Cultura digitale e responsabilità

Ph. Antoine Geiger, SUR-FAKE.

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo trascorso un intero pomeriggio lontani da internet senza provare una crescente sensazione di disagio? Oppure, si pensi all’ultima vacanza. Abbiamo lasciato a casa il portatile? Abbiamo optato per un albergo senza connessione WiFi? Queste semplici domande dimostrano, semmai ve ne fosse bisogno, quanto le tecnologie della comunicazione siano parte integrante del nostro mondo. Il fatto che esse accompagnino in modo così assiduo le nostre giornate, tuttavia, non ci esonera dal farne un uso responsabile. Perché ciò accada, è necessario non soltanto farne uso, ma anche riflettere sull’uso che se ne fa. Per esempio, si consideri un recente studio in cui è stato dimostrato che il fatto di avere con sé uno smartphone (anche nel caso in cui esso è silenziato) quando parliamo con un amico è in grado di modificare la natura della nostra conversazione. Sapendo infatti che la nostra attenzione potrebbe essere richiesta in ogni momento su un altro fronte non siamo incoraggiati ad abbandonare una conversazione superficiale così come ad assumere un atteggiamento di più empatica apertura nei confronti del nostro interlocutore.

In realtà, il tempo trascorso da soli mentre si è su internet non ha le stesse caratteristiche del tempo passato in solitudine o meditando. È soltanto quando siamo assolutamente liberi da distrazioni che i nostri pensieri più profondi vengono in superficie. Zadie Smith, per esempio, all’inizio del suo libro NW, tributa un ringraziamento ai software che lei usa perché bloccano l’accesso ad internet in modo possa concentrarsi sulla scrittura. È proprio questo genere di solitudine che attiva quella parte del nostro cervello responsabile della messa a tema del senso nelle nostre vite, liberandoci dalla dipendenza della cosiddetta “performance mode”, cioè la preoccupazione costante che accompagna le nostre azioni online in merito alle risonanze dei nostri post.

In realtà, oggi, ciò che sembra piuttosto consueto non è la ricerca della solitudine, ma la pratica del multitasking. Se stiamo seguendo una lezione non troppo entusiasmante è inevitabile iniziare a digitare sul laptop, controllare l’email e poi dare uno sguardo alle notifiche di un social network. Ed è anche vero che questa simultaneità di azioni ci fa sentire incredibilmente efficienti, non è vero? In realtà, il multitasking solo apparentemente è una abilità umana. Possiamo concentrarci su una cosa alla volta e se il nostro cervello è indotto a passare da una cosa all’altra le nostre performances precipitano.

Vannevar Bush, un celebre ingegnere, nel 1945 aveva ipotizzato che le macchine avrebbero liberato gli umani dal fare ciò che fanno meglio: il cosiddetto pensiero creativo lento. Oggi, quella profezia, è in effetti realizzabile. Basta decidere di riprendere in mano il controllo delle nostre azioni. Per esempio, quando siamo stressati da un eccessivo numero di email, si può replicare subito spiegando ai nostri interlocutori che una risposta più dettagliata giungerà presto. È un modo per fare una cosa molto umana: differire e darsi il tempo per riflettere.

In conclusione, i digital devices sono utili e sarebbe del tutto fuori dal tempo pensare di farne a meno, nella vita privata così come nei luoghi di lavoro o nella scuola. Al tempo stesso, il fatto che siano nostri compagni di viaggio non ci esonera dal compito di un uso responsabile e consapevole. In tal senso, ben vengano le recenti linee guida del Ministero della Istruzione, messe a punto da una commissione di esperti. Ogni volta che sia possibile è opportuno rimuovere tutte le distrazioni dal nostro ambiente, per concentrarsi interamente su una attività. Dobbiamo imparare ad usare la tecnologia senza perdere la nostra abilità a pensare in modo profondo e creativo, relazionandoci con gli altri attraverso comunicazioni autentiche ed empatiche.

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