebbero essere avvincenti, una specie di avventura?

Il guaio è che lei ci crede veramente. Insomma, è senza speranza! Perché non apre gli occhi? Inizi ad osservare il modo in cui i suoi colleghi escono al mattino, dalla sala professori per andare nelle classi. Procedono lenti, svogliati, con passo incerto come di chi sta incontro al patibolo! E la chiama passione, questa? Lasci perdere, sia serio, si faccia furbo. In fondo lei non è male, ma si metta l’anima in pace, non riuscirà a salvare il mondo. Si svegli, prof! Abbandoni il suo mondo di favole!

“Tu mi rivolgi domande e io ti ascolto, e io ti rispondo che non posso risponderti, che le risposte devi trovarle tu” Walt Whitman

Ho trovato questa lettera nel mio «loculo», il cassetto dove tengo il registro di classe. Come ci sia arrivata, non lo so. All’inizio ho pensato si trattasse dello scherzo di qualche collega, in vena di rompere la monotonia scolastica di giorni che sembrano destinati a ripetersi uguali, uno dopo l’altro. Settimana dopo settimana. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

La lettera però contiene riferimenti che possono essere conosciuti solo dagli studenti della V D, in cui ho tenuto di recenti un paio di lezioni sulle dimensioni interiori dello studio. Il ricevimento della lettera prova che le mie parole hanno prodotto una reazione. Lo considero un risultato lusinghiero: gli albori di una contestazione, una forma nascente di un «pensare altrimenti». Insomma, una prova di maturità, che per essere riconosciuta non necessita di un pezzo di carta postumo.

Leggendo queste parole, ho provato la sensazione di chi, scrutando il tracciato di un encefalogramma, si accorge all’improvviso che il paziente non è del tutto perso. So bene che non è il caso di entusiasmarsi troppo. Trent’anni di insegnamento ti aiutano a rimanere con i piedi per terra, a non farti facili illusioni.

Negli ultimi tempi, poi, gli studenti che hanno lanciato segnali di vita sono stati davvero pochi. Marco, alto, magro, capelli rasta ed occhi cerchiati di rosso dopo l’ennesimo spinello, era uno di loro, un tipo simpatico, perseguitato da un fato cinico, che gli sottraeva inesorabilmente una delle innumerevoli zie in concomitanza con le interrogazioni di filosofia.

Ricordo che durante una lezione dedicata all’Apologia di Socrate, Marco si destò dal letargo in cui si era volontariamente esiliato e, dopo aver smesso di contemplare assortamente il vetro della finestra, chiese la parola e parlò a noi tutti, con tono ispirato. A sua dire, la ricerca era la via per infrangere gli equilibri sociali consolidati e per costituire un polo antagonista alle forze del sistema. Non so se per gratitudine per parole così inattese o, com’è più plausibile, con la segreta speranza di riuscire a far terminare l’ora senza possibilità di interrogazioni, si scatenò un dibattito vivace. I più bravi, indispettiti dall’inatteso intervento del compagno di classe, intervennero prontamente con l’intento di riaffermare un diritto consolidato. Il confronto tra sistemici ed extrasistemici si protrasse nelle ore successive, raggiungendo il culmine nell’ora di latino quando, in un clima da scontro tra civiltà ed incuranti dei richiami dell’anziana collega Sironi, gli studenti, ormai allo stato brado, si tirarono addosso di tutto, vocabolari di latino compresi. Rividi Marco molti anni dopo quegli avvenimenti, un giorno in un ipermercato. Stentai a riconoscerlo. Ormai quasi del tutto calvo, sembrava a suo agio nel ruolo di impiegato di banco con bimbo al seguito. In fila alla cassa, mi confessò che il giorno del suo risveglio scolastico aveva provato con il motorino truccato a «mettere sotto» la preside, ritenuta connivente con il sistema…

Siccome il tempo di un pensatore è una “carità universale”, “non deve temere nessun egoismo colui che si isola gelosamente […]. Non ascoltate nessuno, né gli amici indiscreti, né i parenti incoscienti, né i passanti. Voi appartenete alla Verità: le dovete il vostro culto. Eccetto i casi che non si discutono, niente deve essere per voi più importante della vostra vocazione” Antonin-Dalmace Sertillanges, La vita intellettuale
Ecco, mi è tornato alla mente Marco, leggendo questa lettera che ora, seduto nel mio studio, ho tra le mani. L’avrò letta una decina di volte nel tentativo di farne emergere qualche indizio che mi consenta di snidare l’autore. Ma, poi, è così importante sapere chi l’ha scritta? Questo studente che consegna volutamente all’anonimato l’espressione dei suoi pensieri mi fa tornare in mente tutte le volte in cui presidi, colleghi, bidelli (già, pure i bidelli!), m’hanno ripetuto che «con i giovani di oggi è bene aprire gli occhi», e che dunque è meglio «abbandonare le favole». Ora il «sano realismo» è vivamente consigliato dalle parole di questo ragazzo. Chissà, potrei essere io, il problema. Conosco molte persone che hanno optato per una vita tranquilla, lontana dalle preoccupazioni, rivolta al particolare, alla cura delle cose care. Riflusso? Preoccupazioni borghesi? Mah, chissà. Il dubbio, però, mi sfiora: e se avessero ragione loro? E se, peggio, la soluzione fosse lasciarsi prendere dall’insipienza generale? Non pensare, vivere senza troppi progetti. In fondo, è così facile. E poi non lo ripete anche il mio medico che, se voglio farmi passare la gastrite, devo «prenderla con filosofia»?

Seduto alla mia scrivania, sono circondato dai miei libri, compagni di strada di una vita. Eccoli, presenze misteriose che, evocate, parlano del passato, ma anche scrutano il futuro, con il silenzio sapiente e fiducioso di chi affida al tempo il maturare degli spiriti. Come altrimenti definire il significato avuto dai libri per me, per la mia generazione? In che modo essere grati ai maestri che per mano ci hanno condotto ad apprezzare il valore dello studio come tensione costante ad una vita di ricerca, luogo non di erudizione ma di perfezionamento interiore ed insieme di testimonianza?

Lo studente che mi ha scritto tra pochi mesi entrerà nel mondo della maggiorità intellettuale, l’università, l’occasione di una vita, come un po’ ingenuamente pensavamo ai miei tempi. Ricordo l’emozione nel varcare le porte dell’Ateneo, il fascino di trovare di fronte un mondo misterioso, il batticuore per un futuro che sentivi di poter avere tra le mani. Sento, ancora adesso, il ritmo emozionato di quei respiri. Ed ora io dovrei rimanere indifferente alle parole di questa lettera? Dovrei ignorarle? Far finta di nulla? Ma se si è scelto di essere insegnanti, come si può pensare di rimanere indifferenti di fronte alle proteste di chi non riesce ad accontentarsi dell’assenza di senso? Come non provare, invece, ad alimentare la speranza che il senso non solo esiste, ma che è in un certo senso conseguibile?! Ti risponderò, sì. Non ce la faccio a rimanere indifferente. L’unico realismo che io conosca parte dal fatto che mi bolle il sangue dentro al pensiero di sprecare un’occasione per fare ciò che amo!

Caro il mio studente anonimo, convocherò una mia amica, una testimone eccezionale, parte vivente di quel mondo di favole che tu, frettolosamente, vorresti accantonare.

Ti propongo di iniziare un cammino, tu, io e Dorothy, la protagonista di Il mago di Oz, una bambina che sembra avere molte caratteristiche in comune con te. Sì, mettiamoci in marcia, alla ricerca di risposte alle domande che tu poni: esiste la possibilità di trovare un senso nella vita? Ed in questa ricerca di senso, lo studio ha un ruolo? Qual è il modo perché lo studio, così detestato, diventi la via per giungere alla felicità? Può lo studio rendere la vita una festa?

Prima di partire per questo viaggio, abbiamo bisogno di un’ultima cosa: il tuo nome. Permettimi di chiamarti con lo stesso nome di quello studente che le parole di Socrate destarono a nuova vita.

E, allora, mio caro Marco, sei pronto a partire per il paese di Oz?

 

 

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