Una falsa partenza
In un agglomerato di semiotiche prefigurazioni, ove la dialettica ermeneutica si confronta con l’indeterminatezza del significante, si trova la disgiunzione tra l’opacità e la trasparenza di un linguaggio sempre già fagocitato dalle aporie dell’essere e del divenire. Questa performativa instabilità costituisce la prima esperienza d’interrogazione, ambivalente e plurivoca, sull’ineluttabilità dell’intraducibilità semantica e sulla retorica dell’assoluto.
Eh sì, a volte capita di leggere testi come quello che hai appena letto. Quando ciò succede, inevitabilmente dentro di noi si accende il desiderio legittimo di parole chiare, anzi trasparenti.
In un tale contesto, dove le parole si annidano in grovigli teoretici, l’ambiguità e la complessità sembrano regnare sovrane, spesso al punto da sfuggire alla comprensione stessa dell’emittente. È come se il linguaggio, nella sua aspirazione a catturare l’infinita complessità dell’essere, finisse per cadere in una sorta di autoreferenzialità che lo rende inaccessibile. In questa intricata rete di significati, sembra emergere un’urgenza per un linguaggio che non sia solo un veicolo di pensieri astratti, ma anche un mezzo per comunicare idee in maniera più diretta e palpabile.
Questo anelito alla chiarezza non è solo una reazione alla densità teoretica, ma è anche una richiesta di autenticità, un appello a discostarsi dai labirinti del gergo accademico per rivolgersi a un pubblico più ampio. La tensione tra l’opacità e la trasparenza, quindi, diventa non solo un problema filosofico ma anche etico: qual è il punto di una comunicazione che non comunica, di un linguaggio che invece di avvicinare, divide?
E, allora, ripartiamo.
Etica della comunicazione ambigua
Hai mai frainteso qualcuno nonostante usasse parole semplici e dirette? Ti è mai capitato di trovare più significati in una singola frase e non sapere quale fosse il “giusto”? Hai mai letto una poesia o un testo letterario e ti sei ritrovato a fare diverse interpretazioni, tutte ugualmente valide? Ed ancora, nelle discussioni con amici o familiari, ti capita di sentire che nonostante le parole siano le stesse, il significato cambia a seconda di chi le pronuncia?
Ti sei mai chiesto se il linguaggio può davvero essere completamente trasparente? Probabilmente, come molte persone, sei stato addestrato a cercare la chiarezza e a evitare ambiguità nella comunicazione. Ma ti sei mai fermato a considerare che cosa realmente significhi “trasparenza del linguaggio”? Questa domanda ci porta al cuore di un dibattito molto più ampio e profondo su come usiamo e interpretiamo il linguaggio nel contesto delle nostre vite.
Il mito della assoluta trasparenza del linguaggio
Il concetto di “assoluta trasparenza del linguaggio” si riferisce all’idea che il linguaggio dovrebbe essere completamente chiaro, privo di ambiguità, e facilmente comprensibile da tutti gli interlocutori in un determinato contesto comunicativo. In questa prospettiva, un linguaggio “trasparente” è quello che permette una trasmissione efficace del messaggio, minimizzando il rischio di malintesi o interpretazioni errate.
Nei “consueti modelli di comunicazione”, questa trasparenza è vista come un ideale da raggiungere perché facilita la comprensione reciproca. Ad esempio, in un contesto aziendale, istruzioni chiare e non ambigue sono fondamentali per il buon funzionamento di un team di lavoro. Allo stesso modo, in un contesto accademico, un articolo scientifico ben scritto eviterà ambiguità che potrebbero ostacolare la comprensione e l’applicazione delle sue scoperte.
Tuttavia, è importante notare che l’assoluta trasparenza del linguaggio è un concetto complesso e potenzialmente problematico. Il linguaggio è intrinsecamente legato alla cultura, all’interpretazione e al contesto, e ciò che è “trasparente” per una persona potrebbe non esserlo per un’altra. Inoltre, alcune forme di comunicazione, come la poesia o l’arte, spesso traggono valore proprio dall’ambiguità e dalla multivalenza, invitando a interpretazioni multiple piuttosto che a una singola “verità”.
Infine, c’è anche un dibattito etico sulla trasparenza del linguaggio. Ad esempio, la retorica politica può utilizzare un linguaggio apparentemente “trasparente” per manipolare l’opinione pubblica, sfruttando slogan semplici e diretti che nascondono complessità o verità scomode.
In sintesi, mentre l’assoluta trasparenza del linguaggio è spesso vista come un ideale nelle comunicazioni quotidiane, è un concetto che va maneggiato con cura, tenendo conto delle sue limitazioni e delle sue potenziali implicazioni etiche e culturali.
Sfatare il mito
L’ideale dell’assoluta trasparenza del linguaggio è così profondamente radicato nei nostri modelli comunicativi da sembrare quasi un imperativo categorico. Spesso, senza pensarci due volte, adottiamo una varietà di tecniche e strumenti per rendere il nostro linguaggio il più chiaro e inequivocabile possibile. Questi possono variare dalla scelta di un vocabolario specifico e dall’uso di esempi concreti, alla strutturazione logica delle frasi, all’impiego di metodi di verifica per assicurarsi che il messaggio sia stato compreso come inteso.
Eppure, mentre ci sforziamo di attuare queste pratiche, raramente mettiamo in discussione il presupposto stesso che stia alla base della nostra aspirazione alla trasparenza. Questo accade perché l’idea di un linguaggio trasparente è comunemente associata a valori come l’efficienza, la veridicità e la chiarezza, che sono di per sé considerati virtuosi e quindi desiderabili.
Tuttavia, è fondamentale riconoscere che la trasparenza linguistica non è una panacea universale. In certi contesti, come nell’arte o nella letteratura, l’ambiguità e la molteplicità di significati possono essere non solo accettabili, ma addirittura necessarie per suscitare emozioni, provocare riflessioni o semplicemente per l’effetto estetico. Inoltre, il concetto di trasparenza può essere culturalmente e socialmente condizionato. Ciò che è considerato “chiaro” in una cultura può non esserlo in un’altra, e la “trasparenza” potrebbe diventare un concetto elitario che esclude coloro che non condividono un certo background o una certa formazione.
Inoltre, c’è una dimensione etica da considerare. Il linguaggio apparentemente trasparente può essere usato in modo manipolativo, per celare informazioni o per presentare una facciata di chiarezza laddove in realtà esistono complessità o sfumature. Proprio per questo, potrebbe essere utile, ogni tanto, mettere in discussione il nostro attaccamento quasi automatico all’ideale della trasparenza del linguaggio e riflettere criticamente sulle sue implicazioni e limitazioni.
Due tipi di ignoranza
Di recente, ho riletto un’intervista del 2003 a Paul Auster su The Paris Review e ho trovato un’osservazione particolarmente stimolante che merita ulteriori riflessioni. Nell’intervista, Auster riprende una dichiarazione di Peter Aaron, un personaggio del suo romanzo Leviathan, secondo cui: “I libri nascono dall’ignoranza e se essi continuano a vivere dopo che sono stati scritti è solo per il fatto che non possono essere compresi” (Gourevitch 2006).
Il tipo di ignoranza di cui parla Paul Auster in relazione ai suoi personaggi e alle dinamiche della lettura è di natura profonda e sottolinea l’inesorabile complessità dell’esistenza umana e della creazione artistica. Questa ignoranza non deve essere intesa come una mancanza o una lacuna; piuttosto, è un aspetto fondamentale del processo creativo e interpretativo.
Ignoranza di partenza: la nebbia originaria
Quando Auster parla di un’ignoranza “di partenza”, suggerisce una sorta di nebbia originaria che avvolge il processo creativo. In questo contesto, l’ignoranza è il terreno fertile da cui emergono storie e idee. È una sorta di spazio vuoto o una tela in bianco su cui l’artista lavora. Questo concetto di ignoranza ricorda il pensiero del filosofo francese Merleau-Ponty (Merleau-Ponty 2007), che afferma che la parola è una sorta di “debolezza” del filosofo. Per Merleau-Ponty, il vero sapere è qualcosa che è al di là della parola, che esiste nell’essere stesso. La debolezza del filosofo, quindi, è nel dover ricorrere al linguaggio, una forma imperfetta e limitata, per cercare di esprimere concetti che sono, per loro natura, inesprimibili.
Questa connessione tra l’ignoranza “di partenza” e la filosofia di Merleau-Ponty suggerisce che sia nel campo della letteratura che in quello della filosofia, l’ignoranza non è un ostacolo da superare, ma piuttosto una condizione essenziale per l’indagine e la scoperta. È il vuoto che invita a essere colmato, ma che mai sarà del tutto soddisfatto. Questo fa parte del ciclo vitale del pensiero e della creatività, un ciclo che riconosce i propri limiti e, in questo riconoscimento, trova una sorta di forza.
Nel fare questo, Auster e Merleau-Ponty ci invitano a riconsiderare il nostro rapporto con l’ignoranza e la conoscenza. Lontani dall’essere semplici opposti, questi stati dell’essere e del sapere sono intrinsecamente legati, ciascuno dando vita e significato all’altro in un ciclo perpetuo di creazione e scoperta.
Ignoranza di arrivo: un orizzonte infinito di possibilità
Nella dimensione dell’ignoranza “di arrivo”, come la descrive Paul Auster, si trova una profondità che sfugge alla semplice lettura superficiale. Questa ignoranza non è un vuoto di conoscenza, ma piuttosto un orizzonte infinito di possibilità. L’idea che un’opera letteraria non possa mai essere compresa in modo definitivo è affascinante perché è proprio questa inesauribilità che le conferisce vitalità e rilevanza attraverso il tempo. Questo tipo di ignoranza diventa un catalizzatore per un dialogo eterno tra l’opera e i suoi lettori, un ciclo ininterrotto di scoperte e riscoperte che amplifica il significato dell’opera stessa.
Auster suggerisce che questa condizione non solo è inevitabile ma anche desiderabile, poiché invita sia il lettore che l’autore a impegnarsi in un processo continuo di esplorazione intellettuale. Si tratta di un’interazione reciproca e dinamica, una danza in cui entrambe le parti sono costantemente alla ricerca e mai completamente soddisfatte. Questa idea sovverte il concetto comune di “trasparenza assoluta” come obiettivo della comunicazione. Invece di cercare una comprensione perfetta e univoca, accettiamo la sfida e la bellezza della molteplicità di interpretazioni e significati.
Conclusione
Concludendo, la visione esposta da Paul Auster sfida profondamente le nostre nozioni predefinite sulla chiarezza e la trasparenza del linguaggio, suggerendo una rete complessa di ignoranze reciprocamente formative che alimentano la creatività e la scoperta. Mentre la società spesso premia la chiarezza e condanna l’ambiguità, Auster e Merleau-Ponty ci invitano a vedere l’ignoranza e l’ambiguità non come ostacoli, ma come elementi vitali che arricchiscono il nostro rapporto con il mondo dell’arte, della letteratura e della filosofia. La parola, che ci sembra così intrinsecamente legata all’idea di chiarezza e comprensione, viene rivelata nella sua profonda complessità, mostrandoci che è proprio nel suo essere imperfetto e limitato che trova la sua forza vitale. Ciò ci conduce ad una nuova valorizzazione dell’ambiguità e della complessità, e ci apre a nuove possibilità di comunicazione e comprensione che trascendono i limiti del linguaggio stesso. In questo senso, l’ignoranza non è un mero vuoto di conoscenza, ma un campo aperto di infinite possibilità, un orizzonte che non cessa mai di espandersi.

Lettore: Amore, vieni qui un attimo! Gianni ci ha regalato un altro “gioiellino” del pensiero, un articolo che sembra scritto con l’inchiostro dell’ambiguità.
Moglie: Ah, Gianni, il poeta enigmatico della prosa filosofica. Portami il tablet, ho bisogno di qualcosa per distrarmi dalla realtà.
Lettore: Eccolo, leggi. Parla di linguaggio e ignoranza con un linguaggio che sembra favorire l’ignoranza.
Moglie: Che sorpresa, Gianni e le sue parole fumose. Aspetta un secondo, forse questa volta vuole valorizzare l’ambiguità nel linguaggio.
Lettore: L’ambiguità come virtù? Da quando l’indeterminatezza è diventata una cosa da ricercare?
Moglie: Beh, secondo Gianni, è come una porta socchiusa che invita alla scoperta. Un’interpretazione romantica, non trovi?
Lettore: Un po’ romantica e un po’ evasiva, se mi chiedi. Non è che sta solo cercando di giustificare il suo stile oscuro?
Moglie: Oh, forse sì. Secondo lui, la chiarezza è una strada a senso unico, mentre l’ambiguità è un labirinto che vale la pena esplorare.
Lettore: Dunque, posso incolpare Gianni se mi perdo nel labirinto del suo pensiero?
Moglie: Ma certo! Così puoi almeno dire di aver fatto un viaggio, anche se non hai raggiunto una destinazione precisa.
Lettore: Quindi, cosa? È come un museo d’arte moderna dove nessuno sa cosa sta guardando, ma tutti fingono di capire?
Moglie: Precisamente! È un’esperienza, più che una lezione. Non credere che sia geniale, ma almeno concede un certo spazio alla riflessione.
Lettore: Beh, potrebbe essere peggio. Almeno non è noioso.
Moglie: Esatto. Non è un genio, ma almeno ci offre un puzzle da risolvere.
Lettore: Va bene, per questa volta gli concedo il beneficio del dubbio.
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Riferimenti bibliografici
Gourevitch, Philip, a c. di. 2006. The Paris review: interviews. 1st ed. New York: Picador : Distributed by Holtzbrinck Publishers.
Merleau-Ponty, Maurice, Mauro Carbone, Claude Lefort, e Maurice Merleau-Ponty. 2007. Il visibile e l’invisibile. Milano: Bompiani.
Scarafile, Giovanni. 2016. Etica delle immagini. Brescia: Morcelliana.
[1] Con riferimento alle immagini, la questione della sovraordinazione delle teorie è affrontata in (Scarafile 2016).




Giovanni, mi apri sempre scenari affascinanti.
Le sfumature dell’ “ignoranza” che in filosofia prendiamo nel verso del detto socratico, più avanti della docta ignorantia di Cusano e delle molteplici sfaccettature della skepsis, qui si offre ad altre significazioni, che riempiono il campo della ermeneutica.
Ci rifletterò su.
Grazie e, visto che qui ho un certo spazio, voglio ringraziarti della citazione nel podcast .
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Grazie, Rosario, per il commento. Non avevo pensato alla docta ignorantia di Cusano. Mi sembra una ottima indicazione.
Ovviamente, le parole di Auster potrebbero essere ulteriormente scandagliate. Hanno affascinato anche me nella possibilità di indicare una via terza rispetto al referto ermeneutico e alla mera ripresa dell’intenzione dell’autore. A presto!
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