La presenza a se stessi. La meditazione che trasforma

Qualche giorno fa, di ritorno dall’università, ho incontrato Elsa, una amica che non vedevo da qualche tempo. Era sera e abbiamo deciso di fare due passi insieme. La giornata di Elsa era stata pesante, a suo dire. In ufficio, c’era stata una discussione piuttosto aspra in cui la mia amica aveva avuto la peggio. “Mi sono sentita trattata male e del tutto ingiustificatamente”. Ora, la tentazione di inviare ai colleghi una email per mettere in chiaro le cose era veramente forte. Elsa sentiva forte l’impulso di regolare i conti in sospeso.

Ho suggerito alla mia amica di provare a considerare un’altra strategia: “E se invece di inviare la mail, ti soffermassi sul modo in cui questo pensiero negativo sta condizionando il tuo essere?”.

Elsa mi ha guardato stranita, prima di darmi una pacca sulla spalla, esclamando “Maddai…, che senso avrebbe?”.

Ragionando a voce alta, ho risposto che è chiaro che non bisogna lasciarsi sopraffare. Tuttavia, occorre agire non sotto l’impulso di pensieri e sensazioni che prendono il sopravvento su di noi. Quando ciò accade, è la nostra libertà ad essere diminuita. “Perdere il controllo è bello, in fondo, non è così?”. Elsa, a questo punto, ha annuito con convinzione. In effetti, nelle reazioni impulsive c’è qualcosa di “animale”. Già, in ognuno di noi una componente animale c’è, sopravvive nonostante siamo ammantati di buone maniere. Siamo “culturali”, proprio perché nella nostra evoluzione abbiamo saputo tenere a bada l’animale che è in noi. Ne parla il recente libro di Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro. Tenere a bada, tuttavia, non significa eliminare. Il grido animale che, in fondo, noi siamo è sempre pronto ad esplodere.

E se invertissimo la tendenza? “Come?”, mi ha chiesto Elsa.

Bisognerebbe fare in modo che le negatività si dileguino, così come passano le nuvole che momentaneamente oscurano il sole. Ancorarsi nel presente per guardare dentro se stessi, e finalmente vedere ciò che ci sta accadendo. È un piccolo esercizio di vita desta.

Uno studio di qualche anno fa (Farb et al. 2007) ha rilevato che uno sguardo attento a se stessi e alle proprie dinamiche interiori è in grado di rinforzare ed espandere quella parte del cervello responsabile dell’empatia. Si tratta di una scoperta importante, dato che l’empatia non rinvia soltanto all’essere più compassionevoli nei confronti degli altri, come generalmente si tende a credere. L’empatia, sorprendentemente, implica la capacità di volere bene a stessi e questo concretamente significa incrementare il proprio benessere.

 

La nostra vita mentale continuamente oscilla tra due condizioni. La prima, la mente attiva, ci consente di essere operativi, di programmare le nostre azioni ed essere così sicuri che ogni cosa vada come desideriamo. Pianifichiamo le nostre azioni e, per far questo nel modo più efficiente possibile, tendiamo ad essere sempre sintonizzati su questa prima modalità. Oltre alla mente attiva, c’è anche la mente aperta. Fondamentalmente, essa consiste nell’essere attenti a se stessi e al modo in cui viviamo il nostro rapporto con la realtà. Entrambe le condizioni sono importanti. Succede spesso, però, che si tenda a trascurare la seconda, incentivando la prima. Quando ciò accade, finiamo con il dipendere dalle cose, senza riuscire veramente a coglierne il senso. Un esempio? Quando siamo completamente immersi in un’attività, per esempio scrivere un testo al computer, può succedere di divorare un pacco di biscotti, senza accorgersene (ogni riferimento personale è casuale…). Nella modalità mente aperta, invece, ci sono molto più possibilità di individuare ciò che effettivamente vogliamo. In genere, ci illudiamo di avere sotto controllo la mente attiva. In realtà, succede il contrario: ne siamo controllati. Come una barca che ha una falla, imbarchiamo acqua. Fuor di metafora, significa assorbire, senza nemmeno accorgersene, le negatività con cui inevitabilmente dobbiamo confrontarci nella vita. Esattamente quanto stava accadendo alla mia amica Elsa.

Una salutare interruzione. Di questo, c’è, a volte, bisogno. Non mi riferisco tanto a fughe solitarie in luoghi sperduti. Questo tipo di fuga è, in fondo, difficile da realizzare. Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più facile da realizzare.

[Continua].

 

A few days ago, on my way back from university, I met Elsa, a friend I hadn’t seen for some time. It was evening and we decided to take a walk together. Elsa’s day had been heavy, she said. In the office, there had been a rather bitter discussion in which my friend had had the worst. “I felt badly treated and totally unjustifiably treated. Now, the temptation to send colleagues an email to make things clear was really strong. Elsa felt a strong urge to settle the outstanding accounts.

I suggested to my friend to try to consider another strategy: “What if instead of sending the email, you dwell on how this negative thinking is affecting your being?”.

Elsa looked at me strangely, before patting me on the shoulder, exclaiming “Well, I never…, what would be the point?”.

Reasoning out loud, I replied that it is clear that we must not let ourselves be overwhelmed. However, it is necessary to act not under the impulse of thoughts and sensations that take over from us. When this happens, it is our freedom that is diminished. “Losing control is beautiful, isn’t it? Elsa has now nodded with conviction. In fact, in the impulsive reactions there is something “animal”. Yes, in each of us there is an animal component, it survives despite the fact that we are handcuffed with good manners. We are “cultural”, precisely because in our evolution we have been able to keep the animal within us at bay. The recent book by Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro speaks of this. To keep at bay, however, does not mean to eliminate. The animal cry that, after all, we are is always ready to explode.

What if we reverse the trend? “How?”, Elsa asked me.

We should make sure that negativity disappears, just as the clouds that momentarily darken the sun pass by. To anchor oneself in the present to look inside oneself, and finally see what is happening to us. It’s a little exercise in awakening life.

A study a few years ago (Farb et al. 2007) found that a careful look at oneself and one’s inner dynamics is able to strengthen and expand that part of the brain responsible for empathy. This is an important discovery, since empathy does not only refer to being more compassionate towards others, as is generally believed. Empathy, surprisingly, implies the ability to love oneself and this concretely means increasing one’s own well-being.

Our mental life constantly fluctuates between two conditions. The first, the active mind, allows us to be operational, to plan our actions and to be so sure that everything goes as we wish. We plan our actions and, in order to do this in the most efficient way possible, we tend to be always tuned to this first mode. In addition to the active mind, there is also the open mind. Basically, it consists in being attentive to ourselves and to the way we live our relationship with reality. Both conditions are important. It often happens, however, that we tend to neglect the second, encouraging the first. When this happens, we end up depending on things, without really being able to grasp their meaning. An example? When we are completely immersed in an activity, for example writing a text on the computer, it can happen to devour a pack of biscuits, without realizing it (every personal reference is random…). In the open mind mode, however, there are much more possibilities to identify what we actually want. In general, we delude ourselves that we have the active mind under control. In fact, the opposite happens: we are controlled by it. Like a boat with a leak, we take on water. Out of metaphor, it means absorbing, without even realizing it, the negativity we inevitably have to face in life. Exactly what was happening to my friend Elsa.

A healthy interruption. Of this, there is, sometimes, need. I don’t mean so much solitary escapes to remote places. This type of escape is, after all, difficult to achieve. We need something much easier to achieve.

[To be continued].

References

Farb, Norman A. S., Zindel V. Segal, Helen Mayberg, Jim Bean, Deborah McKeon, Zainab Fatima, and Adam K. Anderson. 2007. “Attending to the Present: Mindfulness Meditation Reveals Distinct Neural Modes of Self-Reference.” Social Cognitive and Affective Neuroscience 2 (4): 313–22. https://doi.org/10.1093/scan/nsm030.

 

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