Quale filosofia per la teodicea?

[Sunto della prima parte, che può essere letta integralmente qui]: la teodicea, interrogarsi sul senso del male in relazione alla esistenza di Dio, presenta una tale rilevanza che non può essere relegata ai filosofi di professione. Occorre avere il coraggio di vedere il drago, il simbolo stesso del male, nella sua interezza. Questo passaggio, ovviamente, richiede coraggio, ma anche la predisposizione degli strumenti più opportuni. Il principale tra questi strumenti è proprio la razionalità. Viene, dunque, da chiedersi di che tipo di razionalità abbiamo bisogno per guardare negli occhi il male. Per le riflessioni che seguono, sono debitore ai colloqui con Marcelo Dascal, il quale nel 2005 mi invitò a Tel Aviv, a tenere una relazione nel Convegno Internazionale “Leibniz. What Kind of Rationalist”. In quella sede, proprio ragionando sulla risposta al tema del male in Leibniz, presentai la mia ipotesi di una “ragion patica”.

 

Mi chiedo spesso come si possa esercitare la filosofia, quando essa non sia intesa secondo quanto denunciato da Platone parlando di «verniciatura di formule»[1], e nel contempo rimanere indifferenti alla vera e propria fame di senso scaturente dal cuore di ogni uomo posto dinnanzi allo scandalo della sofferenza – questa è, in fondo, la teodicea.

Ha, molto significativamente, osservato in tal proposito Zarone: «Allorché la filosofia è divenuta il suo passato, come cosa quasi naturale e tacitamente ammessa dai più, essa medesima probabilmente si accinge a passare. E quando all’orizzonte autorevole e insistente appare l’invito filosofico a badare prima di tutto agli archivi ed agli inventari, è evidente che l’improbabile futuro del concetto dovrebbe dipendere solo più dall’imperativo a narrare ciò che una volta da altri fu concepito. Tuttavia il concetto ha pure diritto ad un futuro; e se è così, pare ovvio sospettare che la conoscenza a-venire non apparterrà alla filosofia, o per lo meno a questa filosofia»[2].

Appare evidente che, se si vuole assumere sul serio quanto precede, occorra preventivare una differente collocazione per l’impresa filosofica rispetto alla filodossia, rifacendosi per esempio ad uno statuto del comprendere che consenta, espletati i compiti di una ricerca ben fondata dal punto di vista filologico, di afferrare non soltanto un aspetto specifico della riflessione di un singolo filosofo, ma anche e soprattutto «l’intenzione totale»[3] sottesa a quella filosofia ed in qualche modo costituente lo sfondo da cui il problema di volta in volta studiato in sede critica proviene. Orientare la ricerca in questo senso richiede una forma di arretramento del cercare, ossia riuscire a recuperare la scaturigine del senso (Sinngenesis) da cui è emersa la stessa dottrina studiata.

Tale regressus ad originem è condizione per spingere la ricerca sempre più in là, al di là del già visto, realizzando così il necessario progressus ad futurum. Quanto qui accennato può essere indicato come «ripetizione del problema fondamentale»[4], locuzione con cui Heidegger intendeva riferirsi alla esigenza di un nuovo posizionamento di fronte al testo in grado di esplicitarne ogni intima dimensione. È così, dunque, che pensare un autore può divenire pensare con un autore secondo un itinerario di fedeltà consistente non tanto nel ricalcare le orme, quanto piuttosto nell’individuazione del senso di quelle impronte e nella prosecuzione lungo quel cammino.

Procedere in questa direzione, ancor prima di essere una esigenza individuale o l’espressione di un corretto approccio ermeneutico, risponde ad un bisogno di coerenza rispetto a quanto scritto dallo stesso Leibniz: «Qui me non nisi editis novit, non novit»[5], chiunque mi conosca solo dai miei scritti, non mi conosce affatto.

 

Nella prossima tappa di questo viaggio mostreremo alcune dimensioni costitutive della teodicea.  

Note

[1] Platone, Lettera VII, 340d.

[2] G. Zarone, Il discorso e la parola. parabole del senso tra Atene e Gerusalemme, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1997, p. 169

[3] M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003, p. 27: «Si tratta di ritrovare … la formula di un unico comportamento nei confronti dell’altro […] una certa maniera di plasmare il mondo, che lo storico deve essere capace di riprendere e di assumere».

[4] M. Heidegger, Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma-Bari 1981, p. 177: «Per ripetizione di un problema fondamentale intendiamo l’esplicitazione delle sue possibilità originarie ancora nascoste. Nella messa in opera di tali possibilità, il problema si trasforma; ma questo è il solo modo per salvaguardarne il contenuto problematico. Salvaguardare un problema significa, peraltro, mantener libere e deste quelle forze interne che lo rendono possibile come problema, nel fondo della sua essenza».

[5] L’affermazione è contenuta nella lettera a Placcius del 21 Febbraio 1696 (cf. L. Dutens (Ed.), G.G. Leibnitii, Opera Omnia, Geneva 1768, VI, I, p. 65).

3 pensieri su “Quale filosofia per la teodicea?

  1. L’unica cosa che mi sfugge è il collegamento con la teodicea: credo che questo argomento beneficerebbe assai invece da un approccio molto scolastico e specialistico della teologia – purtroppo resto della mia idea che le premesse della teodicea (l’esistenza di un dio e il fatto che questo dio avrebbe degli attributi simili a quelli del dio ebraico/cristiano) escludono la riflessione filosofica ‘generalista’.

    Per il resto di questo articolo interessante come sempre, direi che è profondamente attuale per l’intera riflessione filosofica (o, almeno, per la mia, ‘smemorata’ o scollegata da un numero inaccessibile di fonti e testi originali – almeno per la durata limitata della mia vita, e lasciamo stare il tempo disponibile 🙂 ).
    L’articolo rimanda a una applicazione originaria della filosofia: quella di dare un senso all’esistenza – un senso che sia profondo e coerente per spiegare gli eventi grandi e piccoli della vita – e in questo sono assolutamente colpito.

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    1. Grazie per le sollecitazioni, che trovo molto stimolanti. La razionalità è come una rete da pesca le cui maglie possono essere larghe o strette. Se sono larghe, si lasceranno scappare i pesci piccoli. Se sono troppo strette, cattureranno ogni genere di cosa, senza selezione alcuna. Fuor di metafora, la razionalità deve riuscire a tenere insieme due aspetti: i grandi concetti (i pesci grandi) e le storie in cui quei concetti diventano concreti (i pesci piccoli). Nell’ambito della teodicea, una razionalità, e dunque una filosofia, attrezzata a cogliere solo gli aspetti formali rischia di non vedere le sofferenze dei singoli; d’altro canto, una razionalità attenta solo alle vicende individuali non vedrebbe gli aspetti universali. Ecco, dunque, il nesso: perché vi sia una teodicea effettiva, che non ha paura di ridiscutere ogni volta i suoi stessi fondamenti, occorre una specifica forma di razionalità, che io ho definito “ragion patica”. Un caro saluto e grazie.

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