Perché è così difficile comunicare?

È facile constatare che comunicare non è il più semplice dei compiti. Sia che lo si riferisca alla vita di relazione sia che lo si riporti a contesti più ampi, quando si parla di comunicazione, è più facile che vengano in mente le difficoltà e i fallimenti che i successi.

Nella quotidianità, infatti, nonostante felici eccezioni, sembra che l’esperienza della comunicazione sembra darsi come esperienza del limite.

Il limite è l’esperienza in cui avverto  la mia non autosufficienza, il non bastare a me stesso. Il limite è sentire che, per essere completo, io devo attingere ad altro.

Il limite è quando sento che non tutto dipende da me. È il mio limite (nel senso: che inerisce alla mia posizione): che significa anche la non attingibilità dell’altro, il suo non essere a mia disposizione. La comunicazione autentica allora vive in/di questa duplice tensione: da una parte, il rivolgermi all’altro per superare la mia insufficienza e, contemporaneamente, rendermi conto che proprio l’altro cui mi rivolgo non è a mia disposizione. È un movimento inquietante (che, com’è noto, significa senza quiete, destinato a non arrestarsi mai).

Affrontare il limite, prenderne coscienza, richiede di superare le proprie coordinate ed iniziare un movimento di uscita da sé, per stabilire una connessione con l’altro, in una zona franca. È in questa foresteria, che incontro l’altro ed è dalla modalità di tale interazione che la comunicazione si decide.

Ovviamente, non sfugge che affrontare nel modo appropriato queste dinamiche richieda tempo: tempo per prendere confidenza con la necessità di abbandonare le comodità; per ascoltare. È così, la comunicazione richiede tempo.

Invece, ciò che solitamente viene proposto è la comunicazione come tecnica. Si tratta di un camouflage, una ibridazione di camuffare e maquillage. Un trucco, insomma, secondo cui la comunicazione, divenuta una tecnica, può essere acquisita, venduta, acquistata. È un po’ questa la logica che sta dietro i prontuari, i manuali del comunicare, riferiti alle diverse situazioni possibili, che troviamo nelle librerie.

L’atteggiamento moralistico si ritrae sdegnato di fronte ad un esito così consumistico. Per certi versi, è difficile rimanere indifferenti. D’altro canto, è pur vero che il ritrarsi non aiuta ad affrontare i problemi, ma soprattutto rischia di non fare i conti con le istanze legittime di chi, pur volendo comunicare come si deve, non ha – e non per sua scelta – la possibilità di farlo.

Uno dei modi di affrontare il problema è di guardare alla cause per cui è così difficile uscire da sé, per andare verso l’altro che, come abbiamo visto, è la matrice della comunicazione propriamente detta.

Certo, sarebbe bello se fosse tutto semplice, lineare, facile-facile! Temo non sia così, anche se non è detto che l’addentrarsi in tali articolazioni sia destinato ad essere spiacevole.

Personalmente, sono colpito dal fatto che, ancora una volta ed anche in riferimento ad un tema come la comunicazione, se vogliamo veramente penetrarne le dinamiche, sia necessaria quella vigilanza, quell’esser desti su cui ci siamo soffermati a riflettere in molte circostanze. Non è proprio una questione di tecniche da acquisire (anche se questo non deve diventare un alibi per ignorare le esigenze dei contesti). La vera comunicazione richiede il tempo della vigilanza. Solo così potremo trovare la giusta collocazione di fronte all’alternativa tra possedere il tempo o esserne posseduti.

Il paradigma immunologico

Distinguere tra interno ed esterno, amico e nemico è una schema immunologico. È in questo modo, infatti, che il nostro organismo si difende dagli agenti patogeni. Oggi, sempre più, questo dispositivo immunologico è idoneo a descrivere quanto avviene nelle nostre relazioni in cui ciò che è estraneo sembra non avere diritto di cittadinanza.

Nella immunologia si reagisce nei confronti dell’alterità. Ciò che è altro può essere una minaccia. Nel passaggio dell’immunologia a categoria con cui leggere i fenomeni relazionali, l’alterità è stata sostituita con la differenza che, almeno nelle intenzioni, rappresenta una alterità, per così dire, “disinnescata”, cioè non in grado di recare offesa. L’esempio che viene in mente è il virus (microorganismo ucciso o adiuvanti) che troviamo nei vaccini, che è attivo quel tanto che basta a provocare le difese dell’organismo, ma non a danneggiarlo. La differenza, questa blanda versione dell’alterità, è l’Eguale. Succede così che la differenza venga, tutto sommato, accettata, con la stessa tolleranza destinata all’esotico. In fondo, essa corrisponde alla dose minima di alterità. A tal proposito, scrive Byung-Chul Han: “Ci si fa volontariamente un po’ di violenza, per proteggersi da una violenza assai maggiore, che sarebbe letale”.

Le implicazioni di tale meccanismo ci interessano. Dunque, proprio mentre siamo convinti di tutelare noi stessi, avendo rinunciato a confrontarci con ciò che è autenticamente altro, abbiamo creato le condizioni per l’implosione di noi stessi e del nostro mondo.

Ci sono segnali in tal senso? Come si vive, come si reagisce in un mondo in cui, espunta l’alterità, possiamo solo celebrare l’identico?

L’illusione del multitasking

Il multitasking rappresenta l’illusione di poter essere simultaneamente distribuiti, prima ancora che su molteplici attività, su più spazi. Essa è il bruciare il tempo. Sembriamo allora ipnotizzati da questa illusione ed al tempo stesso dimentichi che la proiezione ad essere digitali non può obliterare la fondamentale analogicità di cui siamo costituiti. Tutto questo significa una cosa semplice: che possiamo dedicarci ad una cosa alla volta.

Il multitasking è così diffuso anche perché è, per il suo tramite, che proviamo a sottrarci alla noia profonda che affiora nel momento in cui le attività si interrompono. Quella noia, che ci spinge a fare i conti con noi stessi, è definita da Benjamin un “uccello incantato, che cova l’uovo dell’esperienza”.

Torna, vedete, la questione del tempo. Tempo per far sedimentare le conoscenze, per sottrarsi alla pressione delle immediatezze. Tempo per ritornare in noi stessi. Tempo per il riposo spirituale. Tempo per la contemplazione.

Ricapitolando

La comunicazione attiene al nostro rapporto con l’altro. Ma, se è così, come possiamo comunicare bene, se la cifra del nostro tempo è di escludere l’altro, abituandoci ad una sua versione edulcorata? Che cosa ne è di un società, oramai assuefatta a celebrare l’identico? In altre parole, se fino ad ora, abbiamo delineato una diagnosi, quale sarà la cura? Chiedersi se esista una comunicazione buona, vera, efficace nel senso di rispettosa delle relazioni, richiede che si adotti una direzione completamente diversa.

Questa direzione è accennata dalle parole di Nietzsche in Umano, troppo umano: “Per mancanza di calma la nostra civiltà sbocca in una nuova barbarie. In nessun’epoca si attribuì maggior valore agli attivi, cioè ai senza riposo. E dunque una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo”

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