Essere Bryan Stevenson? Dieci errori da evitare quando si comunica

Bryan Stevenson

Vi dice niente il nome di Bryan Stevenson? Forse no, lo riconosco. Eppure in qualche modo, questo giovane avvocato, esperto di diritti umani negli Stati Uniti, era coinvolto quella volta che avremmo voluto fare un discorso convincente alla ragazza carina del primo banco o avremmo voluto fornire la risposta giusta durante quell’importante colloquio di lavoro. Sì, perché a tutti è capitato di chiedersi quali errori evitare durante una comunicazione importante. È per questo che, se entrate in una libreria, interi settori sono dedicati ai manuali e alle guide per comunicare bene. Acquisita la tecnica giusta, infatti, comunicare non avrà più segreti. E qui entra in campo Bryan Stevenson, il quale, anche se di professione non fa il comunicatore, è il protagonista di un video che ha catturato l’attenzione di quasi 5 milioni di persone per il suo modo straordinario di comunicare.

Stevenson partecipa all’edizione 2012 di TED e nel suo intervento deve fornire una lunga serie di dati che – diciamolo – avrebbero potuto fare sbadigliare un elefante. Come ci riesce? Quale espedienti usa? Come decide di organizzare il suo discorso? Soprattutto, come reagisce la platea? Scopritelo, vedendo il video. Vi anticipo che il suo successo è stato tale che il conduttore dell’evento decide di salire sul palco per invitarlo ad un supplemento di discorso.

Se è difficile dire se esistano dei segreti per comunicare efficacemente, si può quanto meno evitare alcuni errori ricorrenti. Vediamo quali:

  1. L’uso delle iperboli. Spesso nelle conversazioni, alcuni di noi fanno abitudinariamente uso delle iperboli, per eccesso o difetto (Il vestito della collega è magnifico; nostro figlio è un genio; frasi del tipo: te l’ho ripetuto mille volte!, ecc.). Il problema è che il ricorso a questo genere di espressioni ci fa perdere di vista l’esatto peso delle parole. Se nell’immediato, le iperboli rafforzano la nostra intenzione comunicativa, alla lunga la indeboliscono, rendendola fiacca e ridondante fino alla nausea. Mi raccomando, non spezzatemi il cuore
  2. La filodossia. Nel comunicare, alcuni sono soliti confermare sistematicamente quanto detto dagli altri, evitando così di esporsi in prima persona. L’assenza di originalità che fa seguito a questa condotta ci rende portatori sani di noia;
  3. L’autocompiacimento. La ricerca dell’approvazione, soprattutto quando è esagerata, comporta l’instaurarsi negli altri di un dubbio sull’autenticità di ciò che stiamo dicendo. Fare il piacione non sempre è positivo;
  4. Il contatto oculare. Spesso siamo così presi dalle cose da dire da trascurare di fare la cosa più naturale: guardare gli altri. Il contatto oculare, invece, è fondamentale. Esso non è soltanto il segno che stiamo riservando un’attenzione esclusiva ai nostri interlocutori, ma è anche un modo per aver un migliore accesso ai loro sentimenti;
  5. L’ascolto empatico. Stai già pensando a come confutare ciò che il tuo interlocutore sta dicendo? Prova invece l’ascolto empatico, cioè il riservare una più grande attenzione ai sentimenti e ai pensieri degli altri. Si attua in tre momenti: a) abbassando la guardia, aprendosi alle opinioni degli altri (altrove ho parlato di postura di ricettività); b) immaginando noi stessi al posto degli altri; c) evitando giudizi o critiche mentre stiamo ascoltando. Gli altri implicati con noi nel processo comunicativo devono sentire di essere emozionalmente compresi. È difficile, ma ne vale la pena!
  6. La monotonia. L’eccessiva concentrazione sui contenuti rende alcuni monocordi nell’eloquio. In ambito accademico, la noia indotta è inspiegabilmente ritenuta sinonimo di serietà scientifica. Per risolvere questo problema si possono introdurre delle variazioni, alternando le modalità del nostro discorso. Utile in tal senso, lo storytelling;
  7. Il focus. Se, quando abbiamo finito di parlare, gli altri si chiedono perplessi “Che cosa avrà voluto dire?” (a me, di solito, succede dopo aver ascoltato un’omelia) allora è il segno che non siamo riusciti ad esplicitare l’obiettivo che ci prefiggevamo. Le intenzioni del parlante vanno richiamate, sia all’inizio che alla fine del nostro discorso;
  8. La chiarezza. Siamo tutti convinti di essere chiari quando parliamo. Non sempre questo è un vantaggio, ammettiamolo. Va detto che la chiarezza si ottiene anche ricorrendo a piccoli accorgimenti “oggettivi”: la scelta di ricorrere a frasi brevi, per esempio, o evitando i tecnicismi;
  9. La postura. Dondolarsi sulla punta dei piedi, accavallare le gambe sono esempi di postura non adeguata quando si comunica. Ricordiamo che, prima ancora che il contenuto del nostro messaggio possa essere comunicato, noi trasmettiamo informazioni su noi stessi con la posizione del nostro corpo. Perché l’interlocutore si formi la classica prima impressione bastano, infatti, sette secondi;
  10. Il suono. È la cosa più ovvia e, proprio per questo, più data per scontata. Se volete che gli altri vi ascoltino, allora dovete farvi sentire. Il suono, infatti, può influenzare l’ambiente. R. Rex Parris, sindaco di Lancaster in California, fece installare degli altoparlanti nel centro della città mediante cui venivano diffusi il canto degli uccelli ed altri suoni rilassanti. Il risultato è che nei mesi successivi si registrò un decremento del 15% del tasso dei gesti criminali (vi evito la fatica di fare la ricerca su Google: ecco il link).

Bryan Stevenson riesce ad ipnotizzare la platea e ad ottenere la standing ovation perché fa uso di un mix di tecniche. Ne indico tre.

  1. Storytelling. Il ricordo del giuramento fatto alla nonna è servito a scrollargli di dosso l’anonimato che ogni oratore porta su di sé all’inizio. In pratica, è come se avesse fornito a tutti i partecipanti il suo biglietto da visita, ma in modo molto meno formale. Mostrando le sue radici emotive, è riuscito a portare l’uditorio dalla sua parte, chiarendo nel contempo la sua intenzione (focus) che consisteva nell’esplicitare l’importanza dell’identità;
  2. Contenuti. I contenuti del messaggio, le cifre, le percentuali dalle quali si evince lo squilibrio in termini di esercizio della giustizia statunitense nei confronti delle diverse categorie di cittadini, era la parte più ostica del suo intervento. Stevenson decide di inserirla nel mezzo del suo discorso e di essere molto veloce nell’eloquio. Se non avesse portato dalla sua parte l’uditorio nella prima parte del suo intervento, rendendolo curioso per ciò che stava per dire, non avrebbe mai potuto snocciolare quelle cifre in quel modo;
  3. Call to action. La parte finale dell’intervento merita una menzione. Il finale porta con sé l’invito a non rimanere indifferenti, a fare qualcosa, a spendersi in una determinata direzione. È il momento in cui la teoria astratta e i dati impersonali intercettano le vite degli uditori. La standing ovation non è solo il riconoscimento di trovarsi di fronte ad un grande oratore. È il rispondere al suo appello.

Ricapitolando, ci  sono infiniti modi di comunicare e la comunicazione più efficace è quella in grado di modellarsi, come un vestito realizzato su un misura da un sarto, su coloro che comunicano. Le regole generali, dunque, hanno una efficacia limitata. Quanto precede, tuttavia, non deve impedirci di prendere coscienza degli errori più comuni che alcuni compiono quando comunicano.

Non c’è bisogno di essere Bryan Stevenson, per comunicare bene. Basta essere se stessi.

Un pensiero su “Essere Bryan Stevenson? Dieci errori da evitare quando si comunica

  1. Giovanni, anche Stevenson ha fatto un po’ di errori durante il suo talk. Non si esordisce tenendo le mani incrociate in basso; non si parla tenendo le mani in tasca: sono segni di chiusura e insicurezza… i primi quattro minuti non sono proprio il meglio della comunicazione, con una intonazione monotono e senza variazione intonativa… Dopo prende il volo… Una cosa che questo speaker possiede in modo naturale è il timbro della voce, che risulta rassicurante e persuasivo…. Chi non lo ha di natura, ci deve lavorare…
    Ciao
    Mirko

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