La presenza a se stessi. Il respiro del corpo

Camminando dal Lungarno verso la stazione, io ed Elsa avevamo ormai percorso a ritroso Corso Italia e ci eravamo seduti ad uno dei tavolini all’aperto di un bar di Piazza Vittorio Emanuele II. C’era un intenso via vai di persone che passavano a qualche metro di distanza da noi.
In attesa del cameriere e ragionando a voce alta, avevo osservato che spesso nelle cose di tutti i giorni, nel lavoro come nella vita privata, è come se avessimo inserito il pilota automatico. Elsa mi aveva dato ragione, spiegando che spesso si sentiva così.
– Interrompere il pilota automatico – ho continuato – significa fare quella pausa di cui parlavamo prima. Il primo passo è di ristabilire una nuova connessione tra mente e corpo, partendo dal respiro.
Mentre parlavo, Elsa mi guardava con attenzione e, visto che il cameriere continuava ad ignorarci, ho ripreso a parlare: – Ascoltare il corpo, di questo parlo.

Molti sono come consumati dal pensare al futuro o dal rimuginare sul passato al punto da non vivere pienamente il proprio presente. Quando non riusciamo ad essere concentrati sul presente, i nostri pensieri si moltiplicano e prendono il sopravvento su di noi. È proprio in queste situazioni che si può recuperare un equilibrio, ripartendo dal respiro, uno strumento tanto naturale quanto efficace per interrompere la dispersione in cui siamo precipitati. È stato Thích Nhất Hạnh a scrivere che il respiro è come un ponte in grado di connettere la tua coscienza al presente e di riunire nuovamente i pensieri dispersi.

Mentre parlavo, ho notato che Elsa chiudeva gli occhi. L’ho guardata, non sapendo esattamente cosa fare. L’ho vista respirare profondamente e sono rimasto in silenzio. Poi, dopo qualche attimo che dev’essermi sembrato lungo, moooolto lungo, l’ho sentita scoppiare in una risata che non sarebbe sbagliato definire fragorosa.
– No, Gianni, non ce la posso fare! Queste cose New Age, no, ti prego.
– Perché, scusa? Che problemi hai?
– Ma ti sei dimenticato che io sono una persona “pratica” e soprattutto fuori dagli schemi? A parte che, poi, non avrei tempo per questo genere di cose. Ma tu, poi, non ti occupavi di Leibniz? Come mai ora ti occupi di queste cose da santoni?

Gli studiosi della comunicazione spiegano che alla base di ogni autentico comunicare c’è una precondizione, il cosiddetto “principio di cooperazione”. Significa che, in un modo o nell’altro, coloro che stanno comunicando assumono su di sé l’impegno a comunicare bene, anche se magari ignorano che cosa esattamente esso significhi. Molto più concretamente, mi sono convinto che la vera precondizione di ogni comunicazione sia la voglia di ascoltare ciò che l’altro ha da dirci. Spesso è difficile capirsi, semplicemente perché si ha solo voglia di riversare sugli altri le nostre parole, invece di dichiararsi disponibili all’ascolto. Era quello il caso. Bisognava lasciar perdere e rispettare il desiderio di spensieratezza di Elsa.


Continuammo a parlare del più e del meno, dei film che aveva visto, del suo ultimo viaggio in Nepal, della mia partecipazione al Congresso mondiale di filosofia a Pechino.
– No, non ci credo. Sei rimasto chiuso per una settimana nella sede del convegno?
– Beh, sì. Più o meno. C’erano, però, 7000 partecipanti e migliaia di conferenze.
– Maddài, non è possibile. Sei a Pechino e non te ne vai un po’ in giro? Incredibile.. Ma nemmeno la Grande Muraglia?
– No
– E la Città Proibita?
– No
– E Piazza Tienanmen?
– No, Elsa. Non ho visto niente, te l’ho appena detto.
Alle mie parole fece seguito l’ennesima fragorosa risata della mia amica. Anche io stavolta mi misi a ridere, trovando più che plausibile il suo stupore per il mio comportamento.

È possibile collegare questi punti con quattro linee senza alzare la penna dal foglio? È questa la domanda posta ad Elsa. E voi, cosa rispondereste?

Sul tavolino c’era il contenitore dei tovagliolini del bar. Lo fissai, mentre ridevo. Fu questione di un attimo.
– Elsa, senti. Tu che sei pratica… Mi ricordi come si risolveva quella specie di esercizio in cui bisognava collegare nove punti disposti in una griglia quadrata con quattro linee, senza alzare mai la penna dal foglio?
– Ma di che stai parlando? Non mi ricordo niente del genere.
Nel frattempo, avevo disegnato i nove punti su un tovagliolino e gliel’avevo avvicinato in modo che potesse vederli bene.
Sorpresa dalla mia richiesta, del tutto estrinseca rispetto a ciò di cui avevamo parlato fino ad un attimo prima, Elsa cominciò ad osservare il disegno e a tracciare linee immaginarie, posizionando la penna al di sopra della griglia quadrata. Mentre la guardavo, ebbi la sensazione che il silenzio si fosse impadronito dell’intera scena. Non vedevo e sentivo più le persone che passavano di fianco a noi, né il sottofondo di voci di chi era seduto agli altri tavolini. Non c’era bisogno di mettere fra parentesi il cameriere, che, già di suo, continuava ad essere invisibile.
– Ma sei sicuro che sia possibile portare a termine questo esercizio?, chiese Elsa, indispettita.
– Mi sembra di sì – risposi vagamente. Una soluzione ci dev’essere.
– Ma no, Gianni. Mi sembra impossibile. Le sto provando tutte.
– Ti arrendi? – chiesi len-ta-men-te.
– Come, ti arrendi? Allora, conosci la soluzione?
– Le presi la penna dalle mani, mentre lei mi guardava con gli occhi un po’ sbarrati. Cominciai a disegnare le linee e, quand’ebbi finito, girai il tovagliolino nella sua direzione.
– Noooo. Incredibile. Ma come ho fatto a non pensarci prima? Perché non ho visto la soluzione? Che polla che sono, maddài…
– Sai che significa che non hai visto la soluzione?
Elsa tornò a poggiarsi sullo schienale, in silenzio, mordendosi la punta delle dita. Poi, poggiando i gomiti sul tavolinetto, si avvicinò, bisbigliando: “Che non ho saputo andare oltre gli schemi, vero?”. Poi, fissandomi in modo accigliato, aggiunse: “Ma quanto sei stronzo?!”

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