Comunicazione ed indisponibilità

Nei consueti modelli di comunicazione, la assoluta trasparenza del linguaggio è generalmente considerata un fatto positivo. Concretamente questo significa fare in modo che in ogni testo o in ogni scambio comunicativo non vi siano zone d’ombra, parti meno chiare, ma tutto concorra all’obiettivo della piena comprensione. In genere, in vista del raggiungimento di questo obiettivo, si adottano tecniche o strumenti vari. Che si debba agire in questo modo è così ovvio e scontato che non ti verrebbe di metterne in discussione il presupposto dell’assoluta trasparenza.

In questi giorni, ho avuto modo di rileggere una intervista a Paul Auster, pubblicata nel 2003 sul The Paris Review, in cui ho trovato uno spunto interessante che merita di essere sviluppato. Nell’intervista, infatti, veniva riproposto il pensiero di Peter Aaron, uno dei personaggi di Leviathan, secondo cui: “I libri nascono dall’ignoranza e se essi continuano a vivere dopo che sono stati scritti è solo per il fatto che non possono essere compresi” (Gourevitch 2006)

In realtà, non viene esaltata l’approssimazione o il dilettantismo. Non è questa l’ignoranza di cui si parla. Auster si riferisce a due diversi tipi di ignoranza, che potremmo definire “di partenza” e “di arrivo”.

Paul Auster

Nell’ignoranza del primo tipo, c’è l’idea che le ragioni ultime cui ricondurre la nascita di una storia o di un racconto siano per lo più indisponibili. In tal senso, eliminare l’ignoranza equivarrebbe ad eliminare l’humus in cui quelle stesse ragioni trovano misterioso alimento. Senz’altro viene qui in mente quel passaggio di Merleau-Ponty in cui il filosofo francese, parlando dell’attitudine del filosofo, osserva: “Il filosofo parla, ma è una sua debolezza, e una debolezza inspiegabile: egli dovrebbe tacere, coincidere in silenzio e raggiungere nell’Essere una filosofia che vi è già fatta” (Merleau-Ponty 2007).

In cosa consiste, dunque, la debolezza del cercatore di senso? Nel dover fare ricorso allo strumento espressivo, la parola, che è da considerarsi sempre una sconfitta, se paragonata all’obiettivo primario di ogni autentico cercare, che è la coincidenza con l’Essere. C’è, allora, in quelle parole, il senso di un’indisponibilità cioè l’idea che, contrariamente a quanto ci sarebbe da aspettarsi, è proprio l’essere indisponibile ad avere un valore. È l’esperienza di tale indisponibilità ad introdurci al vero cercare.

Auster parla di un’esperienza simile, anche essa collegata all’indisponibilità, seppure di tipo diverso. L’ignoranza di partenza è il non rendersi disponibile alla trasparenza assoluta di ciò che viene a parola. L’ignoranza è l’implicita indeterminazione da cui si originano le determinazioni. Tale condizione va preservata, nonostante per la sua natura essa sia di difficile rendicontazione. Ma, non per il fatto che essa sia indeterminabile, può essere dichiarata ininfluente.

Affianco al primo tipo di ignoranza vi è l’ignoranza di arrivo, l’idea che i libri non possano mai essere compresi fino in fondo e che proprio tale indisponibilità sia responsabile della riuscita del processo di lettura. In questo caso, l’indisponibilità è l’impossibilità della coincidenza tra l’operazione che il lettore è chiamato a compiere e le intenzioni dell’autore. Questa impossibilità ha una valenza positiva perché è la condizione sia della sopravvivenza dei libri sia della possibilità che essi hanno di continuare a “dire”, cioè ad essere significativi. È quando il lettore non riesce a realizzare compiutamente l’operazione ermeneutica dell’appropriazione che si preserva quell’energia che rimette in circolo la linfa vitale del conseguimento del senso.

Paradossalmente, dunque, è in un presunto fallimento che riposa il successo. Il primo passo dovrebbe consistere in una presa in carico di tale indeterminazione perché è proprio in essa, in questa misteriosa ignoranza, che ha luogo l’incontro tra autore e lettore. Il lettore deve trovare la propria voce, osserva Auster, non semplicemente replicando quella dell’autore. È un fenomeno analogo a quello dello spettatore che comincia veramente a vedere quando è pronto a credere ai propri occhi.

Le teorie che interpretano il mondo costituiscono come una grande coperta di informazioni disponibili sulla realtà. Compito del lettore è di non rinunciare a tali informazioni, ma di arrivarci confrontando ciò che le teorie hanno potuto cogliere della realtà con quanto egli stesso, in quanto lettore, ha potuto vedere. Egli deve dunque sollevare la coperta e provare a vedere la realtà come se fosse la prima volta.

Non si tratta di rinunciare a quanto la tradizione ha stabilito di valido in merito ad una determinata interpretazione, ma di comprendere che qualsiasi validazione richiede un’esposizione personale, senza la quale essa scade al livello di formule vuote[1].

L’ignoranza, nella specifica accezione di cui parla Auster, è salutare perché mette capo ad un determinato atteggiamento sia del lettore che dell’autore.

Qui, ovviamente, la cosa si fa ancora più misteriosa. Che senso ha parlare dell’ignoranza dell’autore? L’autore non è forse l’artefice della propria opera? Come tale, non la conosce fin nelle sue più intime pieghe?

La risposta a queste domande richiederebbe una lunga riflessione, che può essere intuita in un altro racconto dello stesso Auster, Viaggi nello Scriptorium, in cui il protagonista, Mr. Blank è rinchiuso in una stanza e viene visitato dai suoi stessi personaggi. Potrà così risalire alla sua identità nella misura in cui sarà in grado di dare ascolto alla sua creazione.

Eravamo partiti dal mito della trasparenza assoluta come ideale della comunicazione. Siamo arrivati ad ipotizzare il ribaltamento di quella condizione, di cui è cifra l’indisponibilità, rappresentata dalla ignoranza. Tutto questo è divenuto possibile, ragionando sullo statuto del racconto che, nelle parole di Auster è “l’unico posto al mondo dove due estranei possono incontrarsi nei termini della intimità assoluta. Nessun’altra arte può farlo. Nessun’altra arte può catturare l’essenziale interiorità della vita umana” (Gourevitch 2006).

 

Ascolta il podcast

Riferimenti bibliografici

Gourevitch, Philip, a c. di. 2006. The Paris review: interviews. 1st ed. New York: Picador : Distributed by Holtzbrinck Publishers.

Merleau-Ponty, Maurice, Mauro Carbone, Claude Lefort, e Maurice Merleau-Ponty. 2007. Il visibile e l’invisibile. Milano: Bompiani.

Scarafile, Giovanni. 2016. Etica delle immagini. Brescia: Morcelliana.

 

[1] Con riferimento alle immagini, la questione della sovraordinazione delle teorie è affrontata in (Scarafile 2016).

2 pensieri su “Comunicazione ed indisponibilità

  1. Giovanni, mi apri sempre scenari affascinanti.
    Le sfumature dell’ “ignoranza” che in filosofia prendiamo nel verso del detto socratico, più avanti della docta ignorantia di Cusano e delle molteplici sfaccettature della skepsis, qui si offre ad altre significazioni, che riempiono il campo della ermeneutica.
    Ci rifletterò su.
    Grazie e, visto che qui ho un certo spazio, voglio ringraziarti della citazione nel podcast .

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    1. Grazie, Rosario, per il commento. Non avevo pensato alla docta ignorantia di Cusano. Mi sembra una ottima indicazione.
      Ovviamente, le parole di Auster potrebbero essere ulteriormente scandagliate. Hanno affascinato anche me nella possibilità di indicare una via terza rispetto al referto ermeneutico e alla mera ripresa dell’intenzione dell’autore. A presto!

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