La SMS: Strategia Membro di Segugio

L’etimologia della parola ovvio (dal latino obvius, da ob, verso + vía, cammino) indica qualcosa che è vicino e che, come tale, è sempre a disposizione.

Personalmente, penso di avere nei confronti di ciò che appare ovvio un atteggiamento di sufficienza. Se una cosa mi sembra ovvia tendo a ritenerla a tal punto acquisita da non considerarla nemmeno. In questo modo, di fatto, continuo ad equiparare le ovvietà alla mediocrità o alla banalità di cui mi sforzo di fare a meno. In realtà, per quanto sembri ovvio ribadirlo (scusate, ma non ho resistito…), tra ciò che è ovvio e ciò che è mediocre una differenza c’è.

L’adozione di accorgimenti che possono migliorare la propria giornata lavorativa è uno degli aspetti, dati per scontati, su cui si continuano a scrivere numerosi libri ogni anno. Mi avvicino a questo tema con circospezione, perché sento crescere dentro di me la solita diffidenza. Il modo di lavorare è una cosa molto personale che ciascuno di noi mette a punto in anni di impegno. Com’è possibile, allora, che sia possibile migliorare? In base a quali riscontri?

“Noi non abbiamo bisogno di più forza o più capacità o di maggiori opportunità. Ciò di cui abbiamo bisogno è di usare ciò che abbiamo” Basil Walsh

E se, invece, fosse veramente possibile migliorare la propria produttività?

Se fate anche voi parte del club di coloro che, giunti a fine giornata, sono convinti di “non aver fatto abbastanza”, allora continuate a leggere i seguenti tre passaggi per massimizzare la produttività lavorativa.

1. Abitudini di distrazione. La prima cosa da fare è chiarire a se stessi quali siano le aspettative lavorative per ciascun giorno. Eliminare le distrazioni parte da qui. Se vogliamo aumentare la produttività, infatti, dobbiamo individuare le abitudini di distrazione. Io, per esempio, quando sono stanco, come sospinto da un pilota automatico, inizio a controllare la posta elettronica. Il risultato di tale condotta è ambiguo perché, da un lato, mi illudo di essere più responsivo, ma dall’altro ho interrotto l’attività principale in cui ero impegnato. Uno dei consigli forniti dagli esperti è di controllare la posta elettronica in momenti prefissati della giornata in modo che questa attività non vada ad interferire con le altre. Vi sarebbe, poi, anche un altro consiglio, squisitamente personale: si dovrebbero forse inviare meno mail, ma questo è un altro discorso… E voi, avete individuato la vostra abitudine di distrazione?

2. Linguaggio positivo ed obiettivi. La seconda cosa da fare è di definire i propri obiettivi lavorativi con un linguaggio positivo. Questa modalità di dare un nome alle cose tende a mettere in chiaro il risultato positivo atteso dal nostro lavoro, come per esempio “scrivere una relazione sbalorditiva”, “preparare un testo leggibile”, ecc.

L’uso del linguaggio positivo, il suo potere di incidere sulle nostre stesse azioni, è un’altra delle cose su cui si sorvola più facilmente. In questo modo, però, si lascia spazio alle parole – a volte, non proprio incoraggianti – con cui gli altri definiscono il nostro lavoro.

In fondo, lo spazio lavorativo andrebbe immaginato anche come un luogo in cui si confrontano parole positive e negative. Ignorare il linguaggio positivo significa rinunciare a ciò che può solo farci bene.  Ah, dimenticavo: uno studio del 1997 ha dimostrato che gli studenti che usavano il linguaggio positivo per frammentare i propri obiettivi miglioravano significativamente le loro performances. Che ne dite di provare?

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920.

3. Strategia Membro di Segugio. La terza cosa che si può mettere a punto è la SMS, la Strategia Membro di Segugio, cioè quella serie di azioni da intraprendere nel caso in cui le cose vadano male. Diciamocelo francamente: che ci piaccia o no, dobbiamo serenamente ammettere che le cose non sempre possono andare secondo le nostre migliori aspettative. Per questo, una exit strategy, peraltro dal nome così evocativo, non può che aiutare.

One last thing. Qualunque sia la nostra attività lavorativa, occorre prevedere delle pause. Uno studio di K. Anders Ericsson ha dimostrato che le persone aventi responsabilità apicali tendono a lavorare in blocchi di 90 minuti. Il motivo? La nostra capacità di rimanere concentrati, infatti, non rimane sempre costante e tende a ridursi significativamente dopo circa un’ora e mezzo di lavoro. Ecco perché, dopo circa 90 minuti, diventiamo “sbadati” ed iniziamo distrattamente a guardare lo schermo del telefono. Molto meglio, dunque, tener conto degli effettivi ritmi di lavoro, prevedendo a monte delle pause. In fondo, un lavoro fatto di pause suona molto meglio, non è vero?

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