Il gradino vuoto. Amor prensile ed amor atopico

Amedeo Modigliani

OUVERTURE. The Five Love Languages di Gary Chapman è un libro originariamente pubblicato nel 1992. Tradotto in 42 lingue, è divenuto uno dei libri più venduti secondo la classifica del New York Times.

Perché? Chiederselo è legittimo. Probabilmente, uno dei fattori è costituito dalla accessibilità. Mi riferisco senz’altro ai contenuti, comprensibili dalla maggior parte delle persone. C’è, però, anche un’altra accezione di “accessibilità”, la cui evidenziazione richiede, per così dire, un giro più largo.

 

CORO:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue. [5]

PRIMO ATTO. “L’altro che io amo e che mi affascina è atopos” [1], scrive Barthes. La persona che amo non è il luogo di una destinazione possibile. Non è il luogo di una destinazione qualunque. Non è luogo, e basta. È oltre ed al di là ogni nostra previsione, rendicontazione, frase fatta, desiderio espresso, speranza esaudita. Non è addomesticamento. Scardinamento del pensiero che lo pensa, l’altro è ingrippamento di ogni faciloneria, assicurazione scaduta. Fallimento (e di quelli che fanno più male), ma – sorprendentemente – impossibilità della rinuncia a pensare un “oggetto” che rimane nascosto perché, appunto, atopico.

Atopos, ciò che tale termine designa, è anche un modo per capire quando un sentimento è autenticamente orientato all’oggetto, al netto delle commistioni (interessi, egoismi, false credenze) che, per noi esseri reali, rappresentano sempre una tentazione. Vale la pena chiederselo: quanti affetti sono finzioni, recitate più o meno convintamente, per sottrarsi ad un domandare che inchioda?

L’amore atopico è una effrazione, destinata a contrariare i ragionamenti ben calcolati dei benpensanti. È vento che scompiglia e rinfresca aria stantia.

È sentirsi parte di un centro che è oltre noi stessi, tensione irresistibile che non si riesce a silenziare, perché da essa passa il ritorno a ciò che mi costituisce, quella parte di me che pensavo fosse saldamente in mio possesso. Mi scopro, così, eccentrico (composto di ἐκ «fuori da» e κέντρον» centro»), nomade di luogo in luogo, finché sento e capisco che il mio vero “io” è altrove, in un posto che stento a riconoscere, atopos. Nel deflagrare delle sicurezze, come sul ciglio di una scogliera, “Indovino che la vera originalità non è né in me stesso né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione” [1].

Oltre ogni predestinazione, l’amore è quella dimensione dell’umano che sollecita ad andare oltre se stessi. Esso affida alla libertà di ognuno una richiesta di trascendimento che, se ignorata, consegna all’ergastolo di sentimenti tanto più consunti quanto più platealmente esibiti.

 

SECONDO ATTO. Ed ecco, all’improvviso, ma non inaspettatamente, visto che ce ne siamo occupati in precedenza, appare il Guardiano della Soglia. Si tratta di una figura archetipica, segnalata da diversi autori (Jung, per esempio) la cui funzione è di “mettere il bastone tra le ruote” o, fuor di metafora, di esporre delle obiezioni che inducano a tornare sui propri passi. Di fronte al Guardiano della Soglia, in realtà, non occorre indietreggiare. Conviene piuttosto, per quanto possibile, fare tesoro delle obiezioni che potrà presentare. L’ascolto di queste obiezioni, infatti, spinge ad uno sguardo più inclusivo, più proteso all’ascolto delle ragioni di tutti coloro che sono implicati.

Guardiano della Soglia: – Ma come conciliare la vigilanza e la costante presenza, esigite dall’amore atopico, con la serialità dei giorni in cui proprio quello stesso amore va incardinato? Cosa possono contare le belle parole dei poeti di fronte all’utile fabbrilità delle maniche rimboccate, delle azioni concrete che mandano avanti la vita? Cosa dovremmo farcene delle inalazioni d metafisica e dei belati filosofici? Dateci, piuttosto, strategie. Rimedi, vogliamo. Toppe con cui rammendare i sentimenti, così come sono!

 

TERZO ATTO. In effetti, The Five Love Languages, anche al di là delle intenzioni dell’autore, va in questa direzione: ridurre l’amore e la sua atopicità ad un prontuario, “a practical tool for keeping emotional love alive” [2], una serie di tecniche cui conformare il proprio comportamento.

Persone differenti  – assicura l’autore Gary Chapman – percepiscono l’amore in modi differenti. Per amare, allora, occorre “sintonizzarsi” sulla lingua amorosa del partner. Fondamentalmente, ve ne sono cinque: il ricevere doni (sic!), il tempo di qualità trascorso insieme, le parole di incoraggiamento, gli atti di devozione ed il contatto fisico. Occorre anche – continua Chapman – prestare attenzione al “love tank”, quel serbatoio d’amore, simbolo dell’appagamento emotivo, che è in ognuno di noi.

 

CORO:

E so molto bene che non ci sarai.

Non ci sarai nella strada,

non nel mormorio che sgorga di notte

dai pali che la illuminano,

neppure nel gesto di scegliere il menù,

o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,

nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

 

Nei miei sogni non ci sarai,

nel destino originale delle parole,

né ci sarai in un numero di telefono

o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.

Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,

e non per te comprerò dolci,

all’angolo della strada mi fermerò,

a quell’angolo a cui non svolterai,

e dirò le parole che si dicono

e mangerò le cose che si mangiano

e sognerò i sogni che si sognano

e so molto bene che non ci sarai,

né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,

né la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.

Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,

e quando ti penserò, penserò un pensiero

che oscuramente cerca di ricordarsi di te [3]

 

FINALE. Eccoci giunti ad intravedere la seconda e più fondamentale accezione di “accessibilità”. In libri come quello di Chapman, l’amore diventa accessibile, si può afferrare, è prensile, a condizione di mettere in atto delle strategie. Dipende tutto da noi. È su questo crinale che si coglie la lacerazione con ciò che dell’amore hanno testimoniato più di due millenni di riflessioni. Si possono, per questo, incolpare milioni di lettori? Di solito, seppur sottovoce, è quello che accade tra gli intellettuali, che considerano lettori e gente comune alla stregua di deficienti ambulanti, senza minimamente mettere in discussione la capacità dei pensatori di professione di tradurre le proprie conoscenze in un linguaggio accessibile ai più.

Il risultato di tale snobismo è che i lettori devono accontentarsi di libri in cui i grandi temi dell’esistenza sono ridotti a ricette preconfezionate.

 

A questo punto, il Guardiano della Soglia lentamente scompare, lasciando intravedere il cammino che abbiamo davanti.

 

Ancor più che nel passato, abbiamo bisogno di traghettatori, nuovi esperti della divulgazione, che sappiano coniugare le mirabili altezze della speculazione con i linguaggi, i bisogni, le istanze degli uomini di questo tempo. In questi nuovi attraversamenti, proprio sul tema dell’amore atopico, ci sia da faro una poesia scritta da Michelangelo nelle sue Rime [4]:

Un uomo in una donna, anzi un dio / per la sua bocca parla, /ond’io per ascoltarla, / sono fatto tal, che ma’ più sarò mio. / I’ credo ben, po’ ch’io / a me da lei fu’ tolto, /fuor di me stesso aver di me pietate; sì sopra ’l van desio / mi sprona il suo bel volto, / ch’i’ veggi morte in altre beltate. / O donna che passate / per acqua e fuoco l’alma a’ lieti giorni, / deh, fate c’a me stesso più non torni.

 

P.S. Mentre scrivevo questo post, ho provato a farmi venire in mente dei volti che avessero potuto incarnare i due tipi di sentimento amoroso su cui stavo riflettendo. Alla fine, mi è tornato in mente il confronto tra due personaggi de L’amore ai tempi del colera, romanzo di Gabriel García Márquez. Il primo personaggio è Lorenzo Dada, il padre di Fermina. È lui ad opporsi all’amore che Florentino prova per Fermina. Il suo movente è dettato dall’idea dell’accomodamento, che le cose – anche quelle amorose – possano essere pianificate. È proprio lui a rendere possibile l’accettazione della proposta di matrimonio del dottor Urbino, ritenuto il miglior partito della città. Quale migliore esempio dell’amore prensile potevo trovare? L’amore atopico è ovviamente rappresentato da Florentino Ariza, il protagonista del romanzo, il quale sarà spinto dal suo sentimento a tendere costantemente (“cinquantatre anni, sette mese e undici giorni, notte comprese”) verso la sua prima amata, noncurante di ogni ostacolo. Ah, dimenticavo: De te fabula narratur [6]

 

Letture

  1. Barthes, R. (1979). Frammenti di un discorso amoroso. Torino: Einaudi
  2. Chapman, G. (1992). The Five Love Languages. Chicago: Northfield Publishing
  3. Cortázar, J. (2017). Le ragioni della collera. Roma: Edizioni Fahrenheit
  4. Michelangelo, B. (2010). Milano: Rizzoli. BUR
  5. Montale, E. (1971). Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale in Satura.
  6. Orazio, Satire. I, 1, 69-70.

 

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